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Se tutti hanno paura dello straniero, "Crash"

venerdì 11 novembre 2005

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Se tutti hanno paura dello straniero, «Crash»
Esce domani in sala il film di Paul Higgins, presentato in anteprima al festival di Sulmona. "Ho cercato di dire che razzismo e intolleranza non sono più la cosa che conoscevamo. Oggi crediamo di essere persone migliori, eppure il razzismo è rimasto dentro di noi". Incontro con il regista

de CRISTINA PICCINO

Paul Haggis è persona di humor, intuito, lucidità del pensiero che di questi tempi è già grande cosa. La realtà la sa raccontare senza retorica, anche quando parla di sé, tra molte sigarette e tazze di cappuccino assaporate con gusto. A Roma, dove lo abbiamo incontrato, ha accompagnato Crash (in Italia esce col sottotitolo di Contatto fisico), il suo esordio da regista al cinema che oggi il festival di Sulmona presenta in anteprima (nelle sale da domani).

Prima però c’era stata la sceneggiatura di Million Dollar Baby, il film Oscar con cui è stato anche lui candidato alla statuetta, e insieme a Clint Eastwood è tornato a lavorare scrivendo la sceneggiatura del suo prossimo Flags of our Frathers (produce Spielberg), la storia (vera) dei sei uomini che piantarono la bandiera a Iwo Jima.

Nel frattempo Haggis pensa anche a un altro film da regista, di cui forse Eastwood potrebbe essere interprete: Death and dishonor (lo stesso Haggis ha scritto la storia) racconta la guerra in Iraq nella figura di una padre che cerca il figlio disperso a Baghdad, ma è soprattutto una riflessione sull’ambiguità rischiosa nel mito dell’eroe. Nato in Canada, a London nell’Ontario, Haggis che ha 52 anni ha vissuto quasi sempre a Los Angeles, che è la principale protagonista di Crash.

Un film in cui entra l’esperienza personale, la paura provata come capita al personaggio di Sandra Bullock sullo schermo moglie molto raffinata e politicamente corretta del procuratore molto democratico della metropoli californiana, dopo una rapina. Che significa scoperta del razzismo che è dentro ognuno di noi a dosi diverse, anche in chi si dichiara aperto, disponibile, ipercritico verso la logica politica (e profonda) della sicurezza.

E soprattutto di una paura sintomo del contemporaneo, che è diffidenza, vertigine di intolleranza, necessità di ritrovare le distanze da chi è straniero. Ma anche frustrazione, fastidioso disagio della contraddizione. Crash come ci dice il titolo è lo scontro tra le automobili dove la gente si chiude quasi fossero un’arma di difesa mettendo una barriera in più tra i corpi. Nelle sue immagini Haggis produce lo stesso stridore di freni sull’asfalto che è il nostro presente in dissonanza, solitudine, frantumazione di ogni verità. «Un giorno sono stato derubato.

Vivevo a Los Angeles da molto tempo, avevo sempre visto la discriminazione nella vita di tutti i giorni, e anche come si giustificava questo atteggiamento cercando di organizzare le cose in modo da non fare i conti con la nostra coscienza. Dopo l’11 settembre ho capito che dovevo scrivere questa sceneggiatura. Perché Crash non racconta il razzismo ma la paura dello straniero, dice quanto ognuno di noi detesta essere giudicato e invece giudica gli altri». Prima del cinema Paul Haggis ha lavorato a lungo in tv. Poi si è stufato di studi e quant’altro e ha preferito il cinema.

Crash che ha scritto insieme a Bobby Moresco, è stato un successo anche al botteghino americano. Lui sorride perché non se lo aspettava. «Mi chiedevo: ma chi avrà voglia di vedere un film senza un personaggio centrale su razzismo e paura dell’altro?». Invece ha funzionato e forse proprio per questa sua coralità che intreccia a distanza ravvicinata african american ricchi, poveri e incazzati, poliziotti, cinesi, americani democratici ognuno con la sua paura del crash. Nel cast troviamo Matt Dillon, Brendan Fraser, Thandie Newton, Don Cheadle, Ryan Philippe.

Crash è dedicato a Anita Addison.

È stata il primo creative executive televisivo donna african american, e era una mia grandissima amica. Non so se sarei riuscito a fare il film senza il suo aiuto, lavorava alla Cbs, era bravissima nella scrittura e è sempre stata una persona molto coraggiosa. Mi ha sostenuto sin dall’inizio, visto il soggetto di Crash avevo paura di offendere le diverse comunità, pensando che tutti nel film si dicono cose terribili. Lei però mi ha detto subito di non cambiare una sola parola.

In effetti nel film sono tutti-contro-tutti. Gli african american detestano i cinesi, ma si detestano tra loro per ragioni di classe. I poliziotti proletari odiano tutti, specie poi gli african ricchi, i cinesi sfruttano i loro compatrioti facendoli arrivare illegalmente...

Penso che chi arriva a Los Angeles la prima volta, magari in vacanza, non percepisce le situazioni del mio film. E lo stesso vale per alcuni che ci vivono da molto tempo, sto lì da trent’anni e mi piace ancora moltissimo. Per vedere nella realtà quanto accade nel film si devono tenere gli occhi bene aperti, ma basta anche non essere occidentali. Se infatti arrivi dalla Germania o dall’Italia, hai un bell’albergo, fai una gita a Disneyland, Los Angeles è una città piacevolissima. Dove però si vive anche sotto una forte pressione, siamo tutti segregati e le diverse comunità difficilmente vengono in contatto.

Cioè?

Abito a Santa Monica, che è una comunità a maggioranza «bianca», ci sono anche coppie di african american, musulmani, ebrei, tutti insieme e tutti socialmente benestanti. Basta andare pochi isolati più avanti e ecco che si capita nel bel mezzo di un quartiere povero, terreno di gang, in cui nessuno di noi mette piede. Ancora più avanti c’è il quartiere degli african american ricchi, neppure loro vanno in mezzo ai poveri, poi i vietnamiti, i coreani, gli iraniani ognuno per proprio conto. A volte chiedo ai miei amici: perché non andate mai a South Central? Ci sono buoni ristoranti e buon jazz. Mi guardano come se fossi pazzo.

E però nessuno ti dirà mai che non ci va perché ci sono gli african american e ha paura di essere aggredito. Mentre facevo un’inchiesta sull’intolleranza nelle scuole, ho scoperto che a Los Angeles nelle scuole pubbliche si parlano almeno trecento lingue. È pazzesco come lo è questa frantumazione, la mancanza di un contatto. A Los Angeles si sta sempre in macchina, cosa che sviluppa un’aggressività particolare. Se vai in giro a piedi e qualcuno ti sfiora non gridi «troia!» come in automobile. La gente usa la macchina come un’armatura con cui proteggersi e difendere il proprio spazio sociale.

Mi fa pensare alla tv, che esprime ugualmente una comunicazione a senso unico, non c’è replica, interazione, si prende ciò che c’è. Oggi i ragazzini stanno a casa, guardano dei cartoons meravigliosi eppure credo che si impari molto di più facendo a botte fuori con gli amici. Se cammini in strada, ti guardi, ti tocchi, realizzi un poco di più cosa è l’altro.

È per tutto questo che Schwarzenegger ha vinto secondo lei?

Come si fa a dirlo? Sarebbe come chiedere perché in Italia c’è Berlusconi... Accadono cose che ci sembravano incredibili, nessuno pensava che potesse vincere e invece è lì. In molti casi credo si spieghino con la paura. La gente si sente minacciata dal terrorismo, dalla guerra e chiede l’uomo forte. I politici hanno saputo usare con cinismo questa situazione, rilanciandola ogni volta che ce ne era bisogno.

Non ci sono eroi in Crash ma neppure personaggi del tutto negativi.

Non assolvo nessuno e al tempo stesso provo a dare a tutti una possibilità di guardare cosa sono, e forse di cambiare. Però è solo una possibilità o una speranza, tanta gente si vede e non cambia mai. Ho anche cercato di dire che razzismo e intolleranza non sono più la cosa che conoscevamo. Negli anni Cinquanta, Trenta o Venti in America e forse in tutto il mondo si ammettevano cose terribili, la gente era apertamente razzista, non c’erano diritti di uguaglianza per le donne, gli african american sedevano in fondo sui bus. Era normale. Oggi crediamo di essere persone migliori perché abbiamo sconfitto questo passato eppure il razzismo è rimasto dentro di noi, continuiamo a provare quelle stesse cose in segreto che esplodono quando si subisce una forte pressione. Questo vale anche per chi si reputa una brava persona, è nel mio cuore e in quello dei miei amici. È troppo facile dire noi siamo buoni e gli altri sono cattivi, la realtà ha molte più sfumature.

Parla anche di sé?

Certo, non credo di essere razzista ma ho i pregiudizi e le paure di tutti. Giudichiamo l’altro a ogni livello senza farci domande. L’Iraq ne è una dimostrazione. È ovvio che i musulmani sono cattivi, che ci odiano perché sono gelosi del nostro mondo. Ma che logica è questa? Tornando a Crash, quando è uscito i miei amici democratici erano piuttosto irritati, perché temono di sentirsi scoperti, pensano di essere nel giusto quindi non investigano mai sulle loro vite. E invece hanno paura come gli altri e la paura viene dall’ignoranza, dal fatto che si capisce male chi non è come te.

Crash racconta una situazione che non riguarda solo Los Angeles.

Penso infatti che sia così in tutto il mondo oggi. Los Angeles è un microcosmo in cui rappresentarci per economia, classe, apparenze e infine per razze. Dicevamo che non ci sono eroi nel film ma neppure cattivi, gli stessi personaggi incarnano le due cose. La storia più atroce per me è il giovane poliziotto che crede di essere il migliore. Ho pensato a me scrivendola, che credo di essere una persona a posto ma non so cosa sono davvero.

Il suo prossimo film, Death and dishonor racconterà la guerra.

È un soggetto molto difficile, specie quando diventa qualcosa che ci da un senso come esseri umani o comunità. La retorica che la circonda oggi, pensando alla guerra in Iraq, dipende da questo. C’è qualcosa che potremmo definire un’intossicazione, una sorta di dipendenza in chi parte: in combattimento si vive nella continua eccitazione di essere tra la vita e la morte. E anche chi odia la guerra tornando a casa, come sappiamo bene da passate esperienze, non riesce più a ritrovare una propria dimensione e sogna di tornare a combattere, di essere di nuovo lì dove sai chi è il nemico e chi non lo è. Partendo dalla realtà della guerra in Iraq, ho iniziato a scrivere questo film, la gente talvolta vorrebbe anche capire meglio cosa accade a sé stessa.

L’Iraq negli Usa sono solo le fotografie dei soldati americani morti, una tragedia terribile di padri che hanno perduto i figli. Ma quanti iracheni sono morti in questa guerra? E non solo soldati ma donne, bambini eppure su di loro non si dice nulla. Non ci sono fotografie, numeri. E perché? Non sono esseri umani forse? Non dovremmo contarli e dargli un volto come accade per noi? Specie poi se si pensa che dovevamo liberarli, la guerra si faceva per andare in loro aiuto. Invece non esistono perché non ci riguardano. Tutto questo è un crimine terribile contro l’umanità. E accade in tutto il mondo, penso che in Italia si parli solo degli italiani morti. Fa parte della natura umana ma dovremmo sempre riflettere due volte sulle cose, e ricordare. Saddam Hussein, il nostro nemico più pericoloso, che ha commesso atrocità di ogni tipo uccidendo col gas i suoi nemici, da chi ha avuto quel gas? Da noi, dall’America che allora però non si preoccupava delle sue vittime.

Come spiega allora nonostante la guerra e un’economia non proprio felice la vittoria per la seconda volta di Bush?

Non pensavo che vincesse neppure la prima figuriamoci la seconda! Questo per dire che non sono un osservatore molto sveglio... Gli Stati uniti sono un paese vasto e stratificato, ci sono periferie dove la gente è molto carina ma ha bisogno di credere a ciò che gli si racconta. Bush per controllarli manipola la storia, usa l’arma della religione, il ricatto della paura. Penso a quanto scriveva Machiavelli nel Principe: se si crea una condizione di paura questa diviene una ragione forte delle cose. È nella natura dell’essere umano, e non si può neppure spiegare razionalmente, però le persone hanno bisogno di credere fortemente in qualcosa.

Nel film la polizia di Los Angeles non smentisce la sua leggenda.

Mi è capitato di avere una pistola puntata in faccia tre volte e quella più terribile è stata con un poliziotto. Ero in casa, suonano, apro e mi trovo un’arma in mezzo agli occhi con uno che mi chiede: «sei Daniel qualcosa?». Dico no e lui si scusa, e dice che ha sbagliato casa. Alla porta accanto abitava un pusher. Con la polizia di Los Angeles il problema sono le tasse, paghiamo poco e rispetto a altre città ci sono pochi poliziotti. Che diventano aggressivi, non hanno contatti con la gente, anche loro sono sempre in macchina.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/10-Novembre-2005/art105.html


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