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Per i ricchi ci sono gli avvocati ai poveri serve l’amnistia

domenica 10 aprile 2005

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Breve storia delle leggi di clemenza dal 1861 a oggi

di Giulio Salierno

Come ricorda, in un suo saggio, il costituzionalista Michele Ainis, la prima amnistia della nostra storia nazionale reca la stessa data dell’unificazione: il 17 marzo 1861. Da allora se ne sono succedute 333, più di un paio l’anno, sino al 1992. Il 1992 è l’anno del "terrore", non quello della rivoluzione francese, ma di "mani pulite", che come l’ombra di Banquo, incombe su i partiti-Macbeth, i quali, in preda al panico, ghigliottinano d’urgenza Robespierre, danno avvio al Termidoro e castrano il Parlamento, introducendo un quorum di due terzi dei membri di ogni Camera per varare un provvedimento di clemenza.

Riforma improvvida, decisione presa anche per reciproca sfiducia delle forze politiche. Si vuole impedire che una maggioranza - con l’amnistia - possa assolvere se stessa e le proprie malefatte. Ma, ma.....

In realtà, i provvedimenti generali di clemenza (come vengono definiti l‘amnistia e l’indulto) hanno sempre avuto, sin dall’antichità, carattere politico. E venivano varati per porre riparo, come in Grecia, agli effetti della purga contro i trenta tiranni, o, a Roma, su proposta di Cicerone, per sedare le conseguenze della guerra civile. Oppure da noi, dopo la seconda guerra mondiale, promossi da Togliatti, come atto di pacificazione nazionale. O per non infierire contro i disertori, i malcapitati, o contro coloro che non avevano assolto quella o questa imposta, o avevano rubato quattro mele. C’è qualcuno che ricorda le pagine indignate scritte dal giovane Marx contro le sanzioni comminate ai ladri di legna?

In Italia, durante gli anni della ricostruzione, il partito comunista, soprattutto per bocca di Pajetta e Terracini, che ben conoscevano la galera per averla subita, era in prima fila per richiedere, con forza, l’amnistia e l’indulto. E si deve proprio al Pci se nel 1953 fu varato, a completamento della cosidetta amnistia Togliatti, un ampio, largo atto di clemenza che, oltre a svuotare le carceri dai detenuti comuni, introdusse, per gli ex partigiani, norme che riducevano l’ergastolo a soli dieci anni di reclusione.

E, nei dibattiti parlamentari, Pajetta e Terracini - oltre a battersi come leoni per l’amnistia, la riforma del sistema penitenziario, l’abolizione delle norme repressive, del confino e della vigilanza speciale - adducevano, con fierezza, a merito storico del Pci, la sua attenzione (amnistia in primo luogo) per il sottoproletariato urbano e le borgate (i cui abitanti, per i quali il carcere aveva la stessa incidenza della fabbrica e dell’ospedale, erano proprio dall’azione didascalica ed educativa del Pci condotti o ricondotti nell’alveo della democrazia).

Altri tempi, si dirà. Certo. Ma il numero di "fuori margine" coinvolti, a vario titolo, nell’universo della piccola criminalità non è certo diminuito da allora. Al contrario, è aumentato. Sono circa 350 mila le persone che abitualmente commettono furtarelli, scippi, contrabbando, spaccio. E circa due milioni quelle che vivono o sopravvivono con la cosiddetta "economia del vicolo" ; cioè con la rete commerciale (furto, ricettazione, commercio abusivo al minuto, contrabbando, consumi in certi bar, trattorie, eccetera, eccetera) che rappresenta un fiorente mercato alternativo a quello canonico.

Del resto, come potrebbe diminuire il numero dei "fuori margine" se la legislazione sulle droghe e sull’immigrazione clandestina - con i suoi effetti criminogeni - ne aumenta consistenza e patologia ?

L’amnistia, inoltre, è uno degli strumenti che il potere politico, sino al 1992, impiegava per attenuare l’effetto perverso della legislazione italiana. A esempio, chi è in grado oggi di dire con certezza quante sono le norme, statali e regionali, che governano e presiedono la nostra esistenza ? C’è chi parla addirittura di 100 mila, chi, più ragionevolmente, di 50 mila. Comunque, siamo in presenza di un diluvio enorme di decreti, regolamenti, leggi speciali, circolari interpretative, eccetera, eccetera. Peggio : siamo in presenza di norme oscure, scritte in burocratese, assurde, contraddittorie, incomprensibili non solo ai cittadini comuni, ma anche ai cultori del diritto. Siamo arrivati al punto da costringere le più alte organizzazioni giuridiche del paese, Corte costituzionale, Corte di cassazione, Consiglio di Stato e Corte dei conti, a sancire la resa dello Stato, a minare cioè il principio su cui posa l’autorità di ogni ordinamento giuridico di questo mondo : ignorantia iuris non excusat (l’ignoranza della legge non è una scusante). Viceversa, i nostri massimi istituti di diritto hanno dovuto sentenziare che, in Italia, l’ignoranza della norma costituisce una scusa ; o almeno una esimente quando il fatto illecito - come ormai è comune - sia previsto da norme tanto intricate da non lasciarsi decifrare.

Non basta : la selva giuridica, il detto e il non detto, le incredibili lungaggini burocratiche, l’assenza di ogni seria riforma dell’apparato normativo, l’assenza di oralità e la stessa mancanza di buon senso (il buon senso reazionario di gramsciana memoria) hanno reso il processo penale una lotteria, una scommessa con il tempo (un procedimento penale, dura in media, un decennio), con il proprio decorso di vita (moltissimi imputati muoiono prima che la causa in cui sono imputati vada in porto). E per tanti, tantissimi, l’unica salvezza è la prescrizione. Anzi, la prescrizione è diventata l’amnistia occulta di chi incappa nell’apparato repressivo penale. E sono milioni (milioni e non migliaia) i cittadini in attesa di giudizio penale. Nessuno può dire quando l’avranno e se l’avranno, ma è ben difficile, forse impossibile, che abbiano giustizia.

La legge - si sa - si applica ai nemici e s’interpreta per gli amici. E chi, per ignoranza o censo, non ha amici, o per gli immigrati, chi si incaricherà di "interpretare " la legge" ? La domanda è retorica. Sappiamo bene che chi vive in fondo alla scala sociale non ha amici, non ha santi in paradiso. E allora, non è forse tempo di rendere un po’ di serenità, un pizzico, solo un pizzico, di attenzione ai loro guai penali ? Un provvedimento, ampio, molto ampio, di clemenza s’imporrebbe. Oltretutto, servirebbe anche per porre fine alla ricorrente, inutile, propagandistica disputa sulla questione degli "anni di piombo". In proposito, c’è chi obietta : ormai è troppo tardi. E, a dirlo, sono gli stessi che venti anni fa dicevano : è troppo presto. Per altri bisogna attendere la riforma dei codici. Peccato che di riforma della giustizia si parli dal 1861. Speriamo ci pensi un redivivo Garibaldi.

Amnistia : Pannella ; a Regina Coeli, per continuare la lotta del Papa

Ansa, 9 aprile 2005

"Non fiori, ma opere di bene" per Karol Wojtyla. Nel giorno in cui Roma e il mondo danno l’ultimo saluto a Giovanni Paolo II, Marco Pannella, al sesto giorno di sciopero della sete, va a Regina Coeli per spiegare ai detenuti la sua iniziativa per ottenere l’amnistia, che il Papa chiese ancora nel suo discorso in Parlamento .

http://www.liberazione.it/giornale/050408/LB12D6A4.asp