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Gli USA hanno piani per invadere l’Iran entro la fine del mandato di Bush

giovedì 20 ottobre 2005

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di Gabriele Garibaldi

Top-ranking Americans have told equally top-ranking Indians in recent weeks that the US has plans to invade Iran before Bush’s term ends. In 2002, a year before the US invaded Iraq, high-ranking Americans had similarly shared their definitive vision of a post-Saddam Iraq, making it clear that they would change the regime in Baghdad[i].

Quanto riferito dal Telegraph di Calcutta getta un’ombra oscura sulla possibilità che gli sforzi diplomatici riescano ad evitare l’escalation militare nella crisi sul nucleare iraniano. Nell’impossibilità di poter verificare la fondatezza di queste affermazioni, è bene prenderle con beneficio di inventario. Esse, comunque, rafforzano l’analisi di quanti, come Scott Ritter, ritengono che la crisi è su un piano inclinato verso lo scontro militare: una nuova guerra preventiva dalle improbabili giustificazioni (ancora una volta la presenza di WMD, anzi l’intenzione di produrle -nella specie l’atomica) per rovesciare il regime degli Ayatollah.

Stando al giornale di Calcutta, l’India è contraria allo sviluppo dell’atomica iraniana ed ha ogni interesse a evitare la guerra. Proprio per questo ha deciso di alzare la voce con Teheran, decidendo di allinearsi all’Occidente - e non di astenersi insieme a Russia, Cina, Brasile e Sud Africa - nel sostegno alla risoluzione di condanna dell’Iran votata in settembre dal Consiglio dei governatori della AIEA. New Delhi si è mossa per mettere in sicurezza i suoi interessi nel Golfo Persico prima ancora che per proteggere l’accordo di cooperazione nucleare firmato con Washington il 18 luglio 2005, secondo i diplomatici impegnati nei negoziati a Vienna. Nell’ultimo giorno della sua visita a Washington, il Primo Ministro indiano, Manmohan Singh, ha espresso le sue preoccupazioni per la sicurezza dei quasi quattro milioni di indiani presenti nel Golfo, nell’eventualità del fallimento dell’offensiva diplomatica contro l’Iran.

Guardando alla vicenda in una prospettiva geopolitica e tenendo a mente i piani statunitensi di “regime change” per l’Iran, quest’ultimo, in qualità di anello mancante del “Rimland” eurasiatico, pare destinato a dover fare i conti, prima o poi, con l’apparato militare americano già dispiegato nella regione. Il problema per gli Usa non è in primo luogo[ii] l’atomica di Teheran, ma semplicemente rovesciare il regime degli Ayatollah in quanto incompatibile con i propri interessi.

Si potrebbe sperare che, nel caso falliscano gli ultimi tentativi diplomatici, gli Usa saranno talmente impantanati nella palude irachena da desistere dai propositi già strombazzati di attaccare l’Iran. La realtà, però, è che il devastante potere aereo dell’America non è impegnato in Iraq. Solo 120 bombardieri B52, B1 e B2 potrebbero colpire 5.000 obiettivi in una singola missione. Migliaia di altri aeroplani e missili sono disponibili. Inoltre, anche se l’esercito e la marina sono pesantemente impegnati in Iraq, restano forze sufficienti a mettere in sicurezza i campi petroliferi costieri ed a condurre raids in Iran.

Un attacco statunitense difficilmente sarà limitato alla distruzione dei siti nucleari e di quelli sospettati di contenere armi di distruzione di massa, ma probabilmente sarà mirato a distruggere tutte le infrastrutture militari, politiche ed economiche. In tali condizioni, l’Iran potrebbe esser ulteriormente paralizzato da una guerra civile -Teheran denuncia gli Usa di fomentare la consistente popolazione azera separatista del nord-ovest.

Le possibili conseguenze negative di un attacco all’Iran sono ben note: aumento del terrorismo, insurrezione degli Sciiti in Iraq, esplosione dei prezzi del petrolio e recessione mondiale in seguito alla distruzione degli impianti lungo il Golfo ed alla chiusura dello stretto di Hormuz.

Ma i sostenitori della guerra sostengono che queste evenienze saranno ancor più gravi se gli Usa dovranno affrontare un Iran dotato di un deterrente nucleare. In questa logica, la disastrosità dell’attacco è la ragione stessa per attaccare il prima possibile, per ridurre le stesse conseguenze disastrose che ne deriveranno[iii]. Conseguenze che sarebbero meno gravi e incontrollabili di quelle prodotte da un’azione unilaterale di Israele, chiaramente minacciata da Tel Aviv -dando per scontata l’inutilità e il fallimento delle trattative diplomatiche in corso- nel caso non sia Washington a muoversi militarmente per azzerare le possibilità dello sviluppo dell’atomica da parte di Teheran[iv].

Se la Casa Bianca dovesse mettere in atto tali piani con l’impiego di armi nucleari tattiche, sarà il colpo di grazia a quel trattato di non-proliferazione nucleare (NPT) che l’Iran è accusato di trasgredire rivendicando il diritto ad arricchire l’uranio a scopi civili. Fallita miseramente la conferenza di revisione dell’NPT lo scorso maggio, il possibile utilizzo di “bunker busters” a esplosivo atomico nell’attacco all’Iran sarà il suggello della crisi del compromesso alla base del regime di non-proliferazione e dell’entrata in una seconda era nucleare ancora più pericolosa di quella che ci siamo lasciati alle spalle.

(da “La crisi del Trattato di non-proliferazione e le guerre americane del futuro”, Giano n.51, settembre-dicembre 2005)


[i] K.P. Nayar, “Gulf factor key to PM’s Iran vote decision”, The Telegraph of Calcutta, September 26, 2005, http://www.telegraphindia.com/10509...

[ii] Secondo un recente rapporto della CIA, all’Iran occorrono almeno dieci anni per ottenere i componenti chiave per la costruzione dell’atomica. Fonte: Dafna Linzer, “Iran Is Judged 10 Years >From Nuclear Bomb”, Washington Post, August 2, 2005

[iii] Dan Plesch, “How Bush would gain from war with Iran. The US has the capability and reasons for an assault - and it is hard to see Britain uninvolved”, Guardian, August 15, 2005

[iv] David R. Sands, “Israelis urge U.S. to stop Iran’s nuke goals”, Washington Times, September 30, 2005, http://www.washtimes.com/functions/...