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Non paghi, non ti curi. Il nuovo film di Michael Moore

mercoledì 19 luglio 2006

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La sanità americana sotto accusa in “Sicko”, l’ultimo lavoro del regista che sarà in sala l’anno prossimo. Un atto di denuncia contro lo strapotere delle assicurazioni private, la latitanza dello Stato e le responsabilità dei politici

di Miriam Tola New York

Nel 2004 sei giganti dell’industria farmaceutica americana, tra cui Pfizer e GlaxoSmithKline fecero circolare un ordine interno che invitava i dipendenti ad evitare come la peste un «tipo trasandato con un cappello da baseball». L’uomo, facile a dirsi, era Michael Moore. Nonostante l’altolà il regista di Flint, Michigan, ha quasi concluso le riprese di Sicko (che in slang sta per “malato”), il nuovo film sul sistema sanitario statunitense.

In una lettera postata qualche giorno fa sul sito www.michaelmoore.com ha annunciato che presto comincerà il montaggio e che l’uscita nelle sale è prevista per il 2007 (distribuira’ la Weinstein Co.).

«Abbiamo passato buona parte di quest’anno girando il nostro prossimo film Sicko - si legge nella lettera - come è successo con gli altri film, non ne parliamo mentre li facciamo. Se qualcuno chiede diciamo che Sicko è una commedia su 45 milioni di persone senza assistenza sanitaria nel paese più ricco del pianeta. Ma, come è accaduto con gli altri film, le premesse (General Motors, armi, 11 settembre) non sempre corrispondono alle conclusioni.

Lungo la strada abbiamo scoperto altre vie, che spesso ci hanno sorpreso e portato a nuove idee e spinto a riconsiderare il punto di partenza. Questo - lo posso dire con certezza - sta succedendo durante le riprese di Sicko. Non credo che il paese abbia bisogno di un film che dica che il sistema sanitario e le compagnie farmaceutiche fanno schifo. Lo sanno già tutti. Vorrei mostrare qualcosa che il pubblico non conosce. Credo che vi piacerà».

L’idea del film è nata prima di Fahrenheit 9/11. Nel 1999 Moore, aveva simulato il funerale di un paziente fuori dal quartier generale di una compagnia di assicurazione. L’uomo rischiava di morire perché la copertura di un intervento al pancreas gli era stata negata. Moore si occupò del caso nel suo show televisivo The Awful Truth e l’assicurazione fu costretta a cedere. Il regista cominciò a ricevere decine di lettere con storie dell’orrore sulla sanità e decise di realizzare un documentario. A febbraio di quest’anno ha incoraggiato gli americani a mandargli nuove storie.

Con il tono populista che fa venire la pelle d’oca ai detrattori ha chiesto “Vi siete mai trovati in bancarotta perché non potete pagare il conto dell’ospedale per vostro figlio? Questa è la vostra occasione, scrivetemi. Abbiamo bisogno di avere qualcuno di voi nel nostro film per mostrare al mondo cosa fa il più grande paese della storia dell’universo alla sua gente che ha semplicemente la sfortuna di ammalarsi. Perché ammalarsi, a meno che non siate ricchi, è un crimine, un crimine per cui dovete pagare, qualche volta con la vita».

Nell’ultima dichiarazione on-line Moore ha fatto sapere che oltre 19 mila persone hanno risposto al suo appello. La situazione della sanità americana è illustrata con dovizia di dettagli in Critical condition (2004), l’inchiesta firmata da Donald L. Barlett e James B. Steele, premi Pulitzer del Time. Nel 2001, la spesa per la salute pro capite negli Stati Uniti ammontava a 4.887 dollari, il 75% più del Canada e il 200% più della Spagna dove però l’aspettativà di vita media è di oltre due anni più lunga. In sintesi, sottolineano Barlett e Steele con efficace metafora automobilistica, «gli americani pagano per un Hummer ma ottengono una Ford Escort».

Nel 2004 John Kerry sfidò Bush con un piano di riforma per estendere l’assistenza sanitaria a 26 dei 45 milioni di americani non coperti da una assicurazione privata. I repubblicani risposero con una serie di spot pubblicitari accusando il candidato democratico di voler mettere la salute pubblica sotto il controllo dei burocrati di Washington. C’è da scommettere che il tema si riproporrà nelle elezioni presidenziali del 2008 e pare che la campagna elettorale dell’industria farmaceutica sia già cominciata. Secondo un recente articolo del New York Times uno dei cavalli vincenti si chiama Hillary Clinton. Già, proprio lei, la donna che negli anni Novanta mise a punto un piano di riforma semi-rivoluzionario e accusò l’industria della salute di “sciacallaggio”.

Ora però il conflitto sembra acqua passata e i dati del quotidiano newyorchese dicono che la possibile candidata alla presidenza, ora in corsa per la rielezione al Senato nello stato di New York, da inizio 2005 a oggi, avrebbe ricevuto contributi per oltre 850 mila dollari da aziende produttrici di farmaci, compagnie di assicurazione, ospedali e associazioni di categoria. Solo il senatore Rick Santorum, repubblicano della Pennsylvania, fa meglio di Hillary.

Stando alle cifre Hillary potrebbe essere uno dei bersagli del regista di Sicko. Durante la campagna promozionale di Fahrenheit 9/11, Moore disse: «Il sistema sanitario è una delle piaghe del mio paese, e ne hanno una grande responsabilità anche i democratici, a cominciare da Hillary Clinton, che fece una battaglia per una riforma radicale per poi lasciare il campo alla reazione della destra».

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