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Venezia. Applausi per Spike Lee: La (non)vita dopo Katrina rivela l’America povera che non conta

domenica 3 settembre 2006

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Spike Lee: "l’America è debole" "Gli Stati uniti vivono con un enorme contraddizione: si propongono al mondo come la nazione più ricca e potente e al tempo stesso soffrono all’interno un’enorme miseria". Incontro con il regista

di Cristina Piccino Venezia

Dieci meno qualcosa del mattino. Giornata di sole, il mare scintilla davanti al Palazzo del cinema «soffocato» da tele e dai Leoni di Dante Ferretti. Spike Lee alla proiezione di When the Leeves Broke A Requiem in Four Acts arriva con la famiglia, moglie, i due bimbi, la ragazzina seria, il ragazzino più spigliato, tutti e quattro vestiti di bianco, tocco d’eccezione il cappellino da baseball che il regista non abbandona quasi mai.

Il film racconta l’uragano Katrina, la violenza della natura e la responsabilità pesante dell’uomo: il presidente Bush in testa che per giorni sembra non curarsi affatto - è ancora tempo di vacanze - delle migliaia di suoi cittadini affamati, feriti, e se scampati all’uragano lasciati morire per inadeguatezza e irresponsabilità.

Un anno. Erano i giorni della Mostra del cinema, e Spike Lee anche allora era al Lido. Quasi «obbligato» il passaggio di When the Leeves Broke che proiettato in agosto a New Orleans ha fatto piangere sedicimila persone. Qui alla fine c’è stato un applauso caldo e lunghissimo, e gli applausi hanno costellato spesso anche la proiezione. Il passaggio a Venezia era quasi «obbligato», non solo per la ricorrenza però ma perché è un film straordinario. «Quei primi momenti dopo l’uragano sono stati molto dolorosi. Ero lontano, qui al Lido, guardavo la televisione e mi colpiva con quanta lentezza reagisse il governo federale.

I soccorsi sembravano non arrivare mai. Le immagini televisive davano l’idea che a essere colpita fosse in maggioranza la popolazione african american della città. Era quanto pensavo anche io seguendo le notizie, New Orleans è una città a prevalenza african american. Per questo in Europa, come sempre quando accade qualcosa alla comunità african american, ero assalito dai giornalisti, quasi ne fossi il portavoce. Ma non è così. Però quelle immagini di violenza e disperazione mi hanno spinto a fare qualcosa. Ho contattato Hbo, anche loro erano d’accordo che l’uragano Katrina era un avvenimento senza precedenti. È la dimostrazione della debolezza del nostro paese».

Debolezza ma anche indifferenza ai limiti dell’irresponsabilità.

Il governo era in vacanza, Condoleezza Rice mentre la gente annegava, si stava comprando un paio di scarpe da Ferragamo e Bush invece di precipitarsi a New Orleans si è limitato dopo molti giorni a sorvolarla in aereo. In Indonesia gli Stati uniti sono arrivati due giorni dopo lo tsunami. È grandioso ma anche assurdo se si guardano le distanze. Il punto non è, come dice Kanye West nel mio film, che a Bush non importa nulla degli african american. Tornato negli Stati uniti, e poi andando a New Orleans ho capito che l’intera città era stata colpita, anche i quartieri dei «bianchi». Il punto non erano allora gli african american mai i poveri. Gli Stati uniti vivono con un enorme contraddizione: si propongono al mondo come la nazione più ricca e potente e al tempo stesso soffrono all’interno un’enorme miseria. Non c’è nessuna ragione apparente per cui i bimbi americani vadano a letto affamati.

Però si fa finta di non sapere, si inventano trucchi sempre nuovi per nascondere questa realtà. L’uragano Katrina l’ha messa a nudo, ha detto agli americani e al mondo che l’America è un paese pieno di poveri. È di loro che non importa nulla a Bush e al suo governo, non contano nulla, non hanno potere, e allora perché preoccuparsi?

Quali sono state le difficoltà maggiori nel fare il film?

Parlare con la gente, fare domande che avrebbero risvegliato il loro dolore. Ma non ho mai pensato a una fiction, volevo che la storia fosse raccontata da chi l’aveva vissuta, da chi era stato testimone e protagonista e aveva visto tutto l’orrore di quei giorni a New Orleans. E la reazione del pubblico al film mi ha dimostrato che era giusto. Nessuno può essere all’altezza di queste persone. Penso all’uomo che racconta come è morta sotto al sole sua madre, come ha dovuto abbandonare il corpo quando gli aiuti lo hanno costretto a salire sull’autobus per lasciare la città.

È una cosa assurda, di una crudeltà incredibile. I due ultimi capitoli parlano dei mesi successivi all’uragano, quando ormai Katrina non fa più notizia ma la gente di New Orleans continua a soffrire. Sono senza casa, senza aiuti, poveri, hanno perso tutto, vogliono tornare ma non sanno come e dove. Bush sta facendo credere che le cose vanno molto meglio, che New Orleans si sta ricostruendo, ma non è vero. In molte parti della città mancano luce, gas, e sembra che l’uragano sia passato appena da qualche giorno. Gli esperti dicono che ci vorranno decenni prima che la città torni come prima, e anche per questo voglio pensare al film come a un lavoro in progress.

Le cose non sono finite e, quindi, neppure il film. Spero, con il mio lavoro, di aiutare a capire meglio quanto è accaduto e accade, ci piace pensare che qui a Venezia siano molti i compratori a chiederlo. Intanto andiamo avanti, contiamo sull’uscita negli Stati uniti in dvd, lo proiettiamo nelle scuole, nelle università perché si crei un vero e proprio movimento per la ricostruzione di New Orleans.

Il film è anche una riflessione sui media che se da una parte sembrano critici dall’altra si fanno presto trascinare in una serie di incongruenze, tipo la definizione che fa infuriare gli sfollati di «rifugiati».

L’informazione americana ha avuto un comportamento lodevole.

Quando si sono sentiti traditi e ingannati dal presidente hanno dato prova di coraggio nei loro reportage. La falsità però è nel fondo. New Orleans non è stata devastata da Katrina ma dagli argini che rompendosi hanno riversato tonnellate d’acqua sulla città. E questo è stato l’errore umano, è avvenuto perché sono stati progettati in modo completamente sbagliato. A un certo punto si parlava di bombe che avrebbero fatto esplodere gli argini per salvaguardare la parte più ricca della città.

Non era vero, ma la gente ci ha pensato perché era accaduto in passato. Mi chiedo allora, e ancora una volta, come sia possibile che un paese come gli Stati uniti non siamo in grado di garantire a una metropoli degli argini sicuri. Guardiamo un piccolo paese come l’Olanda, e lo dico con rispetto, hanno una grande calcio, il cioccolato, i caffé dove si fuma liberamente hashish... La loro tecnologia nella costruzione di dighe, canali, argini è tecnologicamente all’avanguardia. Mentre il paese più potente al mondo non ce l’ha fatta. È vergognoso.

Quanto credi che Katrina abbia influito negativamente sull’immagine di Bush?

Molto come il fiasco in Iraq. Credo che abbia aperto gli occhi agli americani, e anche i repubblicani che hanno sempre sostenuto Bush cominciano a prendere le distanze. Il tasso di approvazione nei suoi confronti è molto calato e per questo lui cerca di difendersi continuando a ingannare la nazione. C’è intanto la questione della guerra. Continua a dire che la guerra in Iraq è come la guerra contro Hitler, i fascisti, i comunisti, che fa parte della storia americana di lotta per la democrazia nel mondo. È una stronzata e spero che gli americani non ci credano.

Vorresti che Bush vedesse il film?

Certo, e non solo lui ma anche Rumsfeld, Cheney, Rice... Naturalmente non accadrà mai, ma se potessi li obbligherei legandoli alla sedia sedia come in Arancia meccanica di Kubrick.

L’uragano non si ferma

«When the Leeves Broke» di Spike Lee, le menzogne di Bush & soci di fronte al disastro ampiamente annunciato di New Orleans

di C. Pi. Venezia

Ieri la Mostra del cinema ha lasciato il posto, almeno su qualcuno dei quotidiani regionali, alla crisi di Marghera. Gli americani della Dow Chemical che decidono di chiudere il loro stabilimento con duecento e più operai a rischio. Strani cortocircuiti. A fondare il petrolchimico fu il conte Volpi, quello che nonostante fosse ministro fascista (ma il suo nome ritorna anche nell’indagine di Tina Merlin sulle responsabilità del Vajont) continua a dare il suo nome al premio per il migliore attore/attrice al festival di Venezia (coppa Volpi appunto).

Qui intanto si discute molto sulla capacità del cinema italiano, fiction o documento la distinzione non dovrebbe essere per un immaginario avanzato mai netta, di confrontarsi con la propria realtà che non vuol dire scodellarne semplicemente i conflitti ma renderli qualcos’altro, segno presente di inquietudine, di una caduta libera che tocca i centri nevralgici del vivere politico, culturale, sociale. È questa la (non unica) lezione magnifica di When the Leeves Broke. A Requiem in Four Acts, l’uragano Katrina un anno dopo nella lente obliqua di Spike Lee.

Che in quattro capitoli costruisce connessioni con le quali vengono messi a fuoco responsabilità politiche, la totale indifferenza dell’amministrazione Bush - «del resto - come fa notare qualcuno dei protagonisti - come potrebbe essere diversamente visto cosa pensa di noi sua madre». Laura Bush infatti davanti a migliaia di sfollati, massacrati da giorni di fame e sofferenza dice che lì in terra, negli aeroporti, sui pullman dove vengono caricati quasi nudi senza sapere la loro destinazione, stanno meglio che nelle loro case.

When the Leeves Broke è New Orleans e l’apoteosi di una globalizzazione che macina il rispetto dell’essere umano, divora i diritti sociali in nome delle economie rovesciando le pratiche di vampirismo esercitate nei cosiddetti paesi deboli: nessun rispetto del lavoro, nessuna garanzia, nessun investimento nella politica sociale. È l’America del dopo 11 settembre, non quella invasata di fanatismo religioso che celebra con enfasi terrificante Oliver Stone, ma l’America paese poverissimo nonostante l’immagine di potenza mondiale.

L’America degli african american obesi per cattivo cibo come anche i poveri bianchi, di chi all’ordine di evacuare la città emesso dal sindaco Ray Nagin, evacuare la città non può anche volendolo obbedire. Non hanno automobili, non hanno mezzi per caricare neppure se stessi.

Spike Lee sa usare la potenza destabilizzante dei migliori film horror, e non per i cadaveri che vediamo, per l’orrore di lasciare i propri cari morti di stenti e mancanza di cure in mezzo alla strada, per la fisicità di devastazione che arriva dal Super Dome e dal Convention Center dove hanno rinchiuso i sopravvissuti... La violenza è nel dopo, è lì che si squarcia la rete di menzogne tessuta da Bush, Condoleezza Rice, Rumsfeld, Cheney tutti in vacanza mentre New Orleans agonizzava. Il dopo lontano dai media, risucchiato dal silenzio come le guerre, come fu Sarajevo, il Kosovo, come sarà il Libano, come se dopo non accadesse più nulla e le cose tornassero magicamente a posto.

Non è così. Spike Lee ce lo spiega costruendo a tutto campo lo scenario di New Orleans, passato e presente. Le cause di questo disastro annunciato da meteorologi e esperti come un uragano di violenza inaudita, sono la leggerezza e l’indifferenza. Poco importa di questi cittadini ben presto trasformati in corpo estraneo - li chiamano rifugiati - e anzi il disastro diventa persino l’occasione inaspettata (e insperata) per accelerare quel piano di trasformazione di New Orleans in città-turistica attuando i piani di «bonifica». Via i cittadini scomodi, ovvero i poveri (per Marghera si parla di bonifiche, di progetti turistici di alto livello che non includono le conseguenza della disoccupazione).

Nei giorni dopo l’uragano sono in molti a dire di avere sentito delle esplosioni, si parla di bombe che avrebbero fatto saltare gli argini per proteggere i quartieri ricchi della città dirottando l’acqua su Upper Ninth Ward o St. Bernard Parish. È accaduto in passato, ma oggi la realtà è ancora peggiore. Gli argini non hanno retto perché costruiti male. Un’altra responsabilità umana di menzogna come quelle che Bush oggi si gioca sulla rinascita.

La maggior parte della gente non è riuscita a tornare a casa, vive da qualche parte, chissà come. Altri lottano, non vogliono arrendersi. Sono tanti, nomi noti come Winston Marsalis e Terence Blanchard e persone che incontriamo in queste quattro ore che volano via. Produce Hbo, vorremmo vederlo in Rai in prima serata. È cinema e è il nostro contemporaneo.

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