clicca qui per Bellaciao v.3.0 ;)

Archives Bellaciao IT - 2002 -2018 Archives : FR | EN | ES

IL PARTITO SOCIALE COME TRACCIA CONDIVISA

giovedì 12 giugno 2008

IL PARTITO SOCIALE COME TRACCIA CONDIVISA

E’ con un certa soddisfazione che apriamo questo percorso sul Partito Sociale mettendo insieme
esperienze reali e ricercatori, politici e sindacalisti. Abbiamo iniziato a interessarci delle forme
dell’agire politico quando ancora le elezioni erano lontane, in un certo senso registrando già da
allora una pesante sconfitta per la sinistra, vedendola scomparire nel vissuto quotidiano delle
persone, ancora prima che nel parlamento. Queste pagine sono il condensato di una serie di articoli,
e sono una traccia per una possibile ricerca condivisa nella costruzione del partito sociale come
risposta da sinistra alla crisi della politica. In questi anni abbiamo visto crescere lo scarto tra sociale
e politico, che ha investito le forme della rappresentanza e della militanza, che ha destrutturato i
corpi intermedi diventando più intenso quanto più la società si frammentava.

Un doppio
movimento che si è maturato in maniera progressiva in decenni di trend negativo, dovuto alla
restaurazione capitalista. Le implicazioni di questo fenomeno vanno ricercate nel primato
dell’economia sulla società, nella sconfitta storica del movimento operaio, nelle impressionanti
trasformazioni sociali che sono arrivate alla piena maturazione in questo inizio di secolo. Ognuno di
questi argomenti andrebbe approfondito, ma oggi vogliamo concentrarci, invece, in un percorso di
ricerca per capire su quale forma, e con quali strumenti rispondere a tutto questo. In Europa alcune
forze della sinistra sono state sconfitte pesantemente da questo processo, altre invece lo hanno
attraversato trovandone addirittura giovamento, guardare con attenzione a queste esperienze per noi
diventa pertanto necessario come del resto in altre parti del mondo. Quella che definiamo crisi della
politica quindi ha per noi un retroterra sociale profondo, che diventa vera e propria crisi della
rappresentanza in secondo ordine. La forma che hanno assunto i grandi partiti, con la supplenza
plebiscitaria, ne è un prodotto e, nel contempo, ne rappresenta un’accelerazione alla quale la sinistra
deve saper rispondere evitando il rischio di risolvere questo scarto solo sul livello della
rappresentanza politica.

Tanto più la crisi sociale aumenta, tanto più aumenta la guerra tra poveri
che legittima così una forte torsione autoritaria da parte delle classi dominanti, è una torsione
giustizialista, securitaria, che diventa simbiotica con forme di rappresentanza mediatiche,
producendo al tempo stesso una semplificazione così brutale della rappresentanza da configurare un
passaggio dalla democrazia autoritaria alla democrazia dispotica. Il tema del partito sociale, per
come lo abbiamo pensato si pone all’estremo di questa deriva, esso intreccia la ricostruzione di
un’opposizione sociale alle destre con la capacità di poter definire il coordinamento di un sistema a
rete, che esalti l’orizzontalità (contro la verticalizzazione), l’autonomia, il metodo della
condivisione, la pratica del consenso nei processi decisionali. Non si tratta, ormai più, di dividersi
tra “partitisti” e “movimentisti”. Anche perché dalla società non emergono solo “movimenti” o
“partiti”; diffusa (nei territori) e matura (nei filoni di impegno) è la rete del nuovo associazionismo.

Sono strutture tra loro molto diverse (dai Centri sociali, alle leghe antirazziste, ai gruppi del
commercio equo e solidale, al contratto mondiale dell’acqua, ad Attac, ecc.) che coniugano conflitto
e mutualità, cooperazione, socialità politica alternativa ed hanno sviluppato dinamiche che
coniugano identità e differenze. Il nostro sforzo va pertanto nella direzione di rendere possibile
questa articolazione, di sedimentarla attraverso il metodo della pratica dell’obbiettivo.
Immaginiamo tutto questo come un complesso lavorio, lento, all’interno del quale le accellerazioni
politiciste hanno un effetto deleterio. E’ un lavoro estremamente “politico”, la rete diffusa del
“saper fare” sociale, che ha bisogno di democrazia effettiva. “Assieme al conflitto, dopo lunga
eclissi, riemergono le solidarietà positive, il far da sé cooperativo. In questo percorso non abbiamo
bisogno di modelli, ma di sperimentazioni (e di riflessioni collettive sulle sperimentazioni), la
complessità sociale oggi è talmente avanzata che ogni processo calato dall’alto è insufficiente.

Viviamo un presente ansioso che ha spiazzato la sinistra storica, sconfitta e lasciata senza parole
dopo decenni di lotta, senza più le pratiche per intervenire nello spazio della quotidianità in una
società trasformata, scomparsa di fatto nel vissuto di lavoratori e dalle condizioni di vita dei nuovi
ceti popolari.

Partire dalla costruzione delle “Case della Sinistra”, in cui si riduce lo scarto tra la nostra proposta
politica e le pratiche quotidiane ci sembra il primo passo su cui investire. Ci siamo chiesti, anche
valutando l’esperienza della costruzione del movimento di Genova, perché le strutture di rete, di
acquisto solidale, di mobilitazione, riescono in questa fase storica, in maniera più incisiva dei partiti
e dei soggetti intermedi, ad incidere e legittimarsi socialmente. La risposta che ci siamo dati è più
semplice di quanto si pensi, gli appartenenti alle reti, vivono una condizione di similitudine, ed
insieme cooperano e scambiano saperi come in poche volte era successo nella storia delle
organizzazioni sociali moderne, pensiamo alla pratica del peer to peer. Perché allora non concepire i
nostri luoghi come “risorsa aperta” per questo tipo di cooperazione sociale.

Che sia un gruppo di
acquisto, un corso di alfabetizzazione, o un mercatino per lo scambio dei libri usati, che sia un
luogo per incontrarsi e ricostruire il legame sociale, una palestra a prezzi popolari o una mensa, una
banca del tempo, poco importa, quello che ci sembra significativo in questa fase, è iniziare a
ragionare concretamente con quali pratiche vogliamo riempire i nostri luoghi, e soprattutto come
con essi ricostruiamo una nostra differenza nella percezione comune. Il nostro blocco sociale di
riferimento, dai precari ai lavoratori autonomi di seconda generazione, fatto di pensionati e
lavoratori intellettuali, di donne, migranti e giovani delle periferie, per avere una speranza nella
sinistra, deve trovare in essa una risorsa nel territorio. Non è la rivoluzione, ma è vero che per
costruire un altro mondo possibile, occorre sopravvivere socialmente e materialmente nel mondo
grande e terribile nel quale viviamo tutti i giorni.

Far crescere l’autorganizzazione, creare legame
sociale, acquisire nel concreto la fiducia del “popolo” sono i punti principali su cui si dovrebbe
investire. Oggi rischiamo che la retorica del “tornare ai territori”, a “radicarsi nelle masse” sia
esercizio vacuo e ripetitivo, di per se insufficiente quando bisogna ritrovare una connessione
concreta con il popolo. Una connessione appunto che non può più essere puramente ideologica o
puramente politica: la connessione deve essere pratica, deve costruire esempi alternativi visibili. Si
tratta di intrecciare le pratiche del militante politico e quelle del “volontario” e si tratta, soprattutto,
di costruire un rapporto tra pari che si sviluppa in nuove forme mutialistiche: al gruppo d’acquisto
partecipi anche tu, perché anche tu vivi la stessa condizione di precarietà e di povertà crescente.

Al
rapporto verticale va sostituito un rapporto simbiotico. Lo scollamento fra politica e società (che
peraltro sembra riguardare soprattutto noi) può essere ridotto solo se l’organizzazione politica lo
riduce, immediatamente, nel suo funzionamento elementare.
Non sarebbe un’ esperienza inedita. I movimenti di emancipazione si radicano non solo
organizzando conflitti, ma anche (o addirittura soprattutto) organizzando quei servizi che lo Stato
non garantisce ancora o, come nel nostro caso, non garantisce più. Il partito sociale di oggi in
questo senso potrebbe essere una risposta concreta (anche se insufficiente) alla crisi del welfare,
sarebbe in grado di mobilitare attitudini positive sia nel popolo che nei propri aderenti perché
costringe questi ultimi a diventare competenti, ad essere esperti non più solo in retorica politica, ma
anche in lavoro sociale.

E può attrarre, proprio per questo, anche molti di quei lavoratori (e
soprattutto lavoratrici) sociali che sono parte crescente – e priva di rappresentanza – del nuovo
proletariato. Favorendo un rapporto effettivo col popolo ed anche con nuove leve di lavoratori e
lavoratrici il partito sociale può finalmente consentire anche a noi quell’apertura alla società che
finora – bisogna riconoscerlo – è riuscita solo ai partiti di destra.

Ma la questione del partito sociale ha anche un altro aspetto, che riguarda la relazione che il partito
“classico” costruisce coi movimenti e le associazioni. I due aspetti non devono essere confusi.
Sarebbe infatti un grave errore credere che risolvendo il rapporto coi movimenti si risolverebbe
anche il rapporto col popolo. Così come commetterebbero un grave errore quei movimenti (o quei
ceti di movimento) che col popolo ritenessero di identificarsi. La necessaria “riconversione sociale”
riguarda soprattutto il partito, ma anche i movimenti possono soffrire di chiusure (fatte di linguaggi
e stili di vita separati) che ne riducono l’enorme potenziale di diffusione. Pratica sociale per tutti,
quindi, anche come costruzione di un terreno d’incontro.

Un terreno d’incontro che va costruito anche su un altro punto. La “rete di relazioni di resistenza e
di democrazia diffusa” deve trovare “il modo di autorappresentarsi, di negoziare in proprio e di
contendere ai poteri costituiti spazi pubblici e decisioni politiche”. Se il partito ha infatti dimostrato
la sua (momentanea?) impotenza ad incidere sulla decisione politica (e senz’altro l’impotenza a
riuscirci da solo), i movimenti e le esperienze di democrazia diffusa non hanno ancora fatto il salto
in avanti. Non hanno ancora costruito appieno le reti orizzontali, ma non hanno nemmeno trovato i
canali “verticali” – se non, a volte, in forme lobbistiche e concertative. Questo è il punto non risolto,
la domanda, inevasa, di Genova. Una domanda che, in realtà, serpeggia dal ’68: è possibile una
politica efficace, capace di incidere sulle grandi decisioni pubbliche, che eviti le insidie della formapartito?

Finché la società sembrava evolversi “naturalmente” verso un qualche “progresso” ci si
poteva forse accontentare di costruire “gruppi di pressione pubblici”, di codificare stili di vita
alternativi, di depositare valori. Oggi che questo non accade più, oggi che non basta agire di rimessa
per correggere le politiche altrui, ma bisogna imporre (e con urgenza) politiche differenti, i
movimenti cercano vie ulteriori. E le soluzioni possibili ci sembrano almeno tre: fine del partito,
partito di movimento, sistema d’azione plurale. La prima prende atto della scomparsa della sinistra
politica e si affida alla sola sinistra sociale ed alla sua capacità di pressione: ma così si rischierebbe,
a nostro avviso, di assecondare l’americanizzazione. La seconda conduce ad un nuovo partito sulla
scorta dello spesso evocato “modello francese”: ma quel modello non era esente da difetti che oggi
potrebbero essere moltiplicati da quella tendenza ad associare frammentazione decisionale e
ricomposizione leaderistica che oggi attraversa tutti i partiti.

La terza assume invece l’attuale
compresenza di partiti, movimenti ed associazioni come un fatto che aumenta il repertorio delle
nostre iniziative e delle nostre relazioni con la società, e la valorizza attraverso patti politici che
ottimizzino le possibilità insite in un sistema d’azione plurale.
Questa ci sembra, qui ed ora, la risposta migliore. Ed il partito sociale, nella sua doppia accezione di
rete di esperienze molteplici e di rapporto pratico-simbiotico col popolo, può muoversi in questa
direzione. Può situarsi al punto d’incrocio tra movimenti che si “politicizzano” e partiti che si
“socializzano”, superando l’illusione dell’autosufficienza che sarebbe nociva agli uni ed agli altri.

ESPERIENZE CONCRETE DI POSSIBILI PERCORSI DI PARTITO SOCIALE

“militanti sociali pari”
la peer education è un concetto che molti di noi hanno appreso dal lavoro di strada, è una strategia
educativa flessibile e “rivoluzionaria”. In quanto sposta la centralità del ruolo pedagogico (e la
quota di potere a esso associato) dall’esperto tradizionale, adulto e professionalizzato, al giovane
opportunamente formato. Essa si dimostra vincente rispetto agli approcci pedagogici classici,
soprattutto quando il messaggio veicolato ha per oggetto il “non fare”, come nel caso della
prevenzione di un comportamento a rischio.

È dimostrato che, in tali contesti, la prescrizione
autoritaria può rivelarsi ininfluente o persino controproducente. La peer education, al contrario,
mette in gioco anche emozioni e competenze relazionali che consentono al messaggio in/formativo
di pervenire al suo scopo. Noi pensiamo che in qualche modo questo concetto oggi ci sia di una
certa utilità nel fare politica riflettendo su quale modello di militanza delineare, i pari presuppngono
una orizzontalità del modello organizzativo, una condizione di similitudine frutto di un insieme
valoriale e simbolico di riferimento. Concepire una forma di militanza socialmente competente, che
genera intellettualità diffusa oggi è secondo noi la chiave per intendere il partito sociale, per questo
riteniamo che vadano create le condizioni per generare competenze sociali in termini autorganizzati.

Pensiamo ad esempio a gruppi di pari che preludono a forme di mutuo aiuto per singoli temi (
sicurezza sul lavoro, dipendenze, mobbing, processi di stigma, mediazione culturale) e pensiamo a
militanti che siano in grado di essere competenti formando a loro volta competenti. Da questo punto
di vista pensiamo che occorre riflettere su come poter concepire oggi una formazione di “militanti
sociali pari” per il partito sociale. Da questo punto di vista l’agire sociale dei “pari” si contrappone a
quello delle “caste” , una schematizzazione banale ma comprensibile sul livello di massa che non
investe più, solamente i rapporti materiali nella società, ma investe le forme organizzate e in
particolar modo i partiti, ed in maniera più profonda quelli della sinistra.

Essi vivono oggi una
doppia crisi, in termini di efficacia, e rispetto alla loro forma organizzativa. Senza sciogliere queste
due contraddizioni insieme anche la proposta del partito sociale in se, rischia di trasaformarsi in una
grande associazione di buoni sentimenti. Per una forma organizzativa, federata, mutualistica che
permette di identificarsi in essa, diventa fondamentale definire un’insieme di norme e prassi che
permettono processi di identificazione con il blocco sociale di riferimento che la compone, per
questo la questione morale e una nuova “diversità” devono essere investimenti senza mediazioni,
come elementi centrali nel processo di riforma.

Non solo quindi concepire un’organizzazione
sempre più paritaria che disperde il potere al suo interno, ma anche quello di concepire
un’organizzazione in cui ci siano scarti minimi tra vertice e base, perché è in questa separazione che
l’antipolitica trova terreno fertile. Per questo pensiamo che sia necessario affrontare il tema degli
stipendi degli eletti ( che non possono essere distanti da quelli di chi vogliamo rappresentare), dei
doppi incarichi, fino alla questione della revoca del mandato.

DALLA PIAZZA ALLA STRADA, GENERALIZZARE LA CONTRATTAZIONE
SOCIALE OGNI GIORNO

Riteniamo che lo spazio dei piani di zona sia un possibile luogo di conflitto, cosi come la
circoscrizione, occorre secondo noi costruire non solo sportelli che diano risposte nell’immediato
ma fare in modo che questi determinino forme di inchiesta dei bisogni sociali , dei bilanci sociali di
territorio che denuncino l’assenza di partecipazione nelle scelte del welfare, che intervengano nei
processi di valutazione dei servizi, e che organizzino nel territorio forme di contrattazione sociale,
un pò le pratiche che furono fatte proprie da alcune camere del lavoro negli anni 70 quando
lanciarono la contrattazione territoriale.

Da questo punto di vista avere sportelli sociali gestiti da
“militanti sociali ” appositamente formati può essere un utile strumento di lotta su temi come la non
autusufficienza, la casa, che legittima il nostro agire sociale nel quotidiano e supporta quello
politico nel medio lungo termine. Occorrerebe capire se sia possibile creare un pronto intervento
sociale, ovvero un gruppo di allerta rapido in grado di poter in poche ore bloccare i sfratti.

In
qualche modo potremmo pensare il nostro agire nei territori come un sindacato sociale. Il tema della
casa inoltre potrebbe essere affrontato, oltre che vertenzialmente chiedendo il blocco degli sfratti e
l’espansione dell’edilizia pubblica, anche in termini mutualistici attraverso il terreno
dell’autocostruzione. Segnaliamo come esempio questo sito che descrive alcuni interventi in questo.

I GRUPPI DI ACQUISTO SOLIDALI CONTRO IL CARO VITA.

In realtà si tratta di aggiornare in “chiave popolare” i GAS, i gruppi di acquisto solidali che si sono
sviluppati negli ultimi anni. Le Acli di Venezia ad esempio sono riuscite a lavorare su questo
terreno, riuscendo a riidurre di circa il 20 % i prezzi dei generi di prima necessità. Hanno messo
insieme circa 150 consumatori e sono andati direttamente a contrattare il prezzo dei prodotti dal
produttore saltando la distribuzione. Questa esperienza se praticabile all’interno di una battaglia sul
caro vita sarebbe estremamente significativa, riuscire infatti a costruire vertenze nazionali
contemporaneamente a pratiche mutulistiche è uno degli elementi d’innovazione necessari per
attraversare da sinistra la crescente insicurezza sociale.

LE MENSE POPOLARI

Ci sono delle esperienze consolidate se si considerano le mense dei centri sociali. Occorrerebbe
capire però se ci sono esperienze di questo tipo in grado di proiettarsi su di un versante ancora più
sociale ed in grado di allargarsi a settori popolari del territorio.
Mense con le quali possono collaborare in qualche modo le reti sociali per intervenire sul tema del
caro vita, cercando ad esempio di fornire agli anziani con pensioni minime pasti a prezzi ridotti o
gratuiti.

Uno degli elementi su cui si potrebbe lavorare con le catene alimentari e grandi mercati è
quello di avere gratuitamente il non venduto a scadenza breve, sul modello delle voedselbanken
olandesi così come lavora il partito del pomodoro, organismi che raccolgono nei supermercati
prodotti a breve scadenza destinati al macero per distribuirli ai poveri. Abbiamo molte sezioni di
partito che hanno al loro interno cucine improvvisate, o anche ben strutturate che organizzano cene,
a volte anche pranzi e feste.

Parliamo comunque quasi esclusivamente di luoghi informali e
“fuorinorma” si tratterebbe di capire fino a che punto ogni singola realtà può lavorare in questo
senso. Occorre inoltre cercare di volgere lo sguardo anche fuori dal nostro paese, soprattutto in Sud
America dove ci sono esperienze di mutualismo che dovremmo prendere come spunto per il nostro
lavoro. Segnaliamo a titolo di esempio esperienza progetto alimentario

ASILI NIDO POPOLARI

Spesso le rette degli asili nido, anche pubblici sono alte, altre volte gli asili non ci sono proprio.
Potremmo pensare di destinare alcune delle nostre strutture per creare asili popolari dove magari
riusciamo a dare anche forme di autoreddito per chi lavora. Possiamo in questa prospettiva pensare
che i nostri asili dovrebbero avere una retta nettamente inferiore sia agli asili pubblici sia agli asili
privati, e pensiamo che questo lavoro debba inserirsi in una forma rivendicativa nel territorio per
pretendere asili pubblici. Non neghiamo che sia un percorso difficile e contraddittorio, più
compagn* hanno sollevato obiezioni sulla difficoltà normativa che si incontrano. Certo è che se ci
riescono i privati potremmo in qualche modo riuscirci anche noi, pensando di mettere insieme ad
esempio autoreddito, militanza sociale, e banche del tempo in un circuito virtuoso che tende a
ridurre i costi della struttura. Pensiamo che sia praticabile però in situazioni dove la carenza di
queste strutture è significativa, soprattutto in ambito metropolitano.

I MERCATINI DEL LIBRO USATO

Ci sono molte esperienze, a volte però lasciate all’improvvisazione, io penso che vadano
stabilizzate. Dovremmo però discutere di questo, dal mio punto di vista le case della sinistra o
anche le nostre sezioni dovrebbero essere risorse per favorire lo scambio senza il “lucro” derivante
tra la vendita e l’acquisto dei libri usati, o in qualche modo che siano assolutamente più competitive
in termini di prezzo delle esperienze che ci sono oggi.

LE BANCHE DEL TEMPO

Possiamo pensare che le nostre sezioni o le case della sinistra possono diventare luoghi in cui
promuovere fra chi le frequenta le banche del tempo. Le banche del tempo funzionano su elementi
di fiducia, di conoscenza reciproca, io penso che si adatterebbero bene al concetto di comunità
politica e sociale. In Italia sono nate circa 10 anni fa: chi sa fare una cosa offre il suo tempo e in
cambio riceve un aiuto se ne ha bisogno. La segreteria di ogni banca del tempo tiene la contabilità
dei conti correnti di ciascun socio, ma invece dei soldi ci sono ore di prestazione da dare o da
ricevere. Nessuno sa quante siano. “Noi siamo in contatto con 320 banche, sparse un po’ in tutta
Italia -afferma Luigi Tomasso, giornalista in pensione che cura la newsletter del coordinamento
delle banche del tempo di Milano e provincia - . Ce ne sono sicuramente molte di più e sono
concentrate al nord, perché sono le regioni dove manca di più il sostegno della rete familiare e
quindi si cerca aiuto e relazioni altrove” . Riteniamo che lavorare sulle banche del tempo sia uno dei
punti principali per il nostro reinsediamento sociale nei territori, promuovendole o lavorando con
esse se già esistono. Non tralascerei l’iniziativa istituzionale per consolidarle nei comuni e nelle
circoscrizioni.

I CORSI DI LINGUA ED ALFABETIZZAZIONE INFORMATICA E DI RECUPERO SCOLASTICO.

Sarebbe interessante non solo fornire corsi di lingia italiana per stranieri, ma anche corsi di lingua
d’origine per i figli di immigrati, bisogno questo molto sentito. Sensa dubbio il tema della
qualificazione di forme di alfabetizzazione informatica è molto significativo, sia in rapporto ad una
prospettiva in cui i militanti sociali determinano una forma di agenzia delle notizie dal basso, una
Indimedya più solida che in qualche modo interviene essa stessa nella costruzione delle notizie dei
territori, sia rispetto al tema del free software. Abbiamo molti compagni che inoltre insegnano nelle
scuole o sono precari, attivare nei nostri luoghi dei corsi popolari per il recupero scolastico potrebbe
non soltanto contribuire a ridurre il carico di spesa delle famiglie ma anche comprendere meglio i
bisogni ed i linguaggi delle nuove generazioni.

LE PALESTRE POPOLARI

Uno dei migliori strumenti per costruire legittimazione sociale e politica nelle periferie.
Ultimamente stanno prendendo piede portando alcuni centri sociali in una dinamica più legata al
quartiere, altre sono invece nate direttamente come palestre. Ci sono palestre popolari in varie città
italiane, Roma, perugia, ancona, cosenza, ecc. interessante il tema che affrontano dello sport sociale
con prezzi popolari per i corsi ( circa 30 euro al mese).

MICROCREDITO

Altro tema la questione dell’accesso alla finanza solidale, possiamo pensare di qualificarci in questo
senso? Le MAG sono delle cooperative, che più di ogni altra forma societaria stimolano il rispetto
della partecipazione e dell’uguaglianza tra i membri. Sono soprattutto “società tra persone”, dove lo
scambio di denaro avviene tra soci, rispettando la legislazione in materia. Collaborano attivamente
per sostenere iniziative serie che intervengono sul territorio in settori comuni agli stessi soci che vi
aderiscono: pace, disarmo, ecologia, risparmio energetico, tecnologie appropriate,
controinformazione, educazione allo sviluppo, emarginazione, immigrazione, solidarietà sociale,
educazione giovanile, commercio equo e solidale.

Il denaro raccolto è prestato a cooperative e associazioni no profit applicando tassi d’interesse e
condizioni di rientro vantaggiose. Ciò consente un minimo margine di utile alle MAG per coprire le
spese di gestione e una forte convenienza e trasparenza a chi richiede i finanziamenti. Questi
vengono condizionati alla qualità sociale dei progetti ed ai rapporti fiduciari tra i soci, mantenendo
comunque il controllo sulla solvibilità dei prestiti concessi. Una volta rientrati da un finanziamento,
i fondi vengono subito riutilizzati per un nuovo progetto.

Non essendo richieste garanzie patrimoniali è fondamentale la conoscenza della destinazione dei
risparmi investiti. Le MAG hanno comunque personale in grado di valutare i bilanci aziendali, di
verificare se un progetto funziona e può produrre reddito, di prevedere le potenzialità delle
cooperative o associazioni da finanziare. In questo settore non sono ammesse leggerezze, in quanto
si maneggia denaro che deve poter essere rimborsato ai soci.

Rendono democratica e trasparente l’organizzazione interna con delle trovate che scardinano alcuni
tipici privilegi del “santuario” creditizio. Il capitale sociale sottoscritto e versato da coloro che
diventano soci della MAG consente alla cooperativa di lavorare, pur rimanendo sempre di proprietà
dei soci, e ciascuno ha comunque diritto ad un solo voto indipendentemente dall’ammontare delle
quote versate.

L’ attività è diretta da un consiglio di amministrazione, i cui membri vengono scelti nelle periodiche
assemblee dei soci, durante le quali si verificano le linee di azione della cooperativa.

FINANZIAMENTO DEL PARTITO SOCIALE

Occorre costruire un’associazione in grado di autofinanziare con il 5 per mille il partito sociale. Le
trasformazioni sociali che qui non indaghiamo in maniera analitica, non stanno soltanto
prefigurando uno stato sociale minimo e caritatevole, non stanno sempre di più atomizzando e
impoverendo le classi popolari, ma stanno indebolendo anche alcune esperienze che in qualche
modo avevano costruito sul terreno della solidarietà sociale una propria legittimazione. Gran parte
della cooperazione sociale in questa fase, fatte le dovute eccezioni, è sostanzialmente in una deriva
economicista che ha reso questo spazio sterile sul versante della promozione dei diritti civili e
sociali e un bacino di lavoro precario. Occorre allora intervenire direttamente in questo spazio, che
è spazio di costruzione di nuova cittadinanza in maniera articolata, tentando di sviluppare in una
forma aperta e federativa con i soggetti del territorio interessati ( cooperative, associazioni formali e
non ) elementi di azione sociale diretta che possono tradursi in progetti concreti. La sostenibilità
finanziaria di questi progetti, può passare anche dal 5 per mille.

I PRESIDI SOCIALI DI QUARTIERE

Alle Ronde dell’intolleranza dobbiamo rispondere sviluppando presidi sociali permanenti che
costruiscono legame sociale nei territori. Lo spostamento dell’azione politica è dalla piazza alla
strada. Se la ronda è una sera alla settimana noi dobbiamo essere presenti tutti i giorni. La destra
populista non si sconfigge con le manifestazioni e i comizi, si sconfigge se nella vita quotidiana,
riusciamo a dare risposte efficaci, o parzialmente efficaci nel territorio che ci circonda , altrimenti
siamo simili ad un soprammobile. La paura sociale esiste, ma proprio perché è una percezione può
essere ridotta se come risposta alle politiche della zero tolleranza costruiamo le nostre risposte .

Al
diritto alla sicurezza deve essere contrapposto la sicurezza dei diritti nel territorio vivibile, il diritto
a vivere serenamente il proprio quartiere è dato dal prodotto di diritti sociali, civili, ambientali.
Occorre affrontare il tema dell’espansione mafiosa e delle rati della criminalità globale, che in
forma differente operano al sud come al nord. Un conto però e dire lottiamo contro lo spaccio un
conto è dire lottiamo contro il narcotraffico, diciamo in fin dei conti la stessa cosa, ma i primi due
termini si fermano all’elemento simbolico e allo spostamento temporaneo del fenomeno, il secondo
affronta il fenomeno in termini strutturali. Esperienze come quelle portate avanti dalla Palestra
Popolare di Perugia o dal progetto dell’arci Torino dicono che è possibile investire su questo
terreno.

Oggi la prevenzione ad esempio è un settore socialmente morto, dovremmo forse investire
di più su questo terreno. Oggi non conta avere uno spazio, conta lavorare socialmente nello spazio.
Il concetto del “ Se il quartiere si muove la paura scappa” può essere uno dei strumenti interessanti
per costruire con pratiche concrete ed moltiplicabili il nostro reinsediamento sociale.

AMBULATORI POPOLARI

Ambulatori sociosanitari per migranti, rom, persone che non riescono o non possono usufruire del
sistema sociosanitario nazionale
E’ da tempo in funzione una rete di “sportelli” i cui nodi sono presenti in numerose città italiane
(Genova, Milano, Pisa, Roma, Siena) solo a indicare le più note. In base alle singole problematiche
territoriali - diverse fra un contesto metropolitano e uno di provincia - gruppi di lavoro hanno messo
in piedi strutture flessibili di intervento e di mediazione, anche sociolingfuistica, necessarie o a
prestare cure specifiche (quindi con la presenza di staff medici) ma, soprattutto ad avviare le
persone ad un rapporto con le istituzioni publiche preposte. Non assistenzialismo quindi ma reti di
protezione sociale che invece di ricadere nella logica di una privatizzazione e di una
esternalizzazione di servizi, si pongono il problema di trovare risposte efficaci a chi è in difficoltà.

Il “disagio” diviene non elemento escludente ma motivo attraverso cui si mettono insieme energie,
competenze, risorse. Il momento in cui si ricostruiscono relazioni sociali e a volte comunitarie che
mirano a permettere a ciascuno di ricostruire una propria autonomia non solo sanitaria ma e
fondamentalmente sociale.