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Vince il Leone d’oro per il miglior film "Brokeback Mountain" di Ang Lee

lunedì 12 settembre 2005

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Sembra quasi un compromesso geopolitico: un autore orientale trapiantato in Nord America. A mani vuote il cinema "far east" tanto sostenuto da Mueller, sebbene ormai le produzioni orientali viaggino benissimo con le loro gambe, senza bisogno di "premi di visibilità" per sfondare sul mercato occidentale.

Leone d’oro per il miglior film: "Brokeback Mountain" di Ang Lee

Leone d’argento per la migliore regia: "Les amants reguliers" di Philippe Garrel

Premio speciale della giuria: "Mary" di Abel Ferrara

Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile: David Strathairn per "Good Night, and Good Luck" di George Clooney

Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Giovanna Mezzogiorno per "La bestia nel cuore" di Cristina Comencini

Premio Marcello Mastroianni per giovani attori emergenti: Menothy Cesar in "Vers le sud" di Laurent Cantet

Osella per il miglior contributo tecnico: William Lubtchansky per la fotografia del film "Les amants reguliers" di Philippe Garrel

Osella per la migliore sceneggiatura: George Clooney e Grant Heslov per "Good Night, and Good Luck" di George Clooney

Leone Speciale: Isabelle Huppert per il suo straordinario contributo dato al cinema

Nella sezione Orizzonti:

Premio orizzonti: "East of paradise" di Lech Kowalski

Premio orizzonti Doc: "Pervye na lune" (The first on the moon)

Nella sezione Corto cortissimo:

Leone Citroen per il miglior cortometraggio: "Xiaozhan" (Small Station) di Lin Chien-ping

Premio Uip per il miglior cortometraggio europeo: "Butterflies" di Max Jacoby

Menzione Speciale: Layla Afel di Leon Prudovsky

Premio Venezia opera prima ’Luigi De Larentiis’: "13" (Tzameti) di Gela Babluani

La 62a edizione del Festival di Venezia sarà ricordata come la rassegna che ha dato ampio spazio ad un ricco campionario di figure femminili immortalate nelle condizioni più estreme: donne abbandonate, sfruttatrici di sesso, adultere e vendicatrici hanno invaso gli schermi del Lido e calamitato l’attenzione sull’universo femmineo di ieri e di oggi. Le alternative hanno saputo risplendere di luce propria, come nel caso del piccolo e intimista film di Ang Lee Brokeback Mountain, girato in parte con soldi canadesi e interpretato da due star molto amate dal pubblico giovanile, Heath Ledger e Jake Gyllenhaal.

Si narra la storia di due giovani mandriani, Ennis Del Mar e Jack Twist, che, nell’estate del 1963, in quel di Signal, ai piedi del Brokeback Mountain, si ritrovano a stabilire dapprima una forte amicizia e poi una intensa relazione omosessuale. Entrambi, al termine della stagione, sono però costretti a perdersi di vista: l’uno convola a nozze con la fidanzata di sempre, l’altro decide di trasferirsi in Texas, dove sposa una ragazza di famiglia benestante. Passano gli anni e il ricordo di Brokeback Mountain non è del tutto svanito: Ennis e Jack decidono di rivedersi e amarsi come un tempo, stando attenti a non far sospettare di nulla le rispettive mogli. Tra alti e bassi, il legame si protrae a lungo. Fino a quando un tragico episodio di intolleranza non suggella la fine di ogni sogno romantico.

Dimenticate il western più virile. Brokeback Mountain, tratto da un racconto di Annie Proulx, volge lo sguardo all’introspezione dei sentimenti, dell’amore omosessuale, delle restrizioni sociali che incombono sulla propria vita, e della continua lotta tra l’essere e l’apparire. Ang Lee rispetta i canoni del genere (lande desolate, atmosfere rarefatte, silenzi prolungati, ritmo contemplativo, scenari immensi in cui sentirsi piccoli), con piglio stilistico da grande oratore più che da cineasta immaginifico, ma opera soprattutto a livello emotivo. Il film è un dialogo a tutto tondo con le emozioni più recondite, nascoste e imprevedibili dell’animo umano, descritto come dilaniato dalle continue intermittenze del cuore e della vita. Non c’è spazio per il mito del cowboy nichilista, errante o eroico di tante pellicole ambientate nel West. Garbo e pudore accompagnano il dramma sentimentale di due uomini un po’ perdenti a confronto con la loro intimità.
La singolarità delle tematiche affrontate potrebbe indurre a considerare Brokeback Mountain un’opera capace di rigenerare un genere ormai segnato da una semeiotica abbastanza definita. L’occasione, però, è stata mancata. In primis perché nel lavoro del regista taiwanese non risiede alcun segno rivelatore tale da illustrare il cammino di un ipotetico nuovo corso, e poi perché qua e là affiora il vuoto di un cinema privato della trasfigurazione che gli compete. Accontentiamoci dunque di assistere ad un film a tratti commovente, sincero e onesto, senza pretese rivoluzionarie. Di questi tempi è già tanto.

A cura di Francesco Siciliano

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