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Il mio diritto di piangere Carlo come italiana

venerdì 12 dicembre 2003

LIBERAZIONE

Caro Curzi, volevo segnalarti una delle lettere che ho ricevuto in questi giorni.

Un abbraccio

Haidi Giuliani

«... ciò che ti sto per scrivere, mi rimbalza dentro da ieri sera: sul piano personale sono
sinceramente addolorata per la morte degli italiani in Iraq, ma non sopporto questa forzatura a
dovermi sentire afflitta per quanto accaduto in quanto italiana. Prima di tutto perché la morte non
conosce nazione, e dunque perché il fatto che i morti siano miei connazionali dovrebbe accrescere
il mio dolore? Tutti i morti non italiani che ci sono stati dall’inizio, ma anche dalla fine
"ufficiale" del conflitto, non hanno meritato considerazione paritaria dal popolo italiano? La
forzatura al dolore in quanto italiana mi sta stretta perché non devo spartire i sensi di colpa di un
governo che ha scelto di inviare delle truppe in Iraq, contrariamente alla mia opinione; e poi,
perché, personalmente, non mi sento vicina al militare che sceglie di andare a combattere una guerra,
perché di questo si tratta: sono partiti da militari, soldati, consapevoli di quello che
rischiavano, come ammesso ad occhi asciutti dai parenti davanti alla stampa piagnucolona.

A me d’altronde la
cosa non sorprende, come può non stridere l’idea che dei militari partano per ristabilire la pace,
a braccetto con gli americani... A un certo punto di questo rimescolio di pensieri, è spuntato
Carlo. Carlo era italiano, qualcuno si è mai sentito forzato a piangerlo? Carlo è morto su un fronte
che è stato inventato, come quello della guerra in Iraq, ma che non per questo non si è
materializzato, tangibile, nel mezzo della sua città, ben oltre la zona rossa. Carlo è morto per difendere
le stesse idee, giustizia, pace, rispetto dell’altro, che comicamente vengono ora sbandierate come
movente di una guerra, gli sponsor ufficiali dell’intervento in Iraq. Carlo è morto mentre
difendeva se stesso e gli altri da una mano armata dallo stesso nostro governo cui preme tanto portare
valori di pace e giustizia altrove nel mondo.

Carlo è morto senza imbracciare fucili e senza
munizioni, con un estintore tra le mani che era tutto ciò che gli era consentito di brandire per
contrastare la prevaricazione, la minaccia fisica, un estintore rotolatogli tra i piedi, certo diverso
dalle armi intelligenti che hanno spesso dimostrato di essere miopi, provocando la morte di
innocenti. E soprattutto Carlo non poteva sapere esattamente a cosa stesse andando incontro: i militari, ma
anche i civili volati in Iraq, invece, sì. Carlo non era in missione, Carlo credeva di poter
partecipare ad una manifestazione nel civilissimo Paese Italia, in quella sua città che 3 anni più
tardi sarebbe diventata capitale della cultura. Prima di essere nel corteo, certamente sapeva che il
clima non era quello di uno dei tanti cortei consentiti dalle nostre leggi. Non credeva certo di
poter essere in pericolo di vita.

Dopo esserci entrato, nel corteo, forse sì, aveva compreso la
pericolosità della situazione, magari nemmeno fino in fondo, altrimenti, come in una morra cinese,
avrebbe capito subito che "pistola batte estintore"; si sarà anche accorto che la sua sicurezza non
era garantita, ma perché a quel punto avrebbe dovuto tirarsi indietro? Per viltà, o per realismo?
Perché a Carlo si rimprovera ciò che alle vittime italiane in Iraq fa onore, l’essere morti per un
ideale? Chi stabilisce da che parte sta la legittima difesa, da quella del carabiniere che spara o
da quella del manifestante che lancia un estintore? Solo ai militari si riconosce il diritto a
difendersi, anche con le armi, per difenderci dall’aggressione fisica e da quella ai nostri valori?

Nessuno ammetterà mai che a Genova è stata imbastita e combattuta una guerra. E che Carlo difendeva
i valori propugnati dall’Italia, dalla Costituzione della Repubblica. Personalmente e
politicamente, Carlo mi ha rappresentato molto di più; e rivendico il mio diritto di piangerlo come italiana.

Con affetto, Francesca».

Molte cose segnano una vita, molte vite segnano qualcosa che verrà.

Carlo Giuliani