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Afganistan, Rifondazione dialoga con i pacifisti

mercoledì 12 luglio 2006

di Checchino Antonini

“Il nostro obiettivo rimane quello di ritirare le truppe anche dall’Afghanistan” ripete Franco Giordano, segretario di Rifondazione comunista, prima di elencare luci e ombre del decreto sul rifinanziamento delle missioni militari che molto fa discutere la galassia che s’è opposta alla guerra permanente inaugurata proprio da Enduring freedom, l’operazione angloamericana scattata all’indomani de1111 settembre. Ad ascoltarlo, nella sala di un hotel che sta a pochi metri dalla Camera, i rappresentanti di alcune reti pacifiste che hanno scritto una lettera a tutti gli eletti dell’Unione per rilanciare un ambito di confronto tra soggetti consapevoli che "logiche e dinamiche dei movimenti sono di natura diversa e autonoma da quelle istituzionali e tali devono restare".

Questo si legge nell’invito spedito, tra gli altri, da esponenti di Fiom, Arci, Cgil, Tavola della pace, Pax Christi, Beati i costruttori di pace, Un Ponte per e Libera preoccupati non solo dal rifinanziamento alla missione afgana ma dal più generale "ripensamento di una politica estera che abbia al centro l’articolo 11 della costituzione" e dalla sorte "di popolazioni cui vengono negati diritti e che quotidianamente vengono minacciate dalla violenza e dalla fame". Concretamente, i pacifisti domandano alla politica quale sia il ruolo che il governo vorrà giocare nell’Onu e nell’Unione europea. quale intenda assegnare alle forze armate, se continuerà a ingrassare il capitolo delle spese militari o virerà per una diversa cooperazione internazionale e se non debba porre in discussione l’attuale profilo della stessa Nato.

Ma, com’è ovvio a pochi giorni dal voto, è il decreto a occupare il primo scambio di impressioni tra l’arcipelago che ha dato vita al più vasto movimento contro la guerra e quei settori politici che, quel movimento, l’hanno abitato come pesci nel mare ripensando le categorie novecentesche del primato della politica.

E sul decreto la prima richiesta è quella di chiarezza. Giordano, presente con molti parlamentari del suo partito e altri deputati verdi, non ha negato alcune difficoltà politiche. Come il fatto che non sia stata possibile la discussione missione per missione, pure prevista dal programma dell’Unione. E come il rischio che, sulla divisione a sinistra si crei una maggioranza variabile. Sarebbe una maggioranza più filo atlantica, per non dire dell’ipotesi che potrebbe non esserci più una maggioranza. Lo sforzo di queste ore, è stato ricordato, è la ricerca di una mediazione tra chi, nell’Unione, ha sempre votato contro la missione in Afghanistan e chi ha sempre sostenuto l’opzione contraria.

Ma a leggere il decreto, illustrato anche dal capogruppo verde Bonelli, ci sono dentro elementi a cui il movimento pacifista non può non guardare con interesse: l’intervento in Darfur, il “biglietto” per il rientro delle truppe dall’Iraq e le premesse per una exit strategy da Kabul rappresentate dal no a un aumento del contingente e della sua ridislocazione a sud dove la guerra sta subendo una recrudescenza. Richieste, queste ultime, sollecitate dagli alleati come compensazione per il disimpegno iracheno. Una forca caudina per la quale è già passato il citatissimo Zapatero.

Meritano attenzione la mozione di indirizzo, in via di preparazione, e il comitato parlamentare di monitoraggio delle missioni, aperto anche a esperti della società civile. La prima dovrà contenere un giudizio sull’utilizzo della guerra nelle controversie internazionali. L’altro potrebbe diventare lo strumento che indichi la via d’uscita, il ritiro dalla guerra in Afghanistan.

Mai come per ieri è possibile adoperare l’espressione “un primo momento di confronto” visto che i posti occupati dai parlamentari si sono svuotati non appena è giunto da Montecitorio il richiamo dell’Aula. Il confronto, peraltro mai interrotto, è destinato a proseguire già sabato prossimo (e poi sette giorni dopo a Genova) quando in una sala romana della Cgil si terrà l’assemblea autoconvocata dagli otto parlamentari “dissidenti” che annunciano la presenza, in videoconferenza da Kabul di Gino Strada e di numerosi esponenti, in carne e ossa, del mondo dello spettacolo e della cultura (da Beppe Grillo a Jannacci, Fo, Paolo Rossi, Massimo Carlotto) oltre a settori importanti del movimento.

Tornando all’incontro di ieri, c’è da dire che, anche chi osserva senza pregiudizi i tentativi di mediazione in corso - ("la pace è un processo", ha detto Flavio Lotti) - non si illude sulla natura della missione ("Non è possibile parlare di missione di pace", insisteva la Fiom). Il rischio che si parli di politica estera solo in termini di “riduzione del danno” ricorrerà in diversi interventi da quello di Fabio Corazzina, portavoce di Pax Christi, a quello di Alessandra Mecozzi. C’è la consapevolezza che la discussione debba essere senza tabù e trovare un ambito pubblico. Una contesa solo sulle tattiche "sta indebolendo - spiega Fabio Alberti - la capacità d’azione del movimento".

La "trappola", come la chiama Raffaella Bolini, è che sia il Palazzo, al posto della realtà, a dettare i tempi di chi si batte per la pace e per un’altra politica estera. A farne le spese ci sono questioni che faticano ad essere assunte come priorità. Prima di tutte la vicenda palestinese rispetto alla quale la "mancanza di discontinuità col precedente governo è ancora più scandalosa" (ancora Mecozzi).

12 luglio 2006