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Milano, il precario è di moda: sfila Serpica Naro

lunedì 28 febbraio 2005

Chiude con una clamorosa beffa la settimana della moda, nel programma ufficiale la stilista giapponese virtuale, invenzione dei precari metropolitani

di Claudio Jampaglia

Le luci, il tendone e la passerella sono quelle di rito. La settimana della moda si chiude con la sfilata di Serpica Naro stilista giapponese "NonConform": abiti da lavoro, stili urbani e provocazioni giovanili al grido di un nuovo credo "we are the new class" (siamo la nuova classe). Molti curiosi e diverse telecamere in attesa di una contestazione annunciata dalla rete dei precari milanesi. Mentre si accendono le luci nel tendone allestito sul ponte della Bussa, tra il quartiere Garibaldi e l’Isola dove dovrebbe sorgere la "città della moda" che da 10 anni il centrodestra vorrebbe costruire, arriva San Precario. Un centinaio di giovani invade la passerella e si scopre l’arcano.

Serpica Naro non esiste. O meglio è l’anagramma del santo protettore dei senza lavoro-tempo-diritti-salario e la sfilata l’avevano organizzata proprio loro, con regolare permesso e accettazione della Camera della moda. Un meccanismo perfetto, che riscuote persino i complimenti di un responsabile della questura che nulla può eccepire sulle autorizzazioni. E così la settimana della moda si chiude con la sfilata del precariato, una colossale beffa.

Ci hanno messo tre settimane quelli di San Precario (Chaimworkers, Boccaccio e diverse reti) a costruire il trappolone con tanto di collezione disegnata, sito ufficiale, registrazione del marchio, una lista di compratori, partita Iva, ufficio di corrispondenza a Tokyo, riviste (false) sulla notorietà della stilista e il pagamento delle autorizzazioni. Una beffa giocata sul terreno preferito dal mondo modaiolo, la comunicazione, la provocazione e il rovesciamento dell’immaginario con cui i grandi marchi si appropriano di linguaggi e culture dell’underground. Questa volta il mondo come vetrina porta in passerella la precarietà.

Sette abiti per la stagione del lavoro 2005, come la "TuttaT job on call", un pigiamone con cuscino e sveglia pronto a trasformarsi, come il più classico double face, in tuta da lavoro, "un’entusiasmante richiamo alla legge 30, sempre pronti alla chiamata notte e giorno". Oppure come "Mobbing Style", "quando per lo sfinimento non ce la fai più dai comodi tasconi dei pantaloni escono decine di palline antistress e riparti". Poi c’è l’abito da sposa per lavoratrici migranti, d’altronde "l’unica possibilità per avere la cittadinanza italiana con la Bossi-Fini" è sposarsi un italiano"; e il modello "Pregnant Lady" per nascondere al padrone in un ampia sacca la gravidanza causa di licenziamento. Per finire con "Call Donald / Mc Center", di giorno a friggere patatine, la sera al call center: da urlo.

Dopo i modelli di Serpica sfilano le autoproduzioni perché di veri creatori di moda ce ne sono, come Sailor Mars un inglese che recupera indumenti mischiandoli in uno stile vintage-trash, e alcuni spagnoli legati al gruppo più creativo del precariato iberico Yo Mango. Serpica Naro è uno spazio dove si crea, comunque, anche moda. Il marchio registrato diventerà un "metabrand" da utilizzare in tutta Europa per dare cittadinanza a una rete di stilisti del precariato e continuare a rovesciare il senso della moda.

Si chiude così una settimana di agitazione dei precari iniziata con un’incursione da Prada e un fuori programma da Laura Biagiotti: uno striscione calato dalle quinte - "La precarietà è di moda" - tra applausi e incomprensioni di giornalisti e ospiti stranieri che non decifravano bene finzione e realtà.

Il mondo della moda non pare averla presa bene.

http://www.liberazione.it/giornale/050227/default.asp

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