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Quai Branly: Apre a Parigi il Museo dell’Altro

lunedì 26 giugno 2006

di Chiara Ristori

"Possa il visitatore che attraverserà la soglia del museo del quai Branly essere trasportato dall’emozione e dalla meraviglia". Questo uno degli auspici formulati a Parigi da Jacques Chirac martedì scorso, durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo museo consacrato alle Arti e Civiltà d’Africa, Asia, Oceania e delle Americhe. Sorto ai piedi della Tour Eiffel, il "Museo de l’Altro", come è già stato soprannominato dai media, aprirà le porte al pubblico oggi.

Tre anni di lavori -e di polemiche- costati 232 milioni di euro, 3500 opere esposte su un fondo che ne conta 300 000, e 25 000 documenti in libero accesso alla mediateca: questa nuova meraviglia parigina insediata nel cuore di 18 000 m2 di giardini pubblici si propone come "un luogo unico per un approccio rinnovato delle culture non occidentali". Un milione di visitatori è previsto per il primo anno, e questo fine settimana sono da temere code interminabili : il sito sarà visitabile gratuitamente fino a mezzanotte da oggi a domenica.

Se ci sono diversi modi di accogliere la nascita di un nuovo gran museo nella capitale, i media francesi hanno proposto tre letture possibili dell’avvenimento : la sua portata estetica, la sua paternità « chirachiana», e la sua dimensione simbolica. L’estetica del museo nella città è certo oggi importante quanto il suo oggetto, e si tratta qui innanzitutto del lavoro di un grande architetto, Jean Nouvel, che si è visto attribuire il raro onore di due opere sulla Senna (l’altra è l’ Istitituto del Mondo Arabo). Ma questa volta -a differenza di quanto accadde per la pur bellissima Piramide di Ming Pei al Louvre, voluta da Mitterand- nessuna polemica. Il vascello di vetro fiancheggiato da cubi colorati immaginato dall’architetto (al quale si può accostare dall’acqua, preferendo le navette fluviali a bus e metró), e il dedalo vegetale concepito dai paesaggisti sono stati unanimamente plebiscitati. Nessuna monumentalità, nè ingressi trionfali, ma sei acessi distinti. Negli intenti di Nouvel « più che architettura, un territorio...».

Nel quale deterritorializzarsi, in una sorta di foresta iniziatica dove « non si sa bene dove si va ». Spaesamento per scoprire lo sconosciuto, anche quello che è in noi ? « Tutto qui è al servizio di un luogo spirituale, di credenze che non sono le nostre, e del mistero che possono suscitare ». Mistero è la parola chiave dell’architetto, l’apriti-sesamo per questo luogo « altro » nella patria della Ragione. Fra riflessi sul vetro che perturbano la visione, iscrizioni enigmatiche e salite di scaloni iniziatici, sono esposti oggetti dalle risonze simboliche, « che non devono essere prigionieri » ma suscitare uno « scambio subliminale ».

Sulla paternità del progetto i Francesi sembrano essere tutti d’accordo. Si tratta senza dubbio di un « Museo Chirac». Ma dietro la volontà del Presidente ci sarebbe altro che il solo desiderio di essere immortalato in vetro e cemento. L’idea di un lascito per la posterità, secondo quanto fecero prima di lui tutti i dirigenti della Quinta Repubblica, da Pompidou col suo Beaubourg a Mitterand ed i suoi lavori faraonici, non avrebbe mai interessato Chirac, che non ha lanciato nè grandi commissioni nè gran cantieri. Chirac nutrirebbe invece un’autentica e antica passione per les Arts Premiers, ed un vero desiderio di riabilitare le culture non occidentali. Questo progetto, nato dall’incontro fra l’allora sindaco di Parigi ed il mercante d’arti Jean Kerchache, sarebbe il frutto delle sue visioni geopolitiche, la sua « unica vera costanza » o ancora « una delle sue rare convinzioni realmente strutturate », secondo il quotidiano Libération.

Che ricorda la profonda insofferenza del Chirac anni Ottanta per « l’arroganza » del Cristianesimo, quando affermó che non avesse « ne l’antichità, nè la tolleranza, nè la vera profondità mistica delle grandi religioni asiatiche ». Clamoroso fu il suo rifiuto di assistere nel 1992 alle celebrazioni della scoperta dell’America, « l’inizio di un genocidio », per esporsi al ridicolo inaugurando al Petit Palais una mostra sugli Indiani Taïnos. A fianco dei suoi amici, les chers amis Kofi Annan e Rigoberta Menchu, martedí Chirac è sembrato, per una volta, sincero : « Si tratta (...) di restituire tutta la loro dignità a popoli troppo spesso rigettati, rifiutati, umiliati, annientati dall’arroganza, da ignoranza stupidità e accecamento ». La vocazione della Francia sarebbe quella di una nazione da sempre « tesa verso l’universale » ma che, nel corso della sua storia tumultuosa, avrebbe imparato « il valore dell’alterità ».

L’alterità come valore, eccoci dunque al punto che ha suscitato tanti dibattiti, nella sua dimensione simbolica. Il Museo dell’Altro ha stentato persino a trovare un nome : a lungo chiamato « Musée des Arts Premiers » (e soprattutto non primitifs), delle Arti Lontane, sarà alla fine designato dalla sua collocazione geografica, come Orsay e il Louvre: « Quai-Branly » assicura la neutralità ed evita un posizionamento. Certo, messi in valore al pari di una Gioconda o una Venere di Milo, i capolavori qui esposti troveranno infine un dovuto riconoscimento. « Un museo di questo tipo puó contribuire a riabilitare culture che sono state troppo spesso considerate come minori, marginali », spiega il conservatore Stéphane Martin. « Trattando queste sculture con lo stesso rispetto che accordiamo all’arte del Rinascimento, rendiamo loro un posto nel Pantheon dell’umanità ». Il problema è che dei 300 000 oggetti della collezione, di cui 240 000 provengono dal Museo dell’Uomo, « 90% non sono, e non saranno mai considerati come oggetti d’arte », secondo i responsabili della politica scientifica del progetto Branly, e che « l’arte non è un a categoria universale ».

La messinscena artistica di oggetti della vita quotidiana e oggetti rituali solo perché « altri » e « diversi » non è apprezzata da tutti, e antropologi ed etnologi che hanno visto la dimensione scientifica dell’impresa ridotta ai minimi termini, non hanno esitato a dimostrare pubblicamente la propria disapprovazione, lamentandosi inoltre dell’esiguità dei fondi e dei posti destinati alla ricerca. Quai-Branly infatti si è visto privato della dotazione di un laboratorio. Ioltre, quali i criteri per selezionare i popoli di cui si debba ammirare il genio creatore ? E l’intenzione malcelata del progetto non sarebbe purificare le opere della loro origine coloniale ? Le proteste della comunità scientifica sembrano lasciare indifferente il pubblico. Ma quando Chirac invita i visitatori perdersi nella foresta iniziatica di Jean Nouvel, in questo nuovo museo il cui scopo è anche « erigere la diversità infinita dei popoli e delle arti contro la minaccia opprimente dell’uniformità, per offrire l’immaginario, l’ispirazione, il sogno contro le tentazioni del disincanto », una domanda sorge spontanea : quali sono i mondi che il Presidente si ripropone di salvare ? Il nostro, o quello degli altri ?

http://www.liberazione.it/giornale/060625/default.asp