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Addio a Gaza tra scontri e arresti. Sharon a Israele: «E’ giusto così»

mercoledì 17 agosto 2005

di Daniele Zaccaria

Tutto come previsto: scaduto l’ultimatum agli irriducibili, da oggi il ritiro israeliano dalle 21 colonie di Gaza (e dai 4 insediamenti della Cisgiordania) diventa una questione di ruspe e blindati. Chi non ha ancora abbandonato casa o intende resistere fino all’ultimo respiro, dovrà vedersela con i soldati e i poliziotti dello Stato ebraico. Più di 55mila uomini chiamati a presidiare le operazioni di smantellamento che, come impone l’agenda politica del governo Sharon, dureranno fino al 4 settembre. «Li porteremo via con le buone o con le cattive», garantisce il generale Dan Harel, parafrasando le parole del premier.

Se una congrua (e saggia) maggioranza di abitanti ha già accettato a malincuore di separarsi dalla propria abitazione, le autorità di Tel Aviv sono preoccupate dalle frange più estreme della destra nazionalista, quelle che alla disobbedienza civile e alla resistenza passiva preferiscono l’azione diretta, magari coordinata dall’impiego massiccio di fucili e mitragliette.

Secondo il quotidiano Haretz sarebbero circa 500 gli estremisti penetrati abusivamente nelle (ex) colonie disposti a battersi con le armi e con i denti contro «il traditore della patria Sharon». Di questi, almeno duecento, in prevalenza giovani e adolescenti, sono considerati «molto pericolosi» dagli esperti dello Shin Bhet, i servizi di sicurezza israeliani che da settimane stanno monitorando le manovre degli avversari del premier. Se i posti di blocco istituiti dalla polizia nel Neghev settentrionale sono riusciti a limitarne l’afflusso, la determinazione di chi ha raggiunto la "capitale" delle colonie Gush Katif, ma anche Tel Katifa, Neve Dekalim, Shirat ha Yam e altri insediamenti, non sembra scalfita dall’ineluttabilità del ritiro unilaterale: «Si direbbe che siamo pochi contro molti, ma si tratta di un errore; Israele è dominato da una minoranza di antisemiti che vuole il nostro sangue, noi non vogliamo perdere con onore, vogliamo vincere e il popolo ci sostiene», si poteva leggere ieri sul sito web "leadership ebraica" vicina al colono ultraradicale Moshe Feiglin.

Le cronache di ieri, nonostante non ci siano stati spargimenti di sangue né drammi fratricidi, raccontano di una situazione potenzialmente esplosiva. Per tutta la giornata, migliaia di manifestanti hanno tentato di bloccare le vie d’uscita degli insediamenti per impedire i traslochi delle centiniaia di famiglie. Inevitabili gli scontri con forze dell’ordine e militari di Tsahal; i conflitti più violenti sono avvenuti a Neve Dekalim, dove gli "arancioni" (il colore del movimento anti-ritiro) hanno attaccato i cordoni di militari, incendiando copertoni e automobili. Il bilancio complessivo parla di circa ottocento persone arrestate, la maggior parte militanti nazionalisti che tentavano di infiltrarsi alla chetichella nei Territori.

Per alcuni osservatori le scaramucce di ieri costituiscono soltanto un prologo alle violenze che potrebbero macchiare la giornata di oggi, la più attesa e la più temuta dagli strateghi del ritiro come dai suoi avversari. Escludendo tragedie maggiori, la resistenza, anche la più strenua e ostinata degli ultimi indomabili coloni, non farà cambiare idea al governo Sharon, che sullo smantellamento unilaterale ha scommesso buona parte del suo avvenire politico, non senza creare profonde fratture all’interno della società israeliana.

Lunedì sera, in uno storico discorso alla nazione, il primo ministro si era rivolto al movimento dei coloni spiegando che l’abbandono della Striscia «é necessario» per la sicurezza di Israele, ma in particolar modo è una questione di buon senso e giustizia: «Non possiamo controllare Gaza per sempre, oltre un milione di palestinesi vive lì in condizioni di povertà e in focolai d’odio senza speranza». Parole in un certo senso sorprendenti per il generale di Sabra e Chatila, il nemico giurato di Arafat e della causa palestinese, l’uomo che, con la celebre passeggiata nella spianata delle Moschee, innescò la miccia della seconda, cruentissima, Intifada. Parole che, per la destra radicale israeliana, suonano come la conferma del tradimento supremo. Restituendogli soprattutto l’amara consapevolezza che, da oggi, Gaza non è più una parte della "Terra promessa", ma un territorio palestinese a tutti gli effetti.

http://www.liberazione.it/notizia.asp?id=3729