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Un anno dopo, Bilin non s’arrende

domenica 10 luglio 2005

Il villaggio palestinese è diventato il centro della resistenza contro la barriera dell’apartheid. Arabi, israeliani e internazionali lottano per difendere i principi sanciti un anno fa nella decisione della Corte internazionale di giustizia dell’Aja

di MICHELE GIORGIO, GERUSALEMME

Bilin è l’ultimo baluardo della lotta contro il muro. A un anno di distanza dalla storica sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aja di condanna del progetto israeliano, i 1.700 abitanti di questo piccolo villaggio ad ovest di Ramallah sentono di essere diventati il simbolo della resistenza pacifica palestinese contro l’occupazione. «Ci stanno portando via 250 ettari di terra fertile dove la nostra gente ha coltivato e piantato alberi per generazioni. Ci stanno costruendo intorno un muro che cambierà volto, forse per sempre, al nostro villaggio e alle nostre esistenze», dice Abu Hamid, un contadino diventato un leader di Bilin. Da casa di Abu Hamid si scorgono gli insediamenti colonici di Modiin Ilit e Mattit Yahu, costruiti lungo la «Linea verde» tra Israele e Cisgiordania allo scopo di scongiurare l’idea di un ritorno dello Stato ebraico ai confini del 4 giugno 1967, precedenti l’occupazione dei territori palestinesi.

«Dicono che la terra che ci stanno togliendo servirà non solo a far avanzare il muro ma anche ad espandere quelle due colonie. Le chiamano stelle e le ha volute proprio (il premier) Sharon», commenta Abu Hamid con lo sguardo perso nelle gradazioni di rosso del tramonto, forse uno degli ultimi che avrà modo di vedere prima che la barriera di reticolati e blocchi di cemento armato gli toglierà quel piacere senza prezzo. «Quando un anno fa i giudici condannarono Israele, nel villaggio tirammo un sospiro di sollievo - dice l’uomo abbozzando un sorriso mentre accarezza teneramente Tareq, il più piccolo dei suoi figli - ci sentivamo al sicuro. Niente e nessuno avrebbe potuto mettere a rischio le nostre terre, il futuro dei nostri giovani ci appariva assicurato: l’agricoltura avrebbe sfamato loro ed i loro figli. A distanza di un anno ci è crollato tutto addosso, non ci arrendiamo ma sappiamo di avere di fronte un avversario troppo forte, che non potremmo tenere indietro ancora a lungo».

Da circa tre mesi Bilin è il punto di raduno e incontro di attivisti di ogni nazionalità che si oppongono alla costruzione del muro. Per le sue strade si vedono scandinavi e tedeschi dalle chiome bionde e la pelle arrossata dal sole della Palestina. Il frinire delle cicale viene rotto dalle sonore esclamazioni dei giovani italiani. Sono i volontari del presidio permanente dell’Assopace di Nablus. Ma non mancano spagnoli, francesi e anche americani, sempre più presenti, sempre più attivi nella difesa delle terre di Bilin. Edwin viene da un piccolo centro californiano. «Non sapevo nulla di ciò che realmente accade in medioriente - racconta - poi due anni fa ho saputo del muro e di ciò che avrebbe fatto in questa terra. Mi è apparso un progetto assurdo. Ho a cuore la sicurezza di Israele ma non credo che sarà questo muro a garantirla.

Sharon farebbe meglio a riconoscere le aspirazioni dei palestinesi». Nelle vie di Belin riecheggiano soprattutto le frasi in ebraico. Decine di israeliani militanti «Anarchici contro il muro» hanno fatto della difesa del villaggio la loro battaglia. Molti dormono nelle case palestinesi più direttamente minacciate dalla costruzione del muro. Sono i primi ad avanzare verso i soldati israeliani per impedire che facciano fuoco sui palestinesi durante le manifestazioni di protesta del venerdì, quando la gente urla: «Applicate la sentenza della Corte dell’Aja», «Abbattete il muro, lasciateci vivere». Eli Fabrikant, 27 anni, di Tel Aviv, viene tutte le volte che può a Belin. «Assieme ai miei compagni dobbiamo aggirare i posti di blocco dell’esercito perché ai cittadini israeliani non è consentito entrare nei Territori occupati, ma facciamo di tutto per raggiungere il villaggio, siamo giunti a un momento cruciale della lotta e non dobbiamo rimanere in disparte».

«Ci hanno detto di credere nella giustizia internazionale, ci hanno assicurato che i nostri diritti non sarebbero stati calpestati e invece ci hanno abbandonato al nostro destino», dice Abu Hamid con voce fioca osservando il sole che scende sciogliendosi in un orizzonte di fuoco.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/09-Luglio-2005/art62.html