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Finanziaria, fiducia di guerra

sabato 22 novembre 2003

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Mentre la bare dei militari erano ancora nella camera ardente, mentre fluiva la commossa solidarietà, il governo, con l’astuzia della disperazione, puntando sulla generale distrazione, imponeva al Parlamento la questione di fiducia. Il nostro no vuole indicare, quindi, anche una indecenza istituzionale. Oltre a ribadire i tanti motivi di merito. Siamo, infatti, di fronte ad una manovra economica pessima, classista, anche ipocrita (perché si basa per larga parte, ancora una volta, su condoni che sfibrano lo stesso spirito civico che è a fondamento della statualità democratica). Vi è, inoltre, un punto inedito, di fondo, che allarma, perché è frutto avvelenato di una manovra economica che colloca sempre più il nostro Paese nel solco del modello autoritario della globalizzazione liberista in crisi; esso, infatti, incapace di un modello progressivo, tende al massimo grado l’involuzione autoritaria. Sappiamo che alla guerra preventiva, principio ordinatore della politica, corrispondono dittatura della maggioranza e Stato penale globale. Questo decreto legge con annessa fiducia è lampante: a contenuti di infamia civica, come i condoni; a contenuti di accanimento classista antisociale (come la vergognosa cancellazione dei diritti dei lavoratori esposti all’amianto e la dolorosa riduzione, addirittura retroattiva, delle prestazioni della cassa integrazione) corrisponde una inaudita torsione autoritaria. Il governo, in tal modo, nega, di fatto, l’autonomia del Parlamento nella sessione di bilancio, costituzionalmente prevista e definita; lo cancella; nega la sede primaria della rappresentanza in una democrazia rappresentativa.

Stiamo ponendo un tema di fondo, discriminante per il costituzionalismo democratico: il rapporto tra governo e parlamento in uno stato di diritto. Ci preoccupa l’abbattimento di ogni autonomia, sindacale come parlamentare. La manovra del governo non va, allora, sottovalutata come si tende a fare: essa è consistente e classista, accompagna ed alimenta il declino industriale del Paese; punta a modificare l’assetto delle relazioni sociali attraverso l’impoverimento di massa. Vengono repressi stipendi e salari, crocifiggendo il rilancio della domanda al totem del monetarismo; non vengono tutelati i "beni comuni" a partire dalla sanità, dall’acqua, dalla scuola pubblica, repubblicana, pluralista, socializzata. Gli Enti locali vengono strangolati. La rivolta della comunità di Scanzano, che è la nostra rivolta, è il segno di un accentramento di poteri nell’era della devoluzione secessionista. Scanzano, il mercato delle scorie nucleari, lo sfregio del territorio messo a profitto sono la metafora di un governo in crisi e, quindi, ancora più autoritario e pericoloso. Un governo che, dopo avere precarizzato la vita di giovani e ragazze, facendo della precarietà una relazione sociale, una privazione di senso, precarizza ora la vecchiaia, abbattendo la previdenza pubblica sia per i lavoratori, sia per i giovani precari; sia per i vecchi, sia per i giovani.

Il nostro negare la fiducia in Parlamento al governo si ricollega al nostro essere parte di un movimento, parte di un conflitto sociale e sindacale, portatori di un punto di vista alternativo. E’ un percorso che tende a ricollegare conflitto e programma, per creare le condizioni per la sconfitta anticipata di un governo che organizza esso stesso, come leva fondamentale, i punti più regressivi della società: il governo fa da coagulo reazionario e, quindi, sconfiggerlo è una urgente necessità. Noi guardiamo alla costruzione, senza indugi o fumisterie metodologiche, di una sinistra di alternativa che sappia strategicamente riproporre la questione della trasformazione sociale, che i grandi movimenti di questi anni hanno rimesso a tema: "un altro mondo è possibile", attraverso la ricostruzione di un rapporto tra società, conflitto, politica, rifondazione di uno spazio pubblico. Su un percorso di larga unità e di intensa radicalità, di rivolta morale e di ribellione sociale, disobbediente e, in quanto tale, rigidamente di massa e nonviolenta. Abbiamo iniziato, insieme ai movimenti sindacali, pacifisti, un confronto con le altre opposizioni, con le forze del centro sinistra. Un confronto plurale, con molti altri protagonisti. Non è un percorso semplice: è un confronto, ma anche una competizione, una sfida; non lo affrontiamo come necessità banalmente frontista, ma come occasione per un nuovo corso politico e sociale. È la realtà stessa, infatti, che ci interpella sulla capacità di qualificare oggi l’opposizione, connettendo fortemente conflitto e programma, per costruire una alternativa programmatica ai governi delle destre. È un passaggio stretto; ma dobbiamo provare a forzarlo