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MACché Banlieue. Visioni

domenica 19 febbraio 2006

di Fabrizio Violante

Senza memoria, spaventato e ansimante, un uomo apre gli occhi ritrovandosi nelle viscere dei propri incubi. Nell’intrico inquietante di bui corridoi, soffocato da claustrofobici muri di cemento, cercherà un’impossibile via di fuga tra acuminate punte metalliche, squarci su scene di corpi mutilati, urla e carne dilaniata.

Questo è Haze, straziante ultimo video di Shinya Tsukamoto, autore culto del visionario Tetsuo, che agli inizi degli anni ’90 ha segnato a fuoco l’immaginario cyberpunk. Fortemente simbolico, Haze è stato presentato dal regista giapponese come la sua personale, estrema visione della disumanizzante città di Tokyo. Haze è il risveglio nella metropoli contemporanea, opprimente bunker di cemento: il corpo divorato, lacerato dallo sguardo lancinante sulla propria condizione, sulle proprie paure. Il cinema entra nel corpo caldo della città e la racconta dall’interno.

Per quanto lo sguardo cinematografico pretenda di mentire, raccontando la sua verità finisce spesso per andare oltre la realtà stessa che rappresenta: come non pensare, ad esempio, all’incredibile assonanza tra le immagini del lungo pianosequenza nel film Les amants réguliers di Philippe Garrel che, fotografate dal bellissimo, notturno bianco e nero di William Lubtchanski, mostrano gli scontri in strada del maggio parigino, le barricate, le auto rovesciate, le cariche della polizia, i fuochi; e le scene delle rivolte nelle banlieues francesi, con le auto in fiamme e i poliziotti in assetto antisommossa, mandate in onda dai telegiornali nel novembre scorso?

Ma le immagini sgranate della televisione poco o nulla hanno restituito della realtà delle periferie e, finita(?) l’emergenza, i notiziari hanno smesso di parlarne. Eppure, considerando oltre ai nuovi quartieri di edilizia popolare anche i vecchi centri minori inglobati dallo sviluppo urbano, ben il trentasei per cento dei francesi vive nelle numerose banlieues dell’esagono. Qui è dalla metà degli anni ’50 che ai confini delle città si sono costruiti grandi agglomerati di edilizia sociale, quartieri sempre più marginali, concepiti per essere autosufficienti e spesso circondati dal verde, «ma che hanno finito per trasformarsi in vere trappole per gli abitanti. Luoghi in cui la segregazione spaziale ha fatto il pari con quella economica, culturale, politica» (Didier Daeninckx).

Se il governo francese ha ciecamente considerato le sommosse dei giovani black-blanc-beur delle periferie solo nell’ottica dell’ordine pubblico, è ancora una volta il cinema che ha urlato la voce più forte sul problema. Penso sicuramente a film come La Haine (L’odio, 1995) di Mathieu Kassovitz, o a Ma 6T va crack-er (La mia città sta per esplodere, 1997) di Jean-François Richet - regista anche del recente remake carpenteriano di Assoult on Precint 13, altra storia di guerriglia urbana -, ma prima ancora ad autori come Jean-Luc Godard che, già negli anni ’60, in Alphaville (1965) o soprattutto Due o tre cose che so di lei (1967), denunciava l’aspetto desolante e da campo di concentramento dei grands ensembles della regione parigina.

Il cinema ci offre le sue visioni (sconsolanti), e il ruolo colpevole dell’architettura ne viene sottolineato come difficilmente le mille parole dei convegni d’architetti o delle riviste di settore potrebbero fare: se è possibile che la verità esploda (blow-up?) in tutta la sua crudezza, è nella finzione dello schermo che questo avviene.
Certo l’architettura si sta muovendo, ma lo fa comunque sempre nei termini consueti interni alla disciplina stessa: coincidenza casuale ma significativa, proprio nei giorni successivi alle violenze nelle periferie ha finalmente aperto le porte il MAC/VAL, museo di arte contemporanea nel cuore della banlieue parigina - a Vitry sur Seine, dove nel 1980 scoppiò una delle prime rivolte di giovani banlieusards - disegnato dallo studio Ripault-Duhart, noto soprattutto per progetti di case popolari (appunto!) e industrie.

E ancora, la Direction de l’architecture francese ha commissionato agli architetti Lacaton & Vassal, autori del rinnovamento del Palais de Tokio di Parigi, uno studio per la riqualificazione dei grands ensembles realizzati negli anni ’60 e ’70.
Il miglioramento degli edifici residenziali popolari e la realizzazione del museo sono certamente interventi necessari e auspicabili, ma appaiono come sempre improntati a regole e modelli non più applicabili tout court, poiché assimilano la periferia ad un sistema identitario che non le appartiene: «la banlieue è oggi portatrice di un’altra modernità, a cui vanno strette le nozioni tradizionali di inserimento e integrazione. Su questa sfida si misura però gran parte del futuro della nostra società» (Alain Bertho).