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Parigi contro Bagdad, diplomazia ai ferri corti

lunedì 6 settembre 2004

Ansia per i due reporter rapiti. Il "doppio ricatto" alla Francia

di Daniele Zaccaria

Che tra Parigi e Bagdad non scorresse buon sangue si era capito da tempo. Anche comprensibile: la Francia è stata la nazione occidentale più ostile alla guerra in Iraq, e oggi il paese arabo è governato da un fido proconsole degli Stati Uniti, i quali sono i principali fautori della guerra in Iraq. Per la proprietà transitiva, il rapporto tra Allawi e Chirac non nasce sotto il segno della concordia. E così è stato.

Il sequestro dei reporter Chesnot e Malbrunot ha però acutizzato la crisi che ha raggiunto il cosiddetto punto di non ritorno.

Poche ore dopo il rapimento, Allawi interviene con una dichiarazione tanto sgradevole quanto, in fondo, prevedibile, ammonendo la Francia a «essere meno passiva e a fare di più contro il terrorismo»: e cioè ad inviare anche lei soldati sul fronte ircaheno. La reazione del Quay d’Orsay, non s’era fatta attendere: «Sono parole indecenti» ha replicato un portavoce del ministro Barnier. In effetti Allawi, peraltro l’unico ad aver vantato contatti diretti con il gruppo dei sequestratori, è sembrato quasi compiaciuto nel constatare che i francesi «che si credevano immuni», si stavano infognando nel pantano iracheno. In questi giorni fitte di trattative e mediazioni per il rilascio, Barnier è stato in Egitto, Giordania e Qatar, ma non si è mai sognato di andare a Bagdad, dove sarebbe stato accolto con freddezza e diffidenza, né di contattare il Comando Usa, il quale non avrebbe fornito alcun aiuto per ritrovare Chesnot e Malbrunot.

Nel frattempo da Washington tutto taceva. Il Dipartimento di Stato, di solito così zelante nel commentare le scorrerie della resistenza irachena, in questo caso non scrive neppure due righe di comunicato sui giornalisti finiti nelle mani dell’"Esercito islamico". Silenzio assoluto. Al contrario, George Bush senior approfitta della situazione per sferrare l’affondo agli odiati "mangia rane": sugli schermi dell’Nbc afferma che ora Parigi «dovrà dare ragione alla Casa Bianca sulla lotta al terrorismo», cioè dovrà chiedere scusa al figliolo George. W. Ma più il "premier" iracheno e i suoi padrini mulinavano colpi, più le cose andavano nella direzione opposta a quella da loro immaginata.

Il sostegno che tutto il mondo musulmano, dalla Lega araba alle componenti "jhiadiste", ha espresso nei confonti dell’Eliseo e degli ostaggi ha mandato fuori di testa il "partito della guerra", che si è specchiato ancora una volta nella sua incapacità di costruire ipotesi politiche democratiche e praticabili nello scenario del "Grande Medioriente". La diplomazia transalpina è riuscita invece in pochi giorni a federare più consensi di quanti ne potrà mai raccogliere nei secoli la coalizione degli occupanti. E il motivo è molto semplice: nessun soldato francese occupa il territorio iracheno. Il gollista Chirac, nel discorso alla nazione pronunciato subito dopo il rapimento di Chesnot e Malbrunot, non solo non è caduto nella trappola retorica della «lotta al terrore», ma è riuscito con abilità a sottrarsi al doppio ricatto di rapitori e coalizzati: la legge sul velo ovviamente non è stata abrogata, anzi, i leader musulmani francesi hanno invitato a rispettarla per non legittimare i «traditori dell’islam». Quell’"Esercito islamico" di cui molti nell’opinione pubblica araba sospettano addirittura l’autenticità. Parigi dal canto suo non ha cambiato politica, ritenendo addirittura ridicoli gli inviti di chi vorrebbe un suo coinvolgimento nel Golfo persico. E ribadendo l’avversione alla diplomazia guerriera di Bush e compagnia.

http://www.liberazione.it/giornale/040905/LB12D69D.asp