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La guerra di Mario, un incontro tra estranei nella città immutabile

mercoledì 8 marzo 2006

di Pasquale Colizzi

Sospeso tra la visione di Napoli che declina la violenza in mille modi e il suo rovescio, un sentimentalismo reale oltre che esibito, Antonio Capuano ha raccontato la sua città come pochi sono riusciti a fare. L’esordio folgorante, con Vito e gli altri e Pianese Nunzio 14 anni a maggio, aveva di colpo sotterrato quanti pretendevano di arrivare ai piedi del Vesuvio con microfono e telecamera a spalla per un servizio "dalle realtà degradate". Poi il suo sguardo attento a rimanere sempre all’essenziale, senza la tentazione di premere l’accelleratore sul sensazionalismo, si è rivolto all’aspetto magico e simbolistico della popolazione partenopea (I vesuviani e Polvere di Napoli). Per tentare infine una sintesi molto intensa, oscura e destabilizzante in Luna rossa: una famiglia malavitosa raccontata come incarnasse una tragedia greca che si svolge nella città-teatro.

La guerra di Mario segna quindi un atteso ritorno e la conferma, dopo cinque anni di assenza dagli schermi, che Capuano si colloca nel novero dei pochi "autori" del cinema italiano. Napoli resta per certi versi una realtà immutabile, come la vicina Pompei, nell’eterno convivere tra l’ala orientale e quella occidentale. Alcuni quartieri godono di una condizione di "extraterritorialità" che nessuno ormai si sogna di mettere in discussione. Ma per Mario (Marco Grieco), nove anni trascorsi tra Ponticelli e case famiglia per poi essere affidato in prova a nuovi genitori, quelli sono soltanto luoghi dell’eredità culturale.

Che tornano ossessivi nella mente del bambino, come marchi indelebili, con flashback in bianco e nero nei quali niente si vede. Soltanto il suo sguardo, che all’improvviso trascolora e lo rimette in contatto con quel mondo al quale appartiene come per un incantesimo. La voce racconta avvenimenti sanguinosi, rituali di violenza, fatti che non importa abbia vissuto lui o rappresentino il bagaglio comune necessario a sopravvivere in quei posti. Mario ha un compagno immaginario, Shad-sky, che gli suggerisce parole di guerra, le stesse che il regista ha preso dai testi scritti dai bambini soldato africani.

Giulia (Valeria Golino) e il suo compagno Sandro (Andrea Renzi) sono invece borghesi colti e agiati, che si rapportano a Mario in maniera diversa. Con pazienza (diffidente) Sandro, giornalista della sede Rai campana, che infatti rinuncia a capire il bambino. Con comprensione steineriana Giulia, insegnante d’arte, che nella sua lotta quasi ideologica per avvicinarsi decide di accettarlo completamente, senza giudicare. Soltanto pensa che possa essere d’aiuto mettergli a disposizione gli strumenti dell’arte e dell’intelligenza.

Mario suo malgrado diventa un esperimento, una specie di animale selvatico portato in un’"altra" città, che è sempre dentro Napoli. Si sente estraneo, senza radici, un futuro inafferrabile. "La guerra" che conduce dal suo esilio non è quindi rivolta alla nuova madre, che a suo modo riesce a toccargli il cuore. Il suo è un istinto sovversivo che si alimenta di una vitalità non reprimibile. Giulia lo capisce, ne gode appieno e così, quasi egoisticamente, riesce a scuotere la sua piatta esistenza da borghese sazia e benestante. Di quel mistero, di quel bambino già adulto ma in fondo ingenuo, per certi versi si innamora.

Capuano capovolge la figura di Valeria Golino in Respiro di Crialise. Stavolta è lei a subire la fascinazione istintiva di Mario, non è più l’"oggetto" misterioso che attrae magneticamente. E resta una protagonista perfettamente credibile in una Napoli che, sebbene appaia poco, permea le atmosfere della pellicola. Luca Bigazzi ha scelto una luce metallica ma naturale per fotografare una città che Capuano ha ripreso per scorci diagonali, evitando qualsiasi rimando ad immagini da cartolina.

La colonna sonora è quella del traffico permanente, che dice molto con pochissimo. Marco Grieco poi "diventa" Mario a tal punto da dubitare che la storia raccontata sia fiction (sebbene il regista si sia ispirato ad una storia che aveva ascoltato da un’amica). E’ lui ad aspettare che scatti il rosso al semoforo per attraversare. Lui che a scuola dice: «Ho cinque anni e vengo da un altro pianeta, mi dovete aspettare». Lui che guarda un aereo passare e immagina che cambi traiettoria, d’improvviso si metta a creare cerchi nell’aria.

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