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Afghanistan. Ombre italiane

giovedì 10 agosto 2006

di Giuliana Sgrena

Se la visita a Kabul della delegazione delle commissioni difesa di camera e senato doveva servire a manifestare il sostegno del parlamento alle nostre truppe, ha invece contribuito soprattutto a far sorgere nuovi fondati dubbi sulla nostra presenza militare in Afghanistan. Enduring freedom, uscita dalla porta di palazzo Madama, potrebbe rientrare dalla finestra di via XX settembre.

Nonostante l’eccesso di zelo del ministro della difesa afghano Abdul Rahim Wardak, soddisfatto perché «le forze italiane prenderanno parte alla missione nel sud dell’Afghanistan», sia stato subito smentito dai presidenti delle commissioni difesa, Roberta Pinotti e Sergio De Gregorio, tornano ad emergere molte delle preoccupazioni che avevano preceduto, a fine luglio, il voto sul rifinanziamento della missione militare. Alimentate anche dalle dichiarazioni del generale Fabrizio Castagnetti, comandante del Comando operativo del vertice interforze, confermate dal ministro della difesa Arturo Parisi.

Se per ora infatti i nostri soldati resteranno a Kabul e a Herat - «il nostro contingente è infatti impegnato e autorizzato ad operare negli stessi limiti geografici e operativi che hanno definito il suo ambito di intervento» - nel caso dovessero presentarsi situazioni straordinarie l’Isaf potrebbe chiedere un intervento italiano anche a sud. La richiesta, non improbabile visto che anche Karzai ha detto ieri di contare sull’impegno italiano nella lotta contro i taleban e i terroristi (che si trovano a sud) dovrebbe essere sottoposta al governo italiano, con l’accordo che la risposta deve arrivare entro 72 ore. Difficile immaginare che la parola possa tornare al parlamento in poche ore, visto il tormentone che ha caratterizzato il voto di luglio, quindi la discrezionalità della decisione sarebbe rimessa esclusivamente nelle mani del governo.
Discrezionalità o ambiguità? E le assicurazioni fatte ai parlamentari pacifisti? Occorre anche aggiungere - come ha ricordato il generale Castagnetti - che sono state rafforzate le regole di ingaggio: i militari potranno neutralizzare un gruppo ostile alla coalizione prima che spari e intervenire contro chi impedisce lo svolgimento di un’azione del contingente della Nato. Si tratta di una poco camuffata licenza di uccidere che mette a ulteriore rischio i soldati italiani anche se resteranno a Kabul e a Herat, prima ancora o senza che si dislochino a sud per combattere il terrorismo.

Di livello di rischio «significativo» parla infatti un rapporto dell’intelligence italiana, che prevede una «possibile intensificazione dell’attività terroristica nei confronti di personale ed interessi della coalizione internazionale dell’Isaf, con conseguente maggiore esposizione anche del contingente italiano». Una recrudescenza determinata dall’espansione a sud dell’Isaf e dall’estendersi dell’effetto Iraq in Afghanistan. Sottovalutare o ignorare tali avvertimenti potrebbe essere catastrofico, come è stato in Iraq.

E intanto il governo italiano è del tutto assente su un altro scenario di guerra, dove potrebbe cercare di giocare un ruolo positivo per fermare il massacro e la distruzione del Libano da parte di Israele. Per non parlare dei palestinesi che consumano la loro tragedia senza nemmeno godere più dell’attenzione dei media.

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