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Transamerica, road movie tra dramma e commedia

martedì 14 febbraio 2006

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Se quel trans di mio padre vuole diventare mia madre

di Pasquale Colizzi

Metrosexual, hasbian, retrosexual, stromo, polysexual, pansexual, ambisexual, heteroflexible, trannyfag.

Si potrebbe continuare a lungo e senza successo con la lista di termini che sono stati coniati negli ultimi anni per definire status, inclinazioni sessuali, modi di essere. Lo scrittore Marco Mancassola è convinto che «l’avvento di identità sempre più particolari sfocia (...) in un dedalo di passaggi sempre più stretti in cui i mezzi linguistici, come veicoli troppo pesanti, smetteranno presto di riuscire ad entrare».

Come del resto è una battaglia persa, per esempio, tentare di stare dietro alla proliferazione di generi musicali che per un motivo o per un altro si richiamano al rock. E che i media e il marketing spesso fomentano per creare una patina di novità intorno al prodotto che tentano di piazzare.

Una premessa per spiegare come Transamerica di Duncan Tucker sia la storia di Bree, un transessuale biologicamente uomo che ha deciso di diventare donna. Ma sia anche lo specchio dei tempi, che dovrebbe scoraggiare i più a parlare ancora di generi di appartenenza e concentrarsi su problemi più concreti e importanti. Come la voglia di famiglia (seppure non tradizionale), la speranza di sentirsi accettati, il bisogno di una civile convivenza. Non che Felicity Huffman, la straordinaria interprete di Bree, le abbia dato una caratterizzazione troppo appariscente. Con una esistenza "invisibile", che le consenta di portare a termine il suo progetto di vita senza dover dare spiegazioni in giro - non bastassero quelle inutili presentate alla famiglia - Bree mentre lavora e studia, prende ormoni e si sottopone a piccole operazioni. Vive stoicamente la sua solitudine, quella che le sembra una presenza a mezz’aria nel mondo dei "normali" e attende con impazienza il giorno in cui potrà sottoporsi all’intervento chirurgico che la faccia diventare "completamente donna". Perchè c’è, ancora per poco, qualche cosa in comune con l’uomo che era una volta. La meno glamourous delle "Desperate housewives" della televisione americana si è trasformata in un transgender che sta per fare il grande passo. Se.

Come uno scherzo del destino arrivato direttamente da quella che considera la sua ex vita, spunta un figlio che non sapeva di aver avuto da una vecchia relazione etero ai tempi del college. Dalla California Bree, a pochi giorni dalla sala operatoria, deve imbarcarsi in un lungo viaggio per recuperare Toby (Kevin Zegers), uno scapestrato che ha vissuto fino ad allora drogandosi e facendo marchette per comprarsi la droga. Lo tira fuori dal carcere ma ha lo sguardo fisso alla sua operazione, così spacciandosi per la volontaria di un istituto religioso tenta di riportare il figlio dal padre adottivo (la madre si era tolta la vita). Si tratta dell’Arizona cattolica e bacchetona dove il ragazzo, con la testa che ha e un genitore che non tiene le mani a posto, farebbe una brutta fine. Poco male. Il tempo stringe, i soldi stanno per finire e Bree, imperturbabile nelle sue unghie laccate, i modi compassati per non tradire nemmeno un pizzico di mascolinità, qualche intercalare francese tres chic, decide di tirare dritto verso Los Angeles con l’auto acquistata apposta per il viaggio. I due gioco-forza devono pur entrare in contatto e il cuore di madre/padre non può restare impassible davanti ai guai di un figlio allo sbando. Toby pian piano si scioglie, non capisce il motivo di tanta dedizione da parte di una sconosciuta ma è pur sempre qualcuno che si sta prendendo cura di lui. Cercava forse una famiglia, inconsapevolmente si imbatte in un pezzo della sua. Per dimostrare la sua riconoscenza offre a Bree l’unica cosa di cui sente di poter disporre: un corpo giovane. A questo punto bisogna mettere le carte in tavola, non è più possibile nascondersi.

Con lineamenti già molto particolari e resi più spigolosi dal trucco, un fisico abbastanza statuario da poter ricordare i lunghi arti di un uomo e un cambiamento vocale da dare i brividi (abbassato di tre ottave), Felicity Huffman si è calata completamente nel ruolo di un transessuale a suo modo tradizionale, composto, riservato. La "casalinga disperata" ha collezionato una serie di premi per l’interpretazione e ultimo un Golden Globe, tanto che nella cinquina delle attrici nominate all’Oscar per la migliore intepretazione sembra tra le due-tre favorite. Coraggiosa nel voler affrontare un personaggio che si sarebbe prestato a facili caratterizzazioni up-to-date, la Huffman dà vita ad un trans che se incontrassimo per strada non sapremmo riconoscere.

In lei ha fatto convivere la capacità di molti transgender di mimetizzarsi e scomparire con le maniere iper-femminili proprie di una donna che tenta di cancellare odiose tracce di mascolinità. Certo quest’anno non sono mancati film che scandagliano la vita di persponaggi che take a walk on the wild side, dai cowboy di Ang Lee al Philip Seymour Hoffman che impersona lo scrittore e l’uomo Capote fino al Cilliam Murphy nei panni di un travestito nell’Irlanda anni ’70 in Breakfast on Pluto, il nuovo film di Neil Jordan non ancora uscito in Italia. Tuttavia è ironica ma calzante la battuta del regista Duncan Tucker: Transamerica «non è un film su quello che hai sotto la gonna». In fondo si sta parlando di come la società degli uomini sia in continua evoluzione eppure resti ancorata a certi principi basilari, come il desiderio di famiglia dei due protagonisti, seppure un po’ anomala. Argomenti sensibili di cui sarebbe ora di discutere anche in Italia. Ma siamo in campagna elettorale e di tutto si può parlare tranne di cose che imbarazzano i candidati. E per la vostra incolumintà evitate di farne parola con i leghisti.

http://www.unita.it/index.asp?SEZIO...

Basta scorrere il palmares degli Oscar per rendersi conto che interpretare un ruolo “difficile” è un ottimo viatico per assicurarsi la statuetta come miglior attore. E’ successo a Dustin Hoffman per Rain Man, a Charlize Theron per Monster e a Hilary Swank per Boys don’t cry.

E se il Golden Globe è già una seria ipoteca per gli Oscar c’è da scommettere che sarà Felicity Huffman ad aggiudicarsi la statuetta come miglior attrice per Transamerica, in uscita nelle sale italiane il 10 febbraio.

L’attrice Usa, nota la pubblico italiano come la casalinga disperata Lynette, in Transamerica è Bree. Bree è un transessuale: è in attesa del cambio definitivo di sesso quando scopre di avere un figlio, frutto di una notte spensierata con una compagna di college.

Bree è una persona colta, dai modi gentili e raffinati mentre il figlio Toby è un ragazzo borderline che, dopo aver avuto un’infanzia difficile, deve scontare una breve detenzione ma coltiva il sogno di andare a Los Angeles per fare carriera nel mondo dei film porno. Bree decide di conoscerlo: prende un aereo da Los Angeles a New York e paga la cauzione per farlo uscire dal carcere: non ha il coraggio di rivelargli di essere suo padre e si fa passare per una volontaria di una chiesa cristiana venuta lì per dargli una mano a reinserirsi nella società. E così affitta un’auto e intraprende con il giovane un viaggio on the road da New York a Los Angeles.

Per avere un’idea di quanto è brava Felicity Huffman il film andrebbe visto in lingua originale: l’attrice si è sottoposta a un lungo e difficile training vocale per acquisire una voce particolarissima: la voce di un uomo che cerca di imitare quella di una donna. Ma il suo lavoro non si è fermato qui: i suoi gesti, il modo di camminare e le espressioni del viso sono proprio quelle di chi sta facendo uno sforzo per dimostrare la propria femminilità.

Bree è un personaggio fragile e tenerissimo: le basta pochissimo (una ragazzina in un bar che la guarda troppo insistentemente) per cadere nel dubbio e nella disperazione. Ma è anche una persona di carattere che, dopo aver comunicato ai propri genitori la sua scelta definitiva, è anche disposta a rinunciare al figlio appena ritrovato pur di farlo crescere in un ambiente più adatto alle sue aspirazioni.

Concepito come un road movie il film di Duncan Tucker, al suo primo lungometraggio, si regge in perfetto equilibrio tra commedia e dramma. Da segnalare una meravigliosa Fionnula Flanagan (la dolce zia Molly della serie tv Alla conquista del west) nei panni della madre di Bree, perfetta icona della donna di mezza età della middle class di provincia, un mix esagerato di trucco pesante, gioielli e volgarità.

Il film è candidato a due Oscar: quello per la miglior attrice protagonista e per la miglior canzone originale “Traveling Thru” interpretata da Dolly Parton.

http://www.rai.it/news/articolonews/0,9217,121374,00.html


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