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Venezia. Il film "Drawing Restraint 9" - Bjork-Barney - Creatività e resistenza

domenica 4 settembre 2005

di C. PI. INVIATA A VENEZIA

Bjork-Barney, sfida alle regole dell’attrazione
Atteso come un evento speciale il film giapponese della coppia di artisti

Drawing Restraint 9 Un flusso eccentrico e imprevedibile di immagini, corpi in trasformazione a bordo della baleniera Nisshin Maru

Proiezione blindata La ragazza d’Islanda, protagonista e autrice delle musiche, è sbarcata al Lido accolta da applausi e migliaia di digitali

È stata la proiezione finora più glamy, e probabilmente ineguagliabile, il pubblico «giusto» e studiato da momento speciale che ha cominciato a popolare il Lido già dal giorno prima, diverso nell’aspetto dal solito cinematografaro: borse di Gilbert&George, acconciature rosa, sembravano ripescati dalle inaugurazioni della Biennale arte di qualche mese fa.

Forse così, ieri infatti è stato il giorno di Drawing Restraint 9 il film giapponese della coppia Barney-Bjork, accolti da migliaia di digitali, moltissimi applausi mentre mano nella mano entravano alla proiezione (blindatissima) ufficiale del pomeriggio, lei piccola piccola e un po’ lunare col vestito rosa e scarpe con tacchi altissimi e forma di folletto in un melange che solo lei può osare, e in effetti farebbe rabbrividire su chiunque altro. Lui alto, grigio, senza i trucchi e le barbe che lo camuffano nei suoi Cremaster. Pensando all’intero ciclo e all’aura «spettacolare» che circonda i due, costruzione di questo evento compreso, entrare in sala prevenuti è il minimo che possa accadere. Invece no, perché il film di Barney è una bella sorpresa, seduce, incanta, sfida regole dell’attrazione e del vedere spostando i confini della stessa poetica del suo autore rimodellata proprio come la materia che ne compone le immagini. Quasi a dirci ancora una volta che l’energia della ragazza d’Islanda - come la giurata, anche lei musicista, Emiliana Torrini - basta da sé a rovesciare gli universi chiusi d’artista portandovi scompiglio vitale. Era accaduto con Lars von Trier in un corpo a corpo micidiale sfociato in clamorosa rottura tra i due (Dancing the Dark) accade con Barney, ma stavolta la cifra è la morbidezza della complicità e dell’amore (e una solida macchina imprenditoriale).

Bjork è attrice e firma le musiche, interventi plastici prima che sonori, la voce che penetra i fotogrammi, si vola piano nel flusso di immagini liberandone la ritmicità. Un uomo e una donna vengono accolti a bordo di una baleniera, la giapponese Nisshin Mar, per sposarsi con rito scintoista. Nel corso della cerimonia del tè vengono sommersi dalla vaselina liquida della scultura che è sul ponte, e piano piano cominciano a fondersi, a divorarsi, a tagliarsi gli arti trasformandosi in balene. La Nisshin Maru è infatti la sola baleniera ancora attiva in Giappone, paese che pratica la caccia ai cetacei con la scusa della ricerca scientifica, e nonostante la moratoria internazionale ne vende la carne sui mercati.

Ma la storia degli ospiti è solo un piano possibile, anche se per la prima volta (a parte il ciclo Cremaster che a Parigi si vedeva anche in sala, ma solo nel contesto della personale dedicata a Barney) l’artista presenta un film in sala e su grande schermo, cosa appunto che aveva sempre detto impossibile, i suoi film li pensa per i musei. La sfida qui è complessiva, riguarda la natura delle immagini, il loro impasto, un fare cinema nel confronto con le tecnologie che cerca, anche a partire da lì, dei flussi eccentrici e poco prevedibili. Quella trasformazione di carne, corpi, materia, e anche suono liberato nel movimento di arpa, clavicenbalo, troma, trombone, giri di obici e cori di bimbi, e l’antico sho, diciassette canne e quindici ance, fa cortocircuito con la storia e la politica di un paese, il Giappone, nel simbolo di temporalità sospesa della baleniera e nei suoi inevitabili clash cyborg delle generazioni più giovani (ma ce lo diceva già Suzuki nella frustrazione dolorosissima del conflitto interiore e di identità vissuta da suoi eroi, decomposti nella mente fino alla follia). C’è una canzone all’inizio del film, eccezione rispetto agli altri interventi vocali e sonori, che è la lettera (adattata da Barney) di un cittadino giapponese a McArthur che ha abolito la moratoria contro la caccia alle balene sulla costa del paese, l’animale che nasce dai due ospiti alla fine del film. Creatività e resistenza, dicono i due artisti. Il fluire della vaselina e il fluire di tempo, corpo, spazio. Una sospensione in cui sembra fluire anche il cinema nelle sue essenze di fisicità e pixel, senza distanza, in una vitale, continua trasformazione.

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http://unit.bjork.com/specials/dr9/


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