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Baisers volés

lunedì 29 novembre 2004

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di Enrico Campofreda

Apertura con una dedica alla Cinémathèque di Henri Langlois, inquadrata coi cancelli
serrati durante i conflitti fra la nouvelle vague e il governo De Gaulle. Il
film si fregia d’una magistrale interpretazione del giovane Jean-Pierre Léaud,
che nei panni del Doinel-Truffaut mostra gli ardori, la smania di vita e d’amore
ma anche i tormenti e le indecisioni cui un giovane ventenne deve far fronte.
Léaud è una maschera perfetta per interpretare i tic e gli sbalzi d’umore dell’inquieto
ventenne che fra vari e improbabili lavori seguiti all’interruzione del servizio
di leva, dal quale è riformato per instabilità caratteriale, intreccia le sue
giornate con personaggi normali e surreali.

Nel vestire i panni del portiere di notte d’un albergo per coppie adultere, di detective privato, di commesso d’un negozio di calzature e di tecnico per riparazioni televisive Doinel cerca di scoprire i misteri dell’amore. Ne è coinvolto in prima persona tanto da fare i primi passi verso Christine, una ragazza di buona famiglia che potrebbe vedere in lui il fidanzato. Christine però è anche scostante tanto da costringe Doinel a guardare anche altre donne.
L’amore è anche pulsione sessuale e Antoine cerca di soddisfarla con delle ragazze di vita, ma il sesso, freddo e distaccato non lo coinvolge e spesso gli incontri non sono consumati: Antoine paga e va via.

L’amore è trasgressione e quando questa si materializza in madame Fabienne Tabard, moglie del padrone del negozio di calzature dov’è finito a lavorare, Antoine ne è scioccato. Da una parte si sente perso per l’avvenente e fatale signora, ma in un’occasione - restato solo con lei - fugge per il timore che accada l’irreparabile.
La signora Tabard è navigata, cerca proprio un’avventura e insegue Antoine sin nella sua romantica tana: un appartamentino in faccia al Sacre Coeur. Il ragazzo è spaventatissimo ma poi cede al razionale ragionamento della donna tutto rivolto all’appagamento del piacere.

Doinel non sa risolversi, si guarda allo specchio e trascorre il tempo a ripetere il nome suo e quello delle due donne: “Christine, Fabienne, Antoine ...” declama per ore. E’ l classico triangolo, che nelle storie d’amore introduce la variabile di nuovi innamoramenti e di potenziali tradimenti.
Eppure sotto un fare inesperto e impacciato Antoine mostra carattere: è simpatico ed empatico, ha voglia di vivere, è in cerca di emozioni anche se vorrebbe dominarle e quando non ci riesce (quasi sempre) le rifugge impaurito. Tutto però gli servirà d’esperienza per comprendere come si amalgano fra loro i tanti ingredienti che compongono quel sentimento fra uomo e donna chiamato amore. E dunque spazio ad attrazione, empatia, feeling, sensualità.

Questi sentimenti sono quanto di più lontano dalla sfera della ragione, l’amore è passionalità, è mutevole e fuggevole, tant’è che c’è chi si propone come garante di sicurezza ed eternità. Un uomo con l’impermeabile bianco, che durante tutto il film ha seguito Christine e che le si dichiara quando lei - seduta su una panchina con Antoine - è ormai sicura dei suoi sentimenti e della sua scelta, e il ragazzo con lei. Invece in questa sfera nulla è statico e sicuro, tutto fluttua e diventa incerto, perché l’amore può finire, pur inseguito da nuovi amori. E “Que reste-t-il des nos amours?” ci s’interroga sul refrain di Charles Trenet, che apre e chiude la pellicola.

Il colore non rende memorabile la fotografia (quanto fascino nelle altre in bianco e nero) mentre i particolari d’interni (il servizio di caffè della bella Fabienne) o l’abbigliamento dei personaggi offrono un ricordo dei tardo annisessanta. Mentre gl’intrecci della sceneggiatura rievocano un clima da commedia godibile e pieno di autoironia.

Regia: François Truffaut
Soggetto e sceneggiatura: François Truffaut, Claude Degiuray, Bernard Revon
Direttore della fotografia: Denis Clerval
Montaggio: Agnès Guillemot
Interpreti principali: Jean-Pierre Léaud, Delphine Seyrig, Daniel Ceccaldi, Claude Jade, André Falcon, Michael Losdale, Claire Duhamel
Musica originale: Antoine Duhamel
Produzione: Marcel Berbant
Origine: Francia, 1968
Durata: 90’