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Il dopo-Kyoto gela l’ambiente a Buenos Ayres

giovedì 9 dicembre 2004


di Vincent Defait

In materia di clima, gli studi scientifici si succedono e si assomigliano. Tutti
prevedono, in proporzioni e scale temporali variabili, un riscaldamento climatico,
accelerato dall’attività umana. In certi luoghi del pianeta, per certi aspetti
le conseguenze si fanno già sentire. Cio’ non toglie che le grandi potenze industriali
hanno ancora difficoltà ad accordarsi sulle azioni da intraprendere. La decima
conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici, che si svolge a Buenos Ayres,
in Argentina, fino al 17 dicembre, non costituirà un’eccezione alla regola. Un’inerzia
che trova il suo fondamento nella logica industriale e finanziaria.

Gli Stati Uniti non ratificano Kyoto

La recente ratifica del protocollo di Kyoto da parte della Russia, che permette al dispositivo di entrare in vigore il 16 febbraio 2005, conferisce tuttavia a questa riunione diplomatica una dimensione particolare. Cio’ "darà veramente molta più forza a questo dibattito", assicurava, lunedi’, Joke Walter-Hunter, responsabile della convenzione-quadro dell’ONU. Tuttavia, questa notizia é controbilanciata dal rifiuto persistente degli Stati Uniti, primi emissari di gas a effetto serra, di ratificare il protocollo.

Nella capitale argentina, dunque, é l’ora del bilancio per le 189 parti della convenzione sui cambiamenti climatici. Entrata in vigore nel 1994, questa convenzione era stata in seguito resa più severa dal protocollo di Kyoto del 1997. Quest’ultimo prevede, per il 2012, una riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra del 5% rispetto al livello del 1990. Una piccolezza se si da credito agli ultimi studi pubblicati in proposito. Inoltre, la convenzione riguarda solo i paesi industrializzati. I paesi in via di sviluppo hanno solo obblighi di inventario.

In fondo, é soprattutto il "dopo 2012" che é in gioco a Buenos Ayres. I paesi ricchi vorrebbero che i più poveri mettessero la mano al portafogli e si impegnassero anch’essi a rispettare certe restrizioni. Una domanda difficile da accettare per certuni, come la Cina e l’India, dove l’attuale crescita é sostenuta da un’elevata spesa energetica. E’ tanto più impensabile per loro dato che gli Stati Uniti, campioni della polluzione atmosferica, rifiutano di impegnarsi oltre in nome della salute della loro economia. Harlan Watson, alto funzionario statunitense, ha dichiarato lunedi’ davanti a giornalisti europei che "la lotta contro il cambiamento climatico potrà essere efficace solo se contribuisce anche allo sviluppo della prosperità (economica) ed al benessere dei paesi del mondo intero". Ed ha aggiunto: "Lo sviluppo economico condiziona l’adozione di misure per combattere il cambiamento climatico."

Constatazione allarmante e risposte rapide

A fine novembre, la prima potenza economica mondiale aveva adottato lo stesso atteggiamento a Reykjavik, in Islanda, in occasione del Consiglio dell’Artico. Eppure trecento scienziati avevano appena consegnato lo studio finora più completo sui cambiamenti climatici del polo Nord, testimone dell’evoluzione del pianeta. Le loro constatazioni erano più o meno allarmanti e richiedevano risposte rapide.

C’é nell’atteggiamento statunitense di che innervosire certi rappresentanti di paesi in via di sviluppo. Lunedi’, questi ultimi mettevano in guardia contro una stigmatizzazione delle loro responsabilità nel riscaldamento climatico. Per farla breve, ci si rimpalla le responsabilità. Il che, per Juan Carlos Villalonga di Greenpeace Argentina, non é di buon augurio. Lucido, egli pensa che "sia un sogno cercare di lottare contro il riscaldamento climatico senza gli Stati Uniti".

Tradotto dal francese da Karl&Rosa

http://www.humanite.presse.fr/journal/2004-12-08/2004-12-08-451497