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"North Country", Charlize combatte da operaia contro la discriminazione sessuale

martedì 7 febbraio 2006

Roma, Theron presenta il suo ruolo di vittima di abusi in miniera nel film "North Country", per la regia di Niki Caro
Charlize, eroina anti-molestie commuove e (forse) bissa l’Oscar Ma la diva sdrammatizza la corsa al premio più prestigioso "Non temo la concorrenza perché non sento la statuetta già mia"

di CLAUDIA MORGOGLIONE

ROMA - A ruoli da Oscar, Charlize Theron ci ha già abituati. E infatti nell’albo d’oro della mitica statuetta lei, bionda e bellissima sudafricana trapiantata a Hollywood, figura già: il premio infatti l’ha vinto due anni orsono, nei panni di serial killer donna in Monster. E adesso, la diva rischia (si fa per dire) il bis, per la sua interpretazione di un’operaia sessualmente molestata in North Country.

Una prova difficile, sofferta, ispirata a una vicenda realmente accaduta, che le ha procurato questa seconda candidatura come miglior attrice protagonista. Merito della sua bravura, certo, ma anche di uno di quei ruoli che sembrano fatti apposta per fare incetta di premi. La storia infatti ruota tutta intorno a una donna separata, con due figli a carico, che torna nel Minnesota, trovando impiego presso una miniera. E qui cominciano i guai: perché in un ambiente così ristretto, in cui gli uomini sono padroni incontrastati del "territorio", i colleghi mal sopportano il suo arrivo. Da qui il mobbing, le molestie. Fino a quando lei non decide di ribellarsi e di rivolgersi in tribunale. Mostrando una grinta e una determinazone fuori dal comune.

Insomma, una trama perfetta per mettere in risalto le capacità di qualsiasi attrice. E col pubblico inevitabilmente portato a tifare per lei, per il suo riscatto, per la sua vittoria. Il tutto, va detto, in un contesto assai poco glamour, in cui Charlize - ex top model, ex icona di spot Martini - deve sfoggiare trucco e abbigliamento da operaia. Niente a che vedere, comunque, con la trasformazione a cui l’aveva costretta Monster, dove appariva non solo malvestita, ma anche brutta. Imbolsita, ingrassata, lo sguardo opaco: in una parola, irriconoscibile.

E adesso, in attesa di vedere (il 5 marzo) il risultato degli Oscar, la Theron è a Roma - con la regista Niki Caro, e con uno degli interpreti maschili, Sean Ben - per promuovere North Country. Occasione in cui la diva sfoggia la consueta "sportività", sulla corsa alla statuetta: "Non sento di avere l’Oscar già in mano, per questo non posso temere la concorrenza delle altre candidate. Ma la cosa bella di questi premi è che anche film considerati rischiosi - di quelli che gli studios non vogliono produrre - alla fine vengono premiati". In ogni caso, si tratta di un riconoscimento da non prendere troppo sul serio: in fondo è solo un soprammobile - ironizza - "non serve nemmeno a lavare i piatti...".

Sarà: ma qualsiasi attore non può non sperare di accaparrarselo. Anche per lanciare sul mercato internazionale il film. Un drammone che ha, tra i motivi d’interesse, l’ambientazione in un mondo poco esplorato, come quello dei minatori. E in contesto che, almeno a noi spettatori italiani, appare assai remoto: la vicenda si svolge infatti nel freddo e nei paesaggi imbiancati del Minnesota. Situazione esotica anche per la protagonista del film, sudafricana doc: "Mentre giravamo, guardare la neve appena caduta era fantastico, specie al mattino - ricorda - anche se solo dalla finestra... quando uscivi, era un po’ più difficile apprezzarla".

Quanto al tema del film, la Theron sostiene che si tratta di un argomento quanto mai attuale: "La discriminazione per sesso non è una cosa solo del passato, e che avveniva solo in certe zone degli Usa. Quando ho fatto le mie ricerche per il ruolo ho scoperto che a New York e Chicago gli avvocati sono pieni di cause per molestie sessuali". Sempre più donne, dunque, si ribellano. E una delle prime è stata proprio l’operaia a cui la pellicola si è ispirata: "La strada che ha imboccato è solitaria, ma lei non esita e facilita il percorso di chi si troverà nelle stesse circostanze difficili. Questo richiede una persona speciale, forte. Mi piace come trova il coraggio che non credeva di possedere".

E anche lei, Charlize, di coraggio ne ha avuto da vendere. Come ha dimostrato alcuni anni fa, quando è uscita dal ruolo, dorato e un po’ immobile, di top model, per scommettere sul cinema, sulle sue capacità recitative. E i fatti le hanno dato ragione: che bissi o meno la vincita della preziosa statuetta, il prossimo 5 marzo, il suo posto - nell’Olimpo delle vere attrici - non può essere più messo in discussione.

(6 febbraio 2006)

http://www.repubblica.it/2006/b/sez...

North Country Il semplice inizio di un percorso che cambia la vita

E’ in uscita in questi giorni sugli schermi cinematografici un film che testimonia ancora una volta la distanza che ci separa dall’integrazione competa della donna sul posto di lavoro. Il film si intitola North Country. Qando Josey Aimes (il premio Oscar Charlize Theron) prende posizione contro la compagnia mineraria in cui lavora, “non sta cercando di diventare una leader o di fare una dichiarazione di intenti”, dice la regista Niki Caro, che ha suscitato interesse in tutto il mondo con “La ragazza delle balene” (Whale Rider) nel 2002. “Voglio solo quello che ogni genitore vuole, offrire una vita decente alla propria famiglia”. La sua protesta inizia come un fatto personale, “Non si rende conto che sta per lanciarsi nella battaglia della sua vita”.

Josey Aimes è la madre single di due figli. Appena separata e senza un altro posto dove andare, torna a casa dei genitori (il premio Oscar Sissy Spaceck e Richard Jenkins di “Six Feet Under”) che l’accolgono con emozioni contrastanti. Legati alle tradizioni e preoccupati della loro reputazione in quella piccola comunità, pensano che debba riconciliarsi con il marito, ma per Josey, questa volta, non c’è ritorno.
Decisa a rendersi autonoma il più rapidamente possibile, Josey scopre che il mercato del lavoro offre poche possibilità, ma poi incontra una vecchia amica, Glory Dodge (il premio Oscar Frances McDormand), che le fa balenare una possibilità che non aveva preso in considerazione, la miniera della zona.

Glory è una delle poche donne della miniera e l’unica rappresentante sindacale di sesso femminile, da quando il suo compagno Kyle (Sean Bean di “Il Signore degli anelli”) si è infortunato sul lavoro ed è costretto all’inattività, e le fa un quadro chiaro della situazione. E’ un lavoro fisicamente pesante, le lascerà i muscoli doloranti. L’impianto è sudicio e umido, il pozzo può essere pericoloso e l’aria densa di fuliggine, ma il peggio non è questo. I lavoratori sono quasi tutti uomini e non sono esattamente cordiali.

Anche se molti sono brave persone e quasi tutti hanno la gentilezza di tenere per sé le proprie opinioni, ci sono alcuni che colgono ogni occasione per ricordare che le donne lì non sono le benvenute, aggiungendo una sfilza di insulti, insinuazioni, battute volgari e scherzi che spesso superano il confine tra umorismo da caserma e molestie sessuali. “La miniera è una zona franca per loro”, dice Caro, “dove pensano di poter dire e fare cose che non direbbero o farebbero normalmente. Pensano che le donne abbiano invaso il loro territorio. Vorrebbero che se ne andassero”.

Dovrà essere forte, l’avverte Glory. Far finta di niente. Tenere la bocca chiusa e occuparsi dei propri affari. Quello che conta è il salario, dice. Nessun altro lavoro in città viene pagato come quello in miniera. Con quei soldi Josey potrebbe addirittura pensare di comprarsi una casa. Josey firma il contratto, malgrado i timori della madre e l’opposizione del padre. Anche lui ha fatto il minatore per tutta la vita e si è sempre opposto all’inserimento delle donne e quindi prende la decisione della figlia come un’offesa personale e non le rivolge più la parola. E’ solo il primo assaggio di quello che l’aspetta.

Anche se era stata avvisata, Josey rimane sorpresa dal livello di tensione nella miniera. Ancora più imbarazzante è la scoperta che una delle persone che più la offende è un suo vecchio compagno di scuola, Bobby Sharp (Jeremy Renner, “S.W.A.T.” e “Dahmer”) ora supervisore dei turni e uno dei suoi capi. Ma non ha tempo di preoccuparsi per Bobby, ci sono altri problemi più immediati, ad esempio spiacevoli sorprese nel suo armadietto o nel suo portapranzo.

“La storia analizza quell’area grigia dell’interazione maschio/femmina e la gradualità tra innocuo e offensivo”, dice Caro, sottolineando che “North Country” è un racconto di fantasia, ma che si è ispirato a esperienze reali. “Non è tutto o bianco o nero, o prudentemente politicamente corretto. Quello che succede a Josey e alle sue colleghe ha un effetto cumulativo e “North Country” lo esamina da varie angolazioni. Non è semplice. Ci sono atti e reazioni che sono parte della natura umana. Un uomo dice una battuta volgare, una donna risponde per le rime, si tratta di un’affermazione esplicita o di qualcosa di fisico... a che punto ferisce? Dov’è il limite?” Quando Josey sente che il limite è stato oltrepassato, entra in azione. Inizia con il suo supervisore e poi via via risale tutta la linea gerarchica fino al presidente della compagnia, esprimendo le sue preoccupazioni, ma viene sempre ignorata, trattata con condiscendenza o invitata a licenziarsi. Ma il problema è che lei non vuole licenziarsi. Vuole lavorare.

Nel frattempo deve subire anche l’ostilità inaspettata delle sue colleghe di lavoro, donne che lei sta cercando di aiutare e sulle quali contava. Sotto molti aspetti Josey è ancora un’estranea e fatica a capire che queste donne, Glory, le sue amiche e perfino la nuova arrivata Sherry (Michelle Monaghan di “Mr. e Mrs. Smith”), si sono adattate alla situazione, ognuna per le proprie ragioni, e hanno accettato le difficoltà in cambio di quella buona paga che sono decise a tenersi stretta.

Più Josey protesta, più le molestie diventano pesanti e personali.

Con il passare del tempo anche la sua amicizia con Gloria subisce delle ripercussioni, esattamente come il rapporto dei figli con i compagni di scuola e dei genitori nella cerchia delle loro amicizie.

Forse l’esperienza più sgradevole per Josey non è il trattamento che riceve in miniera, ma quando scopre che le sue colleghe, cui ha chiesto aiuto, le voltano le spalle, dice Caro. “Non è una storia in cui tutti gli uomini sono cattivi e tutte le donne buone, perché non è così, non sarebbe un buon servizio alla complessità delle relazioni umane. Ci sono situazioni in cui sia gli uomini che le donne si comportano in modo sgradevole e altre in cui mostrano grande compassione. Questo è uno dei motivi per cui ho trovato il progetto così interessante e onesto”.

Scelta per il ruolo di Josey Aimes, che alla fine diventa il parafulmine della paura, della rabbia, dell’incertezza e della speranza di tanta gente, Charlize Theron vede il conflitto soprattutto come una questione di sopravvivenza. “Josey entra in un mondo in cui la tensione è già alta e dove la forza lavoro esistente, quasi tutti uomini, si sente minacciata dall’arrivo delle donne. Quando è in gioco la sopravvivenza, ognuno fa quello che deve fare, compresa Josey”.

Riferendosi a una delle prime scene con Josey e Glory, che si svolge dopo la prima difficile settimana di lavoro, Theron nota che “il mio personaggio assapora per la prima volta la vera indipendenza e la soddisfazione di avere uno stipendio. Finalmente si sente viva e farà di tutto per continuare a sentirsi così”.

In parte per la storia personale di Josey, che scopriremo nel corso del film, Caro suggerisce che “si inizia a capire perché per lei sia così importante lottare in questa situazione e non esista l’opzione di sopportare come scelgono di fare le altre donne”. Il crescente impegno di Josey nel farsi ascoltare trova un alleato inaspettato in Bill White (il candidato all’Oscar Woody Harrelson) un avvocato appena tornato in città dopo un’esperienza professionale e personale negativa a New York. Sapendo che Josey ha poche speranze di vittoria, White decide di intentare una causa collettiva per molestie sessuali, il problema è coinvolgere altre donne. La struttura movimentata della sceneggiatura di Michael Seitzman mostra come, spiega Caro, “le cose che sono successe in passato, in particolare in una piccola comunità come questa, riemergono inevitabilmente”.

Seitzman dice: “L’aula di tribunale è il motore della storia, ci permette di conoscere la vita di Josey e capire come gli avvenimenti del suo passato non abbiano influenzato solo la sua storia, ma anche quella delle persone che le sono più vicine”.

“North Country” non solo offre uno spaccato della vita all’interno della miniera e delle battaglie personali sostenute da alcuni lavoratori contro la direzione e contro altri lavoratori, ma analizza anche le relazioni tra Josey Aimes e gli abitanti della piccola comunità, mostrando cosa li sostiene e cosa li tiene uniti.

“Le dinamiche dei personaggi sono al centro della storia”, dice Caro, citando alcuni dei conflitti che scoppiano sullo sfondo della miniera. “Il difficile rapporto di Josey con il padre; l’iniziale rancore del padre verso la figlia che poi si trasforma in comprensione del suo punto di vista; le difficoltà di Josey in quanto madre single, in particolare con il figlio adolescente che sconta a scuola le conseguenze della sua azione legale; l’amicizia di Josey con le altre donne e la loro crescente opposizione alla sua decisione di fare causa; e l’intenso rapporto tra Josey e Bobby Sharp. C’è grande tensione tra loro”.

“Le considero due storie che si intrecciano”, afferma Seitzman. “Una è su una donna che lavora in una miniera dove gli uomini non la vogliono. L’altra è su una donna che arriva a patti con il proprio passato e come questo coinvolga la sua famiglia e il suo futuro”. Dato l’impatto di queste due storie e la loro complessità, il produttore Nick Wechsler è stato molto attento alla scelta del regista e ha voluto Caro fin dall’inizio “per la sua abilità nell’affrontare storie complesse dal punto di vista emozionale senza essere melodrammatica. Il suo tono è sempre fresco e naturale”.

Wechsler, che annovera nella sua carriera alcuni dei film più provocatori e interessanti degli ultimi 15 anni (“Requiem For a Dream”, “Quills”, “Eve’s Bayou”, “I protagonisti”, “Sacrificio fatale”, “Drugstore Cowboy”, “Sesso, bugie e videotape” e il recente “Fierce People”, presentato al Tribeca Film Festival), dice che “uno degli aspetti che mi avevano maggiormente colpito della regista di “La ragazza delle balene” era stato il suo esplorare una cultura indigena che non le apparteneva con vera empatia, mentre il suo primo film, “Memory and Desire” si immergeva in una cultura famigliare e raccontava una intricata e tragica storia d’amore. Quando ho incontrato Niki la prima volta, lei si è subito innamorata di “North Country”. “Quello che incoraggia della storia”, conclude Caro, “è l’istinto di Josey e il suo coraggio nello sfidare la miniera anche se nessuno la supporta”.

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