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Elementare, architettura

venerdì 7 ottobre 2005

di Fabrizio Violante

Un’antica e affascinante suggestione sopravvive da secoli nella pratica architettonica: nel terzo libro del De Architectura, Vitruvio dimostra la perfezione e l’armonia del corpo umano descrivendo come la figura di un uomo, con gambe e braccia aperte, si iscriva esattamente nelle figure geometriche più perfette, il cerchio e il quadrato.

«L’uomo, con l’aumentata sicurezza del conoscere, ha fatto di sé la misura di tutte le cose, assimilando il mondo alla sua minuscola umanità», scrive Worringer, e l’immagine dell’homo ad circulum e ad quadratum ha conosciuto grandi fortune, influenzando così le aspirazioni architettoniche idealizzanti del Rinascimento e le sue presunzioni antropocentriche.

Il cerchio, il quadrato, le figure geometriche elementari, le proporzioni, la simmetria, sono gli elementi con cui da sempre gli architetti cercano di ordinare le proprie costruzioni.

La malattia per le forme primarie e i canoni proporzionali ha coinvolto anche figure fondamentali dell’architettura moderna: come Le Corbusier che, prima con i tracciati regolatori e poi con la formulazione del modulor, tentò di creare un sistema proporzionale basato sulla sezione aurea; o come Louis I. Kahn, che dette vita a monumentali costruzioni senza tempo basate sulle forme archetipiche e le composizioni geometriche elementari; o anche Oswald Mathias Ungers, che ha spesso dichiarato una vera ossessione per il quadrato, la cui forma astratta e regolare libererebbe l’architettura da ogni arbitrio e casualità.

Proprio a proposito dell’opera dell’architetto tedesco, Fritz Neumeyer spiega che «già in ragione di un semplice motivo pragmatico i grandi progetti, la cui realizzazione, dal bozzetto all’esecuzione, si protrae per dieci, quindici anni, rendono consigliabile un aspetto il più possibile sovratemporale, al quale il ricorso al quadrato assicura un’aura di eternità»...

Il tema della durata (e della gravità), ritorna anche nelle parole - e nelle realizzazioni -dell’architetto ticinese Mario Botta, il quale molte volte si è espresso nei termini di un’architettura riportata alle sue forme primordiali, «capace di parlare di storia, di memoria, di avere un rapporto più amico col passato».

Chi ha visitato la mostra dedicata alle sue Architetture del Sacro, che si è tenuta fino allo scorso luglio nella Gipsoteca dell’Istituto Statale d’Arte di Firenze, non ha potuto mancare di constatare che Botta è appunto un architetto del cerchio e del quadrato: le sue architetture elementari, dai volumi puri, si ergono isolate nella loro stereometrica, minerale immobilità; Botta cita e si cita, dando vita ad un linguaggio, uno stile personale, inconfondibile e abusato.

Di Mario Botta è il progetto del Mart, il nuovo museo di arte moderna e contemporanea di Rovereto, raro esempio in Italia di edificio pubblico di nuova costruzione pensato come punto di riferimento «in materia di discipline artistiche, di didattica dell’arte, di studio, di archiviazione e di ricerca dei più rilevanti fenomeni della storia dell’arte nazionale e internazionale dall’età romantica ad oggi»; insomma una versione nostrana del parigino Centre Pompidou.

Tuttavia, a differenza del museo di Piano e Rogers, significativo e radicale gesto architettonico all’interno della struttura urbana storica della capitale francese, il Mart, pur essendo l’edificio più rappresentativo (e vasto) della piccola città trentina, non si vede, non ha nemmeno una facciata sulla strada: ben lontano da più ardite soluzioni come la Kunsthaus a Graz di Cook e Fournier, o l’Eyebeam a New York di Diller + Scofidio, solo per fare qualche esempio, Botta propone un’architettura che si nasconde, rinuncia ad affermarsi e anzi arretra rispetto alle preesistenze storiche.

Costruito infatti alle spalle di due edifici del ’700, Palazzo Alberti e Palazzo dell’Annona, il Mart si sviluppa intorno ad un imponente vuoto circolare, sovrastato da una cupola in acciaio e vetro, e secondo una pianta quadrata simmetrica; all’interno, neutrali ambienti white cube funzionali alle collezioni e agli spazi di servizio.

Il Mart è sicuramente un museo che assolve alla sua funzione, eppure è evidente che l’architettura, visto anche il grande potenziale delle attuali tecnologie, dovrebbe oggi percorrere nuove strade, cercare nuovi contenuti, darsi una maggiore libertà di distribuzione degli spazi: «io credo che la geometria non debba essere semplice, ma instabile e ambigua [...]. La nuova bellezza è estremamente dinamica», avverte Toyo Ito, ricordando forse l’ammonimento di Paul Claudel: «si l’ordre est le plaisir de la raison, le désordre est le délice de l’imagination»...