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LADY VENDETTA - Cento ironiche efferatezze dai colori pastello

sabato 7 gennaio 2006

Cento ironiche efferatezze dai colori pastello
Il regista coreano Park Chan-wook e il suo atroce «giudizio universale» domestico.

di ROBERTO SILVESTRI

Un film di abissale violenza, reso sostenibile da un design elegante e dal cromatismo pastello alla moda. Veniamo alle sequenze chiave del film Lady Vendetta di Park Chan-wook, quelle finali. Se un rispettabile professore di inglese, assassino pedofilo, autore di cinque sequestri e omicidi, e dei video che testimoniano le sue efferatissime esecuzioni di bambini imploranti, venisse dato in pasto, incatenato e senza processo, alle mamme e ai papà delle vittime, e poco dopo la visione degli stessi nastri, che succederebbe?

Ne uscirebbe vivo dall’elettroshock dei cannibali? Riuscireste a reggere sul grande schermo questo doppio gioco «snuff» di asce, forbici e coltelli? E se tutto ciò avvenisse sotto gli occhi di un poliziotto attempato che, 13 anni prima, arrestando come colpevole del soffocamento del primo bimbo una innocente ventenne, non fermò quella sequenza criminale ed è impazzito e paralizzato per i sensi di colpa? Che ne direste del senso dello stato, della tutela dei diritti civili e umani nel paese, membro dell’Onu, in cui si svolge questo teatro della crudeltà, «sconsigliato a spettatori non leghisti»?

E se fosse proprio quell’innocente ventenne (l’attrice Lee Yung-hae, famosa star dei serial tv) a mettere in scena l’atroce «giudizio universale» domestico, per vendicarsi dell’uomo che, minacciandola allora di uccidere la bambina di lei, la gettò in una galera femminile obbligandola a sopravvivere dentro un genere cinematografico così affollato di stereotipi come il «carcerario»?

Come fareste a trattarla da eroina, nonostante la sua strategia, metà femme fatale metà leninista di «presa del colpevole»; il lampo di folle santità, il fuoco del suo sguardo da angelo sterminatore, la sua figlia bellissima, poi adottata in Australia e che lei si è riportata a Seul; e la sua arte culinaria, specialità torte buone da morire, visto che il film ci trascina continuamente in vortici sgradevoli e squilibranti, nel lato oscuro delle cose, dove gli spettri delle vittime volentieri colloquiano con gli «ancora vivi» purché parlino in coreano?

Successo record di pubblico in Corea del sud, Park Chan-wook (educazione cattolica) porta nelle sale questo eccentrico film tutto al femminile Lady Vendetta (in coreano il titolo è più perfido: «la gentile signora Keum-ja»), parte finale di una trilogia violentissima, di subdola ironia e esplicitamente metaforica sul suo paese, da poco uscito da una dittatura militare filoamericana devastante, con l’inconscio collettivo irrimediabilmente lesionato.

Leggenda vivente in patria, da quando il re dei cuoricini travestiti da cinici, Quentin Tarantino, gli conferì la più alta onorificenza mai andata a un filmaker locale (un gran premio della giuria a Cannes per Old Boy) il quarantaduenne Park Chan-wook, esponente della nouvelle vague cosmopolita (chiamata, a Seoul, «hanryu» o 386 Generation) sa maneggiare le attrezzature mentali, musicali, vitali, culinarie, narrative e visuali postmoderne con originalità e gusto smodato della provocazione.

Si potrebbero infatti paragonare i momenti più riusciti di questa Lady Vendetta alle lezioni sull’America di John Waters in Killer Mom. Per i continui detour emozionali, l’amore totale che questi cineasti scandalosamente «cattolici» dedicano agli errori dei più deboli, per i folli puri (l’uso del wilderiano «nessuno è perfetto», qui farebbe impallidire contemporaneamente Wilder e Diamond), parallelamente al loro odio cristiano e irriducibile per gli orrori eseguiti da moderati, farisei, ipocriti, poliziotti e ricchi. In sostanza da tutto il popolo sudcoreano, per come è rimasto traumatizzato dal massacro di Kwangju del 1980 e dalla dittatura di Chun Doo-wan.

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