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24 giugno 1974 “Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo” (sul Corsera col titolo “Il Potere senza volto)

martedì 30 agosto 2005

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di Enrico Campofreda

“Che cos’è la cultura d’una nazione ? Correttamente si crede che sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dell’intelligencija. Invece non è così. Non è la cultura della classe dominante né di quella dominata. La cultura di una nazione è l’insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse. Per molti secoli in Italia, queste culture sono state distinguibili anche se storicamente unificate. Oggi una specie di Avvento realizza il sogno interclassista del vecchio Potere. A cos’è dovuta questa omologazione ? A un nuovo potere che scrivo con la P maiuscola, non so in cosa consiste questo nuovo Potere e chi lo rappresenti. So semplicemente che c’è”.

Per il poeta caratteristiche del nuovo potere sono: l’abbandono della Chiesa, la trasformazione sociale di contadini e sottoproletari in piccolo-borghesi e principalmente produrre e consumare, seguendo un’ideologia edonistica autosufficiente e feroce.
Le facce della gente e i loro comportamenti diventano lo specchio di tale trasformazione visto che il comportamento è un linguaggio e assume una decisiva importanza per comprendere la mutazione antropologica degli italiani e la loro completa omologazione a un modello unico.
Questo comportamento è stato molto più d’una moda ma anche le mode - da quella di farsi crescere i capelli di metà anni Sessanta ai tatuaggi del Duemila - hanno incentivato tale perdita d’identità soggettiva. Cosicché vestirsi, mostrarsi, parlare diventava simile per studenti e operai, fascisti e antifascisti, cosa impossibile prima del 1968.
Con queste carte che si mescolano nella forma, inizia a mescolarsi anche la sostanza. Tutto ciò accade per responsabilità di chi governa. Ma chi si oppone, chi lotta per una società basata su differenti valori, non riesce o non vuole indicare un percorso alternativo e propone soluzioni compromissorie e poco praticabili.
La Sinistra, il Psi, e sempre più anche il Pci accettano passivamente le regole del mercato capitalistico e le fanno proprie. E con esse s’adeguano al sistema.

“Vorrei che i miei attuali contraddittori di sinistra comprendessero che sono in grado di rendermi conto che se lo sviluppo continuasse così com’è cominciato sarebbe realistico il cosiddetto “compromesso storico”. Ma io ho il dovere di esercitare la mia critica donchisciottescamente e magari anche estremisticamente. Quali sono dunque i miei problemi? (...)”
“Nell’articolo del 10-6-1974 sul “Corriere della Sera” dicevo che i responsabili delle stragi di Milano e di Brescia sono il governo e la polizia italiana: perché se governo e polizia avessero voluto, tali stragi non ci sarebbero state.
Mi farò definitivamente ridere dietro dicendo che i responsabili delle stragi di Milano e Brescia siamo anche noi uomini di sinistra, in tutti questi anni non abbiamo fatto nulla: perché la Strage di Stato non divenisse un luogo comune e tutto si fermasse lì; perché i fascisti non ci fossero. Li abbiamo solo condannati gratificando le nostre coscienze con la nostra indignazione”.

In quel periodo c’era chi si opponeva alla pratica delle stragi e al neosquadrismo fascista con l’antifascismo militante. Erano i gruppi della sinistra extraparlamentare che, rifacendosi alla lezione storica del primo dopoguerra italiano durante il quale lo squadrismo proliferò anche grazie al totale immobilismo delle organizzazioni operaie e socialiste, lanciarono un’ampia campagna antifascista.
Essa puntava a togliere spazio alla propaganda di piazza del neofascismo e alle scorrerie del suo squadrismo armato. In quegli anni accanto ai morti per strage vennero assassinati decine di militanti e anche semplici cittadini.
Fra le iniziative proposte ci fu quella d’un referendum popolare per la messa fuorilegge del partito neofascista denominato Msi. Quest’iniziativa venne osteggiata da tutti i partiti presenti nel Parlamento italiano e il Pci investì il suo peso istituzionale per evitare il ricorso alle urne.
Dc e Pci non volevano riconoscere che la linea scelta nel secondo dopoguerra da De Gasperi e Togliatti di tollerare un neofascismo organizzato alla luce del sole aveva fatto il suo tempo, sia perché il Msi mostrava di potersi rilanciare elettoralmente come fece nel 1972, sia perché le sue frange paramilitari e violente diventavano sempre più una spina nel fianco per i movimenti di rinnovamento sociale.
Tali frange, più che dotate d’una strategia autonoma (vagheggiata solo da qualche nostalgico interno ed esterno allo stesso partito), vennero a lungo utilizzate come destabilizzatrici e killer per disegni politici orchestrati dalla Cia e dai Servizi italiani, cui uomini del nostro governo diedero il loro avallo.

“In realtà ci siamo comportati coi fascisti (parlo soprattutto di quelli giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti, e di fronte a questa decisione del loro destino non ci fosse niente da fare. E non nascondiamocelo: tutti sapevamo che quando uno di quei giovani decideva di essere fascista, ciò era puramente casuale, non era che un gesto, immotivato e irrazionale: sarebbe bastata forse una sola parola perché ciò non accadesse. Ma nessuno di noi ha mai parlato con loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentati inevitabili del Male. E magari erano degli adolescenti diciottenni che non sapevano nulla di nulla, e si sono gettati a capofitto nell’orrenda avventura per semplice disperazione”.

Si poteva parlare con giovani fascisti trasformatisi in assassini? Teoricamente sì, ma in molti casi non c’era la possibilità perché il conflitto prendeva il sopravvento, in altri non c’era la volontà. Non si parlava con quei giovani perché riproponevano il lugubre scenario nostalgico che aveva provocato lutti a due generazioni. E i giovani antifascisti degli anni Cinquanta e Sessanta, figli dei partigiani che avevano combattuto per liquidare il regime che aveva condotto la Patria nella criminale guerra al fianco del nazismo, non offrivano alibi a chi risventolava i gagliardetti coi teschi e assassinava i lavoratori.
Negli anni Cinquanta e nuovamente fra la fine dei Sessanta e i Settanta la provocazione e l’assassinio divennero il pane quotidiano delle organizzazioni neofasciste vicine al Msi di Giorgio Almirante (per le storie di diversi militanti assassinati cfr. www.reti-invisibili.net).
Il cuore cristiano di Pasolini afferma una verità: bisognava convincere i giovani irretiti dall’infingarda propaganda fascista, però non si poteva subirne l’attacco squadristico. Il mantenimento del clima democratico in determinati spazi pubblici: le fabbriche, i quartieri, le università diventava un imprescindibile passaggio obbligato. Quell’antifascismo, come l’antifascismo delle magliette a strisce di Genova del ‘60, fu un antifascismo difensivo, non offensivo come quello partigiano che puntava all’eliminazione fisica dell’avversario. Di fronte all’immobilismo della Sinistra parlamentare e delle istituzioni (la non volontà di governo e polizia di fermare lo stragismo denunciata dal poeta) veniva impedito al rinato neosquadrismo d’imporre la legge del manganello.
Sicuramente ci si fermò lì senza giungere a un dibattito e un contraddittorio coi giovani che seguivano Almirante e Rauti, ma ciò accadeva perché per la loro violenza scorreva anche molto sangue e l’animo di lavoratori e studenti era poco disposto a colloquiare con gli stragisti. Pur giovani che fossero.
Sarebbe stato utile parlare con Freda e Ventura? Con Delle Chiaie, Tuti e Concutelli? Con Fioravanti, Mambro, Cavallini? Sarebbero riusciti a convincerli della follia delle loro azioni insane e delittuose, non i militanti di quell’ultrasinistra che praticava l’antifascismo muscolare, ma lo stesso Pasolini e altri intellettuali illuminati?
Siamo dubbiosi. Perché questi neofascisti che istigarono o si macchiarono d’omicidi e violenze non avrebbero mostrato - come per decenni non hanno mostrato - alcun pentimento. E gli stessi politici ufficiali, i fascisti in doppiopetto: Almirante, Rauti, Romualdi, Tremaglia, Fini, mai manifestarono alcun cedimento di fronte a delitti e stragi che vedevano implicati propri militanti o ex militanti. Anzi in molti casi li protessero, fornendo coperture e assistenze legali. Come conferma “Il Secolo d’Italia” di quegli anni.

La forza intuitiva dell’intellettuale sta comunque nell’aver compreso meglio dei politici della Sinistra parlamentare ed extra che il Nuovo Fascismo andava ben oltre le sigle e le pratiche degli stragisti legati al Msi. Il disegno organico d’un Potere palese e occulto, democristiano e malavitoso e poi cangiante nelle formule politiche (centrosinistra e consociativo e Caf e oggi forzitaliota-postfascista) è tutt’ora in corso.
All’interno di molti partiti non si sviluppa più una linea organica, magari con maggioranza e opposizione, bensì un disegno che coinvolge trasversali affarismi e gestione del Potere.
Non è qualunquistico affermare che personalismi e affarismo più o meno celati esistono ormai ovunque e seppure fosse una questione personale nessuna Sinistra s’è liberata delle sue “mele marce”. Nei partiti gli uomini degli “affari” e della gestione occulta del potere hanno la meglio sugli uomini della moralità.
È questo il Nuovo Fascismo che Pasolini temeva e combatteva e che ha ordinato la sua atroce fine.