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Unicredit: Il Coordinamento Lavoratrici Unicredit diffondono intervista sul mobbing della Comencini

sabato 26 marzo 2005

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(Libero Aurora) - Il Coordinamento Lavoratrici Unicredit diffondono l’intervista a Francesca Comencini regista di "Mi Piace lavorare" - un film inchiesta sul mobbing.

Intervista a Francesca Comencini Sul Mobbing a cura di "CineEuropa".

Denuncia, solidarietà e testimonianza Incontro a Parigi con la regista italiana in occasione dell’uscita in Francia e Belgio di Mi piace lavorare

di Fabien Lemercier

Di passaggio a Parigi per l’uscita del suo utlimo film, Mi piace lavorare, Francesca Comencini racconta la genesi del suo lungometraggio consacrato al mobbing nelle aziende. Un soggetto difficile che la regista ha scelto di girare con uno stile simile a quello documentario e con lo spirito della testimonianza. Una occasione per ricordare i suoi progetti e per lanciare un appello ai coproduttori europei.

Cineuropa: perché ha scelto il tema del mobbing nelle aziende?

Francesca Comencini: All’inizio si trattava della curiosità di capire questo meccanismo di cui avevo tanto sentito parlare, sapere se esisteva veramente e come funzionava. Perché questo processo di isolamento e demolizione progressiva della personalità di qualcuno sul posto di lavoro è un insieme di componenti economiche, sociali e umane molto interessante, misterioso, inquietante, quindi un buon soggetto per un flm.

E’ una prospettiva che permette di aprire molte questioni di tipo socio-economico attraverso un particolare registro cinematografico e di andare oltre la semplice denuncia. Perché è un problema che tocca l’intimità delle persone. E’ anche un film solidale con le donne che lavorano e con le mamme lavoratrici. Le donne che ho incontrato mi hanno raccontato storie incredibili che nel film sono edulcorate. A causa della forte presenza della religione, l’Italia è un paese che si basa sul mito della maternità e della famiglia. Sono rimasta scandalizzata quando ho scoperto che nel nostro paese le madri sono trattate in questo modo.

Come ha affrontato la fase delle riprese?

Ho tratto molti spunti dalla mia esperienza di documentarista. Il mondo del lavoro è cambiato e non è più rappresentato nel cinema italiano. Sapevo che non avrei avuto mezzi finanziari, e nemmeno la capacità di riprodurre totalemente nella sfera della finzione qualcosa che conosco poco: cosa succede negli uffici delle aziende. Il film è un’unione tra le condizioni economiche e le scelte cinematografiche. Ho deciso di girare in una vera azienda a Roma, nella quale ci hanno lasciato alcuni uffici vuoti, ma dato che le persone nelle altre stanze continuavano a lavorare, ci siamo spesso infiltrati. Non avevamo scritto né la sceneggiatura né i dialoghi. Ho fatto ricorso ad attori non professionisti, procurati dai sindacati, che ci hanno raccontato la propria esperienza e il linguaggio delle imprese. Ho cercato di unire una sorta di documentario su una azienda di oggi con la finzione sulla vita di una donna.

Anna, il personaggio principale, vive quasi nella completa anarchia.

E’ una donna sola. Oggi, l’organizzazione del lavoro porta alla solitudine, a una divisione che rende più difficili la solidarietà o una presa di coscienza collettiva. C’è stato un grande cambiamento nell’immagine del mondo del lavoro. Anna è l’equivalente dell’operaia di altri tempi, il suo salario e il suo statuto la dispongono in fondo alla scala. Ma gli operai di una volta avevano dei compagni e uno statuto ben preciso, mentre oggi sono soli. Inoltre, chi si mantiene da sola percependo un salario molto basso non ha il tempo di uscire. E’ concentrata su sua figlia, ma è quello che avviene per ogni donna che decide di crescere da sola i bambini.

Quale apporto ha dato Nicoletta Braschi?

L’idea era semplice: una sola attrice professionista e il resto del cast composto da non professionisti. Volevo avere Nicoletta Braschi per delle ragioni artistiche. Non abbiamo atteso i finanziamenti, avevamo 400.000 euro di budget e nessuno è stato pagato. Volevo fare un film di cinema, ma anche un film testimonianza, in un breve lasso di tempo e con un’economia e una leggerezza vicine al documentario. Ho raccolto delle testimonianze per un mini documentario che ho praticamente regalato al sindacato, poi mi è venuto uno slancio e ho deciso di fare il film, chiedendo a dei miei amici tecnici la loro disponibilità. Ero circondata da figure di grande qualità, tra cui il più importante direttore della fotografia in Italia del momento.

Che progetti ha ora?

Ho scritto una sceneggiatura con Erri de Luca, l’adattamento del suo romanzo Monte di Dio, un racconto realista ambientato nelle vie di Napoli. Ma da noi, si sono chiuse tutte le porte dei produttori. Allora sto scrivendo una nova storia. Credo che il cinema italiano e europeo non siano uguali al quello americano e dovrebbero smettere di provare a diventarlo. Il cinema italiano è stato grande fino a che è rimasto artigianale, particolare, differente, inclassificabile. La logica che regna oggi è quella dei finanziamenti pubblici accordati ai progetti che hanno già ricevuto soldi dalle televisioni o alle grandi produzioni. Nonostante tutto questo, ha del miracoloso, esistono delle forme di resistenza, dei film magnifici sul piano della creatività. Paradossalmente è un periodo abbastanza buono, costellato di piccoli bijoux isolati e formidabili.

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