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Il Pentagono pianifica l’uso di armi nucleari tattiche contro l’Iran

lunedì 8 agosto 2005

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di Gabriele Garibaldi

“A Washington non è un segreto che gli stessi personaggi dentro e attorno l’amministrazione Bush i quali hanno montato la vicenda irachena si stanno preparando a fare lo stesso con l’Iran. Il Pentagono, agendo dietro istruzioni dell’ufficio del vicepresidente Dick Cheney, ha incaricato lo United States Strategic Command (STRATCOM) di elaborare un piano contingente da impiegare in risposta a un altro attacco terroristico contro gli Stati Uniti del tipo dell’11 settembre. Il piano include un attacco aereo su larga scala contro l’Iran, con l’utilizzo di armi sia convenzionali che nucleari tattiche [le “bunker busters”, ndt]. In Iran ci sono più di 450 obiettivi strategici di primaria importanza, comprendenti numerosi siti sospetti per lo sviluppo di armi nucleari.

Molti di questi sono rinforzati o sotterranei a grande profondità e non possono esser distrutti da armi convenzionali. Da qui l’opzione nucleare. Come nel caso dell’Iraq, la risposta non dipenderà dal fatto che l’Iran sia realmente coinvolto nell’atto terroristico diretto contro gli Stati Uniti. Diversi ufficiali di alto rango dell’Air Force implicati nella stesura del piano sono inorriditi di fronte alle implicazioni di quello che stanno facendo -la preparazione di un attacco nucleare non provocato contro l’Iran- ma nessuno è disposto a compromettere la propria carriera sollevando obiezioni” [Philip Giraldi, “Deep Background”, The American Conservative, August 1, 2005, p. 27].

Le affermazioni di Philip Giraldi -ex membro della CIA e fonte fidata che recentemente ha fornito informazioni sull’Iran a Seymour Hersh- sono un sasso nello stagno dell’informazione riguardante la politica della Casa Bianca verso l’Iran. Il lettore non può che rimanere incredulo di fronte alla prospettiva di un nuovo attacco preventivo “non provocato” -Iraq docet- e sgomento di fronte al “salto di qualità” rappresentato dall’impiego di armi nucleari tattiche a complemento delle operazioni convenzionali. Già stordito dalle cronache di quotidiano orrore in Iraq, può esser tentato dal desiderio di staccare la spina e cullare l’illusione che la “guerra infinita” non avrà ulteriori capitoli. Ma il pessimismo della ragione prende presto il sopravvento sull’ottimismo della volontà, se si cerca di verificare lo “scoop” dell’ex agente della CIA.

Il piano cui si riferisce Giraldi è il “CONPLAN 8022”, già “svelato” da William Arkin lo scorso 14 maggio sulle pagine del Washington Post. Elaborato dallo STRATCOM (un tempo soltanto responsabile dell’arsenale nucleare strategico, ma recentemente riformato e incaricato di pianificare “global strike” -leggi “attacchi preventivi”- con opzioni sia convenzionali che nucleari) per reagire alle minacce “imminenti” di Paesi come la Corea del Nord e l’Iran, il “CONPLAN 8022” è stato completato nel novembre 2003. Il “contingency plan” ha predisposto per la prima volta contro i due “Stati canaglia” una capacità offensiva e preventiva che combina i mezzi convenzionali con quelli nucleari, quest’ultimi da usare nel caso che l’intelligence suggerisca l’imminenza di un attacco nucleare nemico contro gli Stati Uniti o per distruggere bunker sotteranei. La sottile linea che separa le due opzioni -per non parlare dell’affidabilità di cui ha dato prova la CIA nella vicenda delle “armi di distruzione di massa” irachene- rende drammaticamente probabile l’impiego di quella nucleare.

Il concetto di “global strike” è stato sviluppato dall’Air Force sotto le amministrazioni Clinton, nel tentativo di potenziare il potere aereo per ridurre il dispiegamento di truppe terrestri. Ripreso dall’amministrazione Bush, si è arricchito di ulteriori elementi nell’ambito del rinnovato STRATCOM, in connessione con la Nuclear Posture Review che ha assegnato allo STRATCOM il compito di elaborare un uso più flessibile dell’opzione nucleare in attacchi contro l’Iraq, l’Iran, la Corea del Nord, la Libia, la Siria e la Cina.

A conferma della rotta impostata, all’inizio della scorsa estate il segretario alla difesa Donald Rumsfeld ha approvato un top secret “Interim Global Strike Alert Order” che chiama le forze armate a mantenersi pronte ad attaccare Paesi ostili che stanno sviluppando armi di distruzione di massa (Corea del Nord e, in primis, Iran). Due mesi dopo, il Luogotenente Generale Bruce Carlson, comandante dell’8° squadrone dell’Air Force, ha riferito ai media che la sua flotta di bombardieri B-2 e B-52 aveva cambiato i piani operativi per eseguire il compito assegnato: “Siamo adesso al punto di essere essenzialmente in allerta... Abbiamo la capacità di pianificare ed eseguire attacchi globali... in mezza giornata o meno”.

Dal punto di vista militare, non è davvero un segreto quali siano i programmi dei “falchi” per l’Iran. Mentre la macchina bellica viene messa a punto, la diplomazia -in attesa del fallimento, infine arrivato, dei negoziati della troika europea sul nucleare civile iraniano- non ha ancora dato il via alla sua offensiva, smentendo le previsioni sul timing della crisi avanzate da osservatori come Scott Ritter. Indubbiamente i problemi in Iraq e la critica ai motivi addotti a sostegno della guerra hanno consigliato all’amministrazione Bush di non ripetere la campagna propagandistica nei termini del 2002-03.

Ma un nuovo attacco terroristico catastrofico sul suolo americano potrebbe traumatizzare e caricare d’odio un largo settore dell’opinione pubblica, aprendo una nuova finestra di opportunità per attaccare l’Iran. L’attentato sarebbe immediatamente seguito da una massiccia operazione mediatica tesa a dimostrare il legame dell’Iran con il terrorismo. L’idea che Teheran sia l’ispiratrice del terrorismo globale è già apparsa negli scritti di neoconservatori come Michael Ledeen, Kenneth Timmerman e altri.

C’è anche chi, come Jerome R. Corsi, agita lo spettro della inevitabilità di un nuovo 11/9 nucleare, una volta che l’Iran avrà ottenuto l’atomica -per l’autore, come per la Casa Bianca, è questo il reale obiettivo dello sviluppo del nucleare civile da parte di Teheran. Nello scenario descritto nel suo “Atomic Iran: How the Terrorist Regime Bought the Bomb and American Politicians”, una bomba iraniana da 150 kilotoni distrugge New York uccidendo all’istante 1,5 milioni di persone. Per quanto estrema e meno probabile di altre (un analogo attentato con una “bomba sporca”) è, sfortunatamente, un’ipotesi da non escludere -Kofi Annan l’ha evocata all’apertura dei lavori della (fallita) conferenza di revisione del trattato di non-proliferazione nucleare- ma in questo caso è evidente il suo utilizzo a scopi propagandistici.

Poiché un nuovo attentato sul territorio statunitense è, secondo gli esperti, praticamente inevitabile, la Casa Bianca, con l’aiuto di Bin Laden, avrà un pretesto per lanciare un attacco contro l’Iran. E’ probabile che otterrà l’approvazione del Congresso, ma potrebbe anche agire autonomamente invocando l’autodifesa. Le conseguenze sono allo stesso tempo facilmente e difficilmente immaginabili: guerra di civiltà con l’Islam, inasprimento del terrorismo internazionale, reazione di Russia e Cina... Che “diversi ufficiali di alto rango dell’Air Force” siano “inorriditi” di fronte ai piani militari che sostengono la “rivoluzione” neoconservatrice, è indicativo della gravità della situazione. Come lo è il fatto che le speranze di pace siano riposte nell’obiezione di coscienza dei militari. “Nessuno è disposto a compromettere la propria carriera sollevando obiezioni”, ma sarebbe il primo passo per fermare la discesa agli inferi degli Stati Uniti. Seguiti da tutta l’umanità.

http://www.criticalpoint.it/news.php?cod=640