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BOBBY

mercoledì 7 febbraio 2007

de Enrico Campofreda

Sedici marzo millenovecentosessantotto. Robert Kennedy, fratello del defunto Presidente John, annuncia di candidarsi alla Casa Bianca. E inizia la sua campagna elettorale all’insegna di un’attenzione assoluta ai problemi sociali, razziali, giovanili su posizioni ampiamente progressiste ed egualitarie per lo stesso Partito Democratico e soprattutto per un Kennedy.

Suo fratello, il Presidente fatto assassinare a Dallas da lobbies nemmeno tanto occulte, aveva aperto la Nuova Frontiera delle speranze interne, sostenuto la libertà dell’Occidente europeo contro i muri del socialismo reale ma con lo sbarco nella Baia dei Porci aveva anche creato i presupposti per l’avvicinamento a Mosca del movimento castrista.

E aveva riavviato i bombardamenti a tappeto sui civili in Vietnam anche con l’aiuto di Robert che era suo consigliere. Cos’era successo a Bobby dopo l’assassinio di Dallas? Forse ripensamenti, certamente riflessioni su quell’America reazionaria e imperialista, sorda a qualsiasi trasformazione dentro e fuori la Patria.

Bobby è sensibile ai temi sociali di quella parte del popolo statunitense diseredata, emarginata, discriminata. Poveri - ce n’erano anche alla fine dei Sessanta - immigrati, neri. Verso costoro inizia un avvicinamento viaggiando per decine di migliaia di chilometri negli Stati delle primarie. Bobby è diventato anche sensibile all’angoscia dei giovani che non vogliono più morire per la “sporca guerra” imperialista d’Indocina. La gente lo vede con quel grande ciuffo e il sorriso aperto, lo chiama per nome, gli stringe la mano e comincia a credere in quell’uomo che diventa l’ultimo politico capace di suscitare speranze nell’America dimenticata. I confronti elettorali nei primi Stati gli danno ragione.

Il 4 giugno nell’hotel Ambassador di Los Angeles lo attende una serata pubblica a seguito dello scrutinio del voto californiano. La vita scorre fra i clienti, dipendenti, curiosi. Ci sono due vecchi amici, un bianco e un pensionato nero, maestri di cerimonie nell’albergo che nei momenti liberi chiacchierano e muovono gli scacchi, una centralinista amante del direttore che tradisce la moglie parrucchiera, una coppia consolidata di coniugi in cerca di nuovi stimoli da luna di miele, due giovani supporter kennediani partiti per sostenere il candidato che finiscono in un trip di acido lisergico. C’è una ragazza che si “sacrifica” in matrimonio sposando il suo partner per evitargli di partire in Vietnam. E poi camerieri messicani sfruttati e frustrati nella grande cucina dell’hotel che sta per essere teatro della funesta uccisione di Kennedy. Su Bobby che transitava fra un’ala di folla il giovane palestinese Sirhan scaricò il revolver, come se Oswald e l’assassinio del fratello non fossero mai esistiti.

A lungo si parlò della presenza in quelle cucine di uomini della Cia (tali Campbell, Joannidis, O’ Sullivan), si disse che nel luogo c’era più d’un tiratore, ma come spesso accade nei grandi intrighi le indagini non approdarono a nulla. Passò la versione che l’attentato fu un gesto personale contro il simbolo d’una nazione che favoriva Israele. Com’era già accaduto la più grande democrazia del mondo non poteva permettersi un democratico che prometteva d’agire contro certe logiche dell’Impero cosicché quei colpi ricacciarono indietro le speranze dell’altra America.
Un film di memoria, piuttosto agiografico e comunque non indimenticabile nonostante la presenza di big della celluloide a dare il volto al popolo rimasto orfano di Bobby e delle sue idee. Ben altro spessore di denuncia aveva avuto nel ’91 “JFK” di Oliver Stone.

Regia: Emilio Estévez
Soggetto e sceneggiatura: Emilio Estévez
Direttore della fotografia: Michael Barrett
Montaggio: Richard Chew
Interpreti principali: Anthony Hopkins, Harry Belafonte, Sharon Stone, Demi Moore, Joy Bryant, Nick Cannon, Laurence Fishburne, Heather Graham, Joshua Jackson, Lindsay Lohan
Musica originale: Mark Isham
Origine: Usa, 2006
Durata: 114’

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