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Ogm: informazione modificata

venerdì 8 dicembre 2006

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di Mario Capanna

Avrebbero dovuto salvare la vita ai poveri e migliorarla ai ricchi, insomma fare tutti felici e contenti, e invece la favola degli Ogm si è rivelata una bufala e le colture transgeniche stanno creando ben più problemi che benefici.

E mentre le biotecnologie in agricoltura seminavano utopie alimentari, quelle applicate alla medicina suscitavano sogni di cure miracolose, con notizie bomba che spesso si rivelavano colpi a salve di interessi privati, ora dell’industria, ora di singoli ricercatori.

Di qualità della scienza, dei falsi miti dei transgeni, della necessità di coinvolgere la società nei processi decisionali, si è parlato in occasione del III Congresso Internazionale sulle biotecnologie, promosso dal Consiglio dei Diritti Genetici, appena conclusosi a Roma.

Agronomi, epidemiologi, filosofi, economisti, genetisti hanno fatto il punto sui dogmi e i conflitti di interesse che ancora sopravvivono in ambito scientifico, con ricadute negative sulla società, l’economia, la politica e anche sulla stessa scienza, troppo spesso intenta a rispondere soltanto alle esigenze del profitto.

Sono emerse numerose prove della incompletezza, manipolazione e simulazione dei dati che inquinano la ricerca biomedica, anche a livello delle più prestigiose riviste specializzate.

Inoltre: il modello di agricoltura industriale fondato sull’uso intensivo dei combustibili fossili (la cosiddetta rivoluzione verde) si sta rivelando fallimentare e la «rivoluzione biotech» è un passo ulteriore nella direzione sbagliata: quella che vede l’agricoltura come un’attività puramente economica e chiude gli occhi sulle conseguenze, per l’ambiente, l’alimentazione,la società. Gli Ogm non sono un’alternativa efficace, né per i paesi ricchi né per quelli poveri. Sono semplicemente l’ultimo anello di una catena che sfrutta (e distrugge), anziché sviluppare, le risorse dell’ecosistema.

È urgente invertire la rotta. Sia nelle società postindustriali che in quelle del terzo mondo, soltanto sistemi agroalimentari, basati sullo sviluppo autocentrato - utilizzo della varietà dei climi, dei suoli, della tracciabilità, della genuinità - potranno sfamare senza impoverire, e contribuire a quella globalizzazione multiculturale, multiproduttiva, democratica e condivisa che è necessaria.

In questa direzione un fatto inedito e di grande portata è emerso in Italia. Un imponente schieramento di forze (dell’agricoltura, della moderna distribuzione, dell’artigianato, delle piccola e media impresa, dell’ambientalismo, dei consumatori, dei biologi, degli economisti agrari) ha sottoscritto, il mese scorso, il manifesto programmatico «L’agroalimentare cuore strategico dello sviluppo».

Una delegazione - insieme a me Paolo Bedoni, Giuseppe Politi, Vincenzo Tassinari (rispettivamente presidenti di Coldiretti, Cia, Coop Italia) - ha incontrato Romano Prodi, che ha manifestato disponibilità sulla richiesta avanzatagli: l’apertura da parte del governo di un dibattito nazionale, che si svolga nella primavera prossima, una consultazione pubblica, vera, di merito - sugli Ogm, le biotecnologie, il modello di sviluppo - che sia occasione preziosa di coinvolgimento e di responsabile crescita conoscitiva dell’intera comunità nazionale. È questa la strada maestra attraverso cui il governo dei nuovi problemi, posti dalle biotecnologie in ogni campo, può dispiegarsi, non al di sopra - né, tanto meno, contro - la società, ma, all’opposto, coinvolgendola nella sua interezza. È qui, esattamente qui, che si costruisce la strada della innovazione autentica, che si radica nel presente e si volge al futuro. È fuori di dubbio che in questo modo l’Italia si renderebbe protagonista di una scelta d’avanguardia, esemplare e beneficamente contagiosa a livello europeo, quella di creare un nuovo modello di innovazione. Una scienza scollegata dalla comprensione dei cittadini, autoreferenziale e isolata nei propri saperi, può al massimo produrre «scoperte». Perché esse diventino innovazioni reali è necessaria la condivisione, dunque la conoscenza e l’accettazione informata e consapevole delle comunità umane.

L’autore è presidente del «Consiglio dei Diritti Genetici»

Pubblicato il: 06.12.06 UNITA’