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Il G8 di Genova 4 anni dopo, il processo che non c’è mai stato e quelli in corso

mercoledì 20 luglio 2005

di Beatrice Montini

Il 19 luglio del 2001 mentre Genova attende i capi di stato e di governo degli otto Paesi più industrializzati del mondo, circa 50mila persone “invadono” e colorano le vie del capoluogo ligure al motto “Voi G8 noi 6miliardi”. Una manifestazione imponente e allegra fatta di «palloncini colorati, trombe e tamburi, bandiere, striscioni, slogan, travestimenti buffi e ironici, canti e balli» come ancora si può leggere on line in una delle cronologie che ripercorre quei giorni. Dall’altro lato tombini sigillati, una «zona rossa» fatta di cancelli e grate di ferro (interdetta anche agli abitanti che per entrare doveva mostrare un pass), controlli, perquisizioni a tappeto e migliaia di uomini delle forze dell’ordine, polizia, carabinieri, guardia di finanza dotati di caschi integrali, fondine ad estrazione rapida, manganelli, lacrimogeni, idranti, blindati, carri armati.

A quattro anni di distanza da quelle giornate di luglio quasi più nessuno si ricorda né i palloncini della pacifica e colorata manifestazione del 19 luglio né le decisioni prese dagli “otto grandi” ma vetrine rotte, sangue, pestaggi per strada, macchine rovesciate, black bloc. E soprattutto un ragazzo ucciso da un colpo di pistola sparato da un carabiniere, 93 persone inermi picchiate mentre dormivano alla scuola Diaz, centinaia di manifestanti che dopo essere stati “prelevati” dalle forze dell’ordine nelle strade di Genova vennero segregati e torturati a Bolzaneto.

L’archiviazione

Mentre Mario Placancia, il carabiniere che il 20 luglio di quattro anni fa in piazza Alimonda sparò e uccise Carlo Giuliani, non dovrà mai rispondere dell’omicidio in un aula di tribunale (il caso è stato archiviato dal gup nel maggio del 2003 per «legittima difesa» nonostante restino aperti mille ed inquietanti interrogativi sulla ricostruzione di quello che realmente accadde, come dimostra anche la minuziosa controinchiesta pubblicata sul sito www.piazzacarlogiuliani.org/pillolarossa) Diaz, Bolzaneto e «fatti di strada» sono invece i tre filoni dei processi che tentano di ricostruire quanto accaduto durante quelle giornate che hanno segnato un vero e proprio punto di svolta nella storia come nella memoria collettiva degli italiani. Da un lato dunque i processi contro le forze dell’ordine, quelli che in teoria avrebbero dovuto garantire l’incolumità e la sicurezza dei cittadini e dei manifestanti durante il G8 e che invece sono finiti alla sbarra per imputazioni che vanno dall’abuso di potere alle lesioni, dalla perquisizione arbitraria ai trattamenti inumani e degradanti. Dall’altro le accuse a carico di 25 manifestanti, per lo più riconosciuti attraverso video e foto, sui quali grava la pesantissima accusa di aver «devastato e saccheggiato» l’intera città fra il 20 e il 21 luglio. Un processo difficile e spinoso che però ha portato in aula il dibattimento negato per l’omicidio di Carlo attraverso la ricostruzione di quello che è avvenuto in piazza Alimonda il 20 luglio di quattro anni fa.

L’irruzione alla Diaz

Per l’irruzione e i pestaggi alla scuola Diaz nella notte tra il 21 e il 22 luglio (ma anche per la “perquisizione” non autorizzata nella scuola Pascoli, sede del centro stampa e degli avvocati del Genoa Social Forum) sono stati rinviati a giudizio 28 funzionari della polizia. Tra questi anche alcuni “big” delle forze dell’ordine come Francesco Gratteri, ex direttore dell’anti terrorismo e dello Sco e Vincenzo Canterini, ex comandante del reparto celere di Roma, che, nonostante siano sotto processo, sono stati recentemente promossi. Tutti e 28 sono accusati, a vario titolo, di falsità ideologica, calunnia, lesioni gravi, violenza privata, danneggiamenti, perquisizione arbitraria, percosse. Nonché di aver orchestrato il ritrovamento nella scuola adibita a dormitorio di due bombe molotov e di aver “preconfezionato” l’accoltellamento di un’agente. Il tutto allo scopo di giustificare in qualche modo il blitz e la mattanza che ne è seguita.

Sono 97 invece le “parti lese”: ossia 93 persone picchiate e arrestate mentre stavano per lo più dormendo nella scuola e i quattro feriti fuori dall’edificio e nella Pascoli. Per il momento il dibattimento è arrivato solo alla 4 udienza (riprenderà il 14 ottobre). Ci sono voluti quasi otto mesi solo per avere la nomina definitiva di un collegio giudicante dato che il presidente del primo collegio assegnato, la terza sezione del tribunale, era in fase di trasferimento mentre il giudice a latere stava andando in pensione. Nonostante le opposizioni della difesa è stata accolta la richiesta di costituirsi parte civile per «violazione della libertà di stampa» della Fnsi (il sindacato dei giornalisti) e del Genoa Social Forum (gli organizzatori delle giornate anti-g8). Per il processo sono previsti tempi lunghissimi visto che sono oltre 300 i testi che fra accusa e difesa saranno sentiti in aula in almeno 200 udienze.

I torturatori di Bolzaneto

Calci, pugni, sputi, minacce e «trattamenti inumani e degradanti» di ogni tipo vanno invece in scena nel processo per le violenze e gli abusi di Bolzaneto. Ma dato che in Italia non esiste ancora una legge contro la tortura i 45 rinviati a giudizio (poliziotti, carabinieri, agenti della polizia penitenziaria e medici) dovranno rispondere di abuso d’ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario e anche dell’articolo 3 della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Parti lese 255 manifestanti che nella famigerata caserma furono portati per essere “interrogati” dopo essere stati prelevati durante le manifestazioni o, in alcuni casi, mentre si trovavano all’ospedale. Il dibattimento, a distanza di quattro anni, ancora non è iniziato. La prima udienza sarà il prossimo 12 ottobre. Così come per la Diaz anche questo processo sarà dunque una vera e propria lotta contro il tempo dato che la prescrizione per quasi tutti i reati contestati scatta nel 2008 (ad esempio per lesioni la prescrizione è dopo 7 anni e mezzo). Il che significa che entro quel termine bisognerà arrivare almeno alle condanne di primo grado.

I «fatti di strada»: il processo ai 25

L’unico dei tre grandi processi collegati ai fatti genovesi per il quale il rischio prescrizione non c’è è quello che ha come imputati non le forze dell’ordine ma i manifestanti. È il processo contro i 25 accusati di «devastazione e saccheggio». Insomma: il processo "ai cattivi", il primo processo ad essere iniziato (nel marzo del 2004 anche perchè i pm che lo seguono sono stati esonerati da tutti gli altri impegni) tanto che proprio mentre Genova si appresta per la quarta volta a ricordare Carlo , si chiude la 56ma udienza, l’ultima prima dell’estate. Il reato contestato ai 25 (due arrestati in flagranza gli altri riconosciuti attraverso video e foto) è appunto di aver "devastato e saccheggiato" la città. Un’imputazione per cui si rischiano fra gli 8 e i 15 anni di galera. «Un reato introdotto nel ‘44 che negli ultimi 50 anni è stato usato al massimo 5 volte soprattutto per episodi di vandalismo negli stadi» come ci spiega Emanuele Tambuscio, del Legal Forum, avvocato di uno dei 25 . Un processo molto complesso e difficile. Innanzitutto perché sono stati messe insieme sia gli episodi legati agli scontri avvenuti dopo la carica da parte dei carabinieri del corteo autorizzato delle Tute Bianche (via Tolemaide e piazza Alimonda: a processo ci anche sono tre ragazzi che erano insieme a Carlo Giuliani quando è stato ucciso) sia gli episodi della mattina del venerdì in piazza Manin e al carcere di Marrassi. Insomma, semplificando, i 25 vengono accusati sia di aver resistito alla carica dei carabinieri tirando sassi, costruendo barricate, incendiando cassonetti sia dei danneggiamenti fini a se stessi compiuti dal cosiddetto “blocco nero”. Ma anche in questo caso i fatti somigliano più a «danneggiamenti più o meno aggravati» per i quali è prevista una pena massima di tre anni.

Qualcosa di positivo in tutto questo però c’è, come sottolinea ancora Tambuscio: «La nostra tesi difensiva è che c’è stata una carica folle e ingiustificata da parte delle forze dell’ordine in via Tolemaide e proprio quella carica ha scatenato gli scontri successivi sfociati nell’uccisione di Carlo in piazza Alimonda. In aula quindi si sta ricostruendo nei minimi dettagli quello che è accaduto sia il 20 luglio che il 21. E attraverso le registrazioni delle comunicazioni via radio delle forze dell’ordine è stato accertato ad esempio che la carica al corteo dei disobbedienti in via Tolemaide non era autorizzata mentre alcuni ufficiali dell’Arma hanno dovuto ammettere (davanti all’evidenza delle foto) che un certo numero di carabinieri aveva con se “attrezzatura fuori ordinanza” (ovvero tubi di ferro). Inoltre è accertato che in previsione del G8 erano state create 5 compagnie di carabinieri ad hoc denominate Compagnie di Contenimento e intervento risolutivo (una di queste era quella di Placanica) che, come si capisce dal nome, non dovevano gestire l’ordine pubblico ma, un po’ sullo stile americano, risolvere in maniera energica la situazione. Tant’è che erano tutte comandate da ufficiali paracadutisti del Tuscania che normalmente vengono impiegati nelle missioni all’estro. In parole povere, e per loro stessa ammissione, più abituati a fare la guerra che a trattare con i manifestanti».

Inoltre, proprio per riuscire a ricostruire i «fatti di strada» di quelle giornate di luglio di quattro anni fa, è atteso in aula a a testimoniare anche Mario Placanica, il carabiniere che sparo à Carlo in piazza Alimonda. «Sentiremo cosa dirà in aula - spiega Tambuscio - i suoi colleghi Raffone e Cavataio che hanno già testimoniato si sono contraddetti e confusi più volte. Ma anche s ela pseranza c’è, purtroppo ci sono pochissime possibilità che il processo per l’uccisione di Carlo sia riaperto».

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