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"Il Mediterraneo non sia un abisso di inciviltà" - Intervista a : Predrag Matvejevic

domenica 9 ottobre 2005

Intervista a cura di Umberto De Giovannangeli

«Il muro di Melilla, le acque di Lampedusa. Un’umanità disperata bussa alle nostre porte e ad attenderla trova spesso, troppo spesso, Muri di ostilità; barriere non solo fisiche ma mentali. Il Mediterraneo non deve trasformarsi in un abisso di inciviltà. In gioco non è solo il futuro, la vita di milioni di esseri umani. In gioco ci sono anche i valori, i principi che hanno fondato la civiltà dell’Europa». La tragedia di Ceuta e Melilla, le vergogne di Lampedusa, il presente e il futuro del Mediterraneo, sono i temi al centro del nostro colloquio con l’intellettuale il cui percorso culturale e umano è stato quello di costruire «ponti» di dialogo tra identità, etniche e religiose, diverse e spesso violentemente contrapposte: Predrag Matvejevic.

Dalle enclave spagnole di Ceuta e Melilla continuano a giungere immagini strazianti. Qual è la sua impressione?

«La disperazione torna a riemergere dalle acque e dalla sponda Sud del Mediterraneo. Un Mediterraneo che è lacerato da tempo e più che un mare che unisce appare un mare ostile, che divide. Un mare in cui fa naufragio la tolleranza, in cui si disperde la solidarietà. Ci sono momenti in cui queste lacerazioni diventano più evidenti e tragiche. Ed è ciò che sta accadendo oggi. A Ceuta, a Melilla, ma anche a Otranto e a Lampedusa: così abbiamo potuto osservare gli albanesi che sbarcano sulle spiagge italiane, a Otranto, su gommoni che spesso si trasformano in bare collettive. Abbiamo osservato - qualcuno distrattamente altri indignandosi per questo scempio di vite umane e di diritti inalienabili - i loro viaggi e naufragi organizzati dalle mafie albanese, montenegrina, italiana. Noi in Italia sappiamo come Lampedusa e Pantelleria siano diventate il palcoscenico tragico della povera gente che veniva dalle sponde del Sud del Mediterraneo. Adesso lo “spettacolo” si ripete a Ceuta e Melilla. Un vecchio e nuovo teatro tragico. Il volto dei sopravvissuti, siano essi maghrebini o albanesi, eritrei o kosovari, appare a noi sempre eguale: il volto della sofferenza, di chi chiede conforto e trova spesso solo ostilità e umiliazioni inflittegli; lo sguardo perso nel vuoto di chi ha abbandonato l’inferno ma ha paura di venirne rigettato dentro. Ma è nostro dovere saper distinguere i vari aspetti e le diversità che connotano il fenomeno dell’immigrazione dalle sponde Sud del Mediterraneo...».

Quali sono queste differenze, professor Matvejevic?

«Dai Paesi del Maghreb, dall’Algeria, dalla Tunisia, dal Marocco, bussano alle nostre porte gente molto più giovane di noi e di molto più povera (non dimentichiamo che la sponda Nord del Mediterraneo è quella dei già invecchiati): a spingerli è soprattutto il miraggio del benessere economico che sembra loro lì, a portata di mano, a un "passo" da casa. Poi vi sono i più disperati ancora, quelli che provengono dall’interno dell’Africa che passano attraverso l’aridità del deserto e una povertà umiliante. Questa parte dell’immigrazione è la più disperata e la loro disperazione è pronta a tutto. Non hanno niente da perdere, il rischio non li spaventa. Sperano solo di salvarsi. Questa emergenza nell’emergenza non trova risposta adeguata nell’aiuto di singoli Paesi e di organismi sopranazionali. È un aiuto sempre scarso, insufficiente. E quando la disperazione irrompe nelle nostre case, attraverso immagini strazianti, ecco che qualcuno torna a evocare un "Piano Marshall europeo..».

Come valuta questa ipotesi?

«Molto bene se non fosse che resta, per l’appunto, una ipotesi. Suggestiva certamente ma colpevolmente irrealizzata. L’idea in sé mi sembra comunque migliore rispetto a tante altre che si sono dimostrate alla prova dei fatti insignificanti se non addirittura deleterie. Un “Piano Marshall” potrebbe aiutare l’Europa a uscire dalle proprie contraddizioni. E queste contraddizioni sono più numerose e ben più dolorose di quanto ritenevamo alcuni anni fa».

La sua biografia intellettuale, oltre che la sua esperienza personale, è quella di uno scrittore che ha cercato di costruire, a partire dall’”inferno” bosniaco, “ponti” di dialogo tra culture diverse. Per un “costruttore di ponti” cosa significa trovarsi di nuovo di fronte a Muri come quello preso d’assalto dai disperati di Cueta e Melilla?

«Abbiamo visto vari Muri, difficili, rischiosi che occorreva scavalcare per andare da una parte all’altra dell’Europa. Mi ricordo nel momento in cui scrivevo il mio “Breviario mediterraneo” delle vittime nell’Adriatico, persone che cercavano di passare da una sponda all’altra. Tutti ricordano il Muro di Berlino che spaccava una nazione unica. Questi Muri adesso si spostano e diventano abissi tra le sponde del Mediterraneo. Abissi dove da una parte regna la miseria, e dall’altra una relativa prosperità. Questo appare forse il più grande problema nei rapporti, nei conflitti fra le civiltà. Un conflitto che ha ben altre basi da quelle evocate da Hungtinton...».

E quali sono queste basi?

«Ciò che prende corpo a Melilla, che ritroviamo nella fuga disperata di una moltitudine di diseredati, ciò che connota il “conflitto di civiltà” non sono le differenze fra le culture e le civiltà. No, alla base di questo scontro c’è l’irrisolto conflitto fra la fame e il benessere; vecchio conflitto biblico che si trova di fronte alla nostra civiltà e al nostro umanesimo. Un conflitto che per essere se non risolto quanto meno contenuto, ha bisogno di giustizia, di cooperazione e non certo di muri o filo spinato».

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