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FOTOGRAFI - Igor Kostin e la tragedia di Cernobyl

martedì 7 marzo 2006

FOTOGRAFI Rivedere il nucleare. Quello vero

Come un uomo, Igor Kostin, rischiando fino in fondo la salute e la vita, ha voluto documentare con le immagini la tragedia di Cernobyl. Che oggi tanti vorrebbero farci dimenticare

di ASTRIT DAKLI

E’ assai curioso, per non dire sconcertante, sentire tanti illustri nomi che riparlano con crescente insistenza - e fin con entusiasmo - di energia nucleare partendo dai problemi del gas e dei gasdotti, visto che proprio ai gasdotti si associano di regola i nomi "Russia" e "Ucraina", che dovrebbero evocare automaticamente un senso di totale ripulsa nei confronti del nucleare. Eppure il mondo è strano: così vanno le cose, a quanto pare.

Sono passati quasi vent’anni da quel fatidico 26 aprile 1986, quando il quarto reattore della centrale di Cernobyl esplose: e quella catastrofe immane sembra esser stata quasi completamente esorcizzata, almeno nel senso comune politico-televisivo, nei vespigni salotti e negli editoriali della grande stampa. Sì, certo, c’è stata Cernobyl; uh, che guaio, ma allora erano altri tempi, altra sicurezza, quella era una centrale sovietica le nostre sarebbero ben più sicure, e poi se il gas è in mano all’orso moscovita e il petrolio in mano a Osama bin Laden dobbiamo pur garantirci l’energia di cui abbiamo bisogno, ecc. A volta si ha come la sensazione che Cernobyl sia stata una rappresentazione scenica, un film, una pura emozione - sì, ricordi la grande paura per l’insalata? e però poi non è successo niente...

Beh, qualcosa è successo, eccome. Sulla verticale del reattore Igor Kostin, fotoreporter dell’agenzia Novosti, se ne accorse molto presto, quando a mezzogiorno del 26 aprile arrivò in elicottero sulla verticale del reattore esploso poche ore prima, senza sapere niente di preciso sulla natura dell’incidente, ed ebbe l’immediata percezione che quella non fosse una delle tante «fabbriche disastrate» che aveva fotografato dall’alto nella sua carriera. Una lastra di cemento di tremila tonnellate «rivoltata tutta intera come una frittata », l’aria che brucia anche senza fiamme né fumo, uno strano bagliore rosso cupo sotto le macerie. La fotocamera che dopo pochi minuti di colpo si blocca. E le pellicole, sviluppate al ritorno, completamente nere. Bruciate.

Kostin fu il primo e rimase l’unico fotografo a recarsi alla centrale in quel giorno - un caso «fortunato », nell’ottica di chi cerca uno scoop, determinato dal fatto di essere specializzato nella documentazione dei danni a fabbriche causati da incendi e affini, per cui venne convocato «a prescindere». Ma in fondo non fu un grande scoop: al termine della giornata gli rimase una sola foto stampabile, anch’essa mezza bruciata. Fosse stato per quella - che la Novosti comunque non pubblicherà mai - non sarebbe certo diventato famoso, anzi «leggendario» come lo definì più tardi il Washington Post, né si sarebbe parlato del suo eroismo.

Igor però non cercava scoop. Aveva capito subito che quello non era un incidente, seppur grave, ma una tragedia inaudita; e il fatto che stampa e televisione dell’Urss per giorni tacessero del tutto e poi cercassero in ogni modo di minimizzare (a lui, Kostin, la Novosti rifiutò persino di assegnare un’auto per andare avanti e indietro da Kiev a Cernobyl, e nessuna foto venne pubblicata dai giornali) gli fece intuire che si trattava di una tragedia che avrebbe segnato un’ epoca e sconvolto dalle fondamenta la società sovietica e il suo modo di esistere. Per cui decise di non mollare la presa.

Studiò un sistema per proteggere le macchine fotografiche dalle radiazioni; chiese e ottenne il permesso per seguire direttamente le varie, drammatiche fasi del «dopo»: anzitutto il coraggio incredibile delle migliaia di «liquidatori», gli uomini che ripulirono praticamente a mani nude il luogo del disastro; e poi l’evacuazione della popolazione, la costruzione del sarcofago intorno ai resti del reattore esploso, i vani tentativi di «lavare» la contaminazione dalle case e dai veicoli, poi la loro distruzione. Voleva disperatamente documentare tutto quello che succedeva, per evitare che venisse prima o poi cancellato dalla memoria - quel che in effetti si sta tentando di fare, da noi come altrove, a cominciare dalla stessa Russia dove il programma nucleare sta ripartendo alla grande.

Documentare tutto Riprendeva e documentava il lavoro eroico dei liquidatori - turni di 40 secondi sul tetto della centrale, dove arrivavano salendo di corsa le scale con addosso 35 chili di protezione in piombo, una palata di detriti giù nella voragine, sul cuore fuso e pulsante del nocciolo, e poi via di corsa, con una dose di radiazioni assorbite superiore a quella tollerabile nell’arco di una vita intera. Cinque volte Igor Kostin è salito su quel tetto, fianco a fianco con quegli anonimi eroi, «solo » per immortalare il loro coraggio, e con la consapevolezza di rovinare irreparabilmente il proprio corpo.

Igor Kostin si è gravemente ammalato, negli anni successivi; è stato sottoposto a vari interventi chirurgici (anche a Hiroshima, in un ospedale specializzato nelle cure di patologie da radiazioni) ma ha avuto la forza e la fortuna di sopravvivere, a differenza di centinaia di uomini che pochi minuti di lavoro sul tetto sventrato del reattore numero 4 hanno spedito al creatore fra atroci sofferenze. Kostin ha resistito, e ha continuato a lavorare nel suo personale progetto di documentazione di tutta la catastrofe.

Dopo i giorni e i mesi della «ripulitura» e dell’evacuazione di decine di migliaia di abitanti, ha continuato a frequentare l’area di Cernobyl per fotografare quel che restava - i lavori per sigillare la centrale, le città abbandonate, la sepoltura dei villaggi, le grandi tombe a cielo aperto per migliaia di veicoli contaminati, la natura travolta, il ritorno la vita assurda dei «recalcitranti» Sempre con quel connubio di passione e maestria che rende davvero grande un fotografo.

Fotoreporter, Kostin lo era diventato relativamente tardi e in modo assai sofferto. Nato nel ’36 a Chisinau (allora Bessarabia romena, poi Moldavia sovietica, oggi Moldova indipendente) da una famiglia relativamente benestante, aveva passato l’infanzia nella fame disperata provocata dall’occupazione tedesca e dalla guerra, l’adolescenza nella fame della miseria postbellica sovietica. Dopo il servizio militare, altri anni sbandati, fra il teppistello e lo sportivo; infine l’avvio di una carriera da ingegnere, il matrimonio, i primi scontri con la burocrazia industriale sovietica che gli bocciava tutte le sue invenzioni.

Alla fine degli anni ’60 iniziò far fotografie per diletto - ritratti di belle donne - finché la passione lo travolse: respinto una prima volta dalla Novosti, lasciò lo stesso il suo posto da ingegnere (e la moglie, e la casa) per tentare quella che ora chiameremmo una carriera da freelance, vivendo per anni a pane e latte con i pochi copechi guadagnati vendendo qualche scatto. Finché ci riuscì. Finalmente assunto, a metà dei ’70 divenne fotografo di guerra, Vietnam, Cambogia, Afghanistan: «L’unico fotografo non comunista dell’agenzia », racconta. «Ma non potevo lavorare davvero, non mi permettevano di andare al fronte, mi dicevano di no su tutto.

Ero una pedina al servizio della propaganda». Finché con Cernobyl «tutto è diventato possibile... Erano cambiati i tempi, il sistema presentava delle crepe e io mi ci sono infilato. Ho assistito al crollo di un regime e Cernobyl è per me il vero simbolo di quel crollo, più della caduta del Muro di Berlino». Per il due per cento del gas A chi parla oggi con leggiadro entusiasmo di «ripensare al nucleare» per il fatto che il Gazprom ci toglie ogni tanto il due per cento del nostro fabbisogno di gas - così come a chi ascolta questi discorsi di apparente ragionevolezza con le idee un po’ confuse - bisognerebbe suggerire di dare un’occhiata al libro di Kostin («Chernobyl - confessioni di un reporter », Ega editore, Torino 2006).

Dare un’occhiata, più che leggere, perché il libro, oltre che il suo racconto, contiene soprattutto le sue splendide, terrificanti fotografie della tragedia nucleare sovietica. Splendide perché fatte tutte con perfezione tecnica e compositiva, nonostante le condizioni impossibili in cui sono state scattate; terrificanti perché, anche se non indugiano affatto sugli «effetti collaterali» (i morti, gli ustionati, i malati di cancro che a migliaia hanno subìto, immediatamente o dilazionate nel tempo, le conseguenze della catastrofe) mostrano con una violenza che attanaglia lo stomaco la materialità assoluta del «disastro nucleare».

Quella materialità è stata rimossa dalle nostre coscienze (forse perché in effetti non l’abbiamo mai davvero «vista» con i nostri occhi): premessa indispensabile che rende oggi possibile ai berluscones e ai loro epigoni di sinistra rimettere in discussione la scelta antinucleare. Agli occhi della maggior parte di noi Cernobyl fu un disastro grande ma per così dire virtuale, che si manifestava con divieti amministrativi e discorsi politici - e con pochissime immagini: mamma tv, per prudenza o impotenza, non ci mostrò quasi nulla di quel che davvero era avvenuto e stava avvenendo lì, sul teatro vero della tragedia: e quel che non c’è in tv, si sa, non esiste - chi scrive, visitando Cernobyl per la prima volta nel ’96, nel vedere con i propri occhi «the real thing» rimase inorridito e spaventato ben più di quanto non gli fosse capitato dieci anni prima. Fortuna che un bravo fotografo ha voluto fare fino in fondo il suo dovere...

da "il manifesto" del 05 Marzo 2006

http://www.ilmanifesto.it/g8/dopoge...


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