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Bertinotti sta dando impulso...ad un percorso rifondativo vero, radicale, sofferto

mercoledì 21 gennaio 2004

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Bertinotti sta dando impulso, a partire dall’ultimo congresso, ad un percorso rifondativo vero,
radicale, sofferto a cui partecipo con condivisione, ma anche con forte emozione.

Avverto, infatti,
vicini al mio percorso culturale e politico i paradigmi interpretativi. Non ci si chiede di
"schierarsi", ma di essere attori della necessaria "reinvenzione infinita" (direbbe Balibar). Per questo
è meschino immiserire la discussione con torsioni politiciste: non c’entra niente il confronto con
l’Ulivo, né si sostituisce il ritratto di Marx con quello di Gandhi. Ci si confronti con la vera
tesi: non so dirmi comunista oggi se non sconfiggo il paradigma della necessità della "violenza
rivoluzionaria", che è imploso anche all’interno del movimento operaio (errori, orrori,
sopraffazioni, assassinio, gulag); e la nonviolenza non è abbandono del conflitto di classe, consociativismo
aclassista (come se la radicalità fosse equazione di possibile violenza), ma forma contemporanea
della disob
bedienza, che è punta più alta di radicalità.

Essa, infatti, è principio ordinatore delle forme attuali della democrazia conflittuale, che si
oppone al crescente emergenzialismo e ad un autoritarismo che identifica, ormai, conflitto e
crimine. Lo sanno gli autoferrotranvieri, gli occupanti di case, i movimenti, che lottano contro la
"società disciplinare". La disobbedienza (dal "trainstopping" a Scanzano, Terlizzi, Acerra) è diventata
percorso sociale: da carsici comportamenti di ribellione individuali o di gruppo a "comunità
disobbedienti".

Sul piano culturale, la trama che scorre dalla nonviolenza classica alla disobbedienza, vive un
confronto, un intreccio, a volte una sinergia (certo difficile) tra cultura libertaria, cristiana,
comunista. Non penso affatto (come collaboratore assiduo di "Liberazione" ho tentato di indagare
anche in brevi note i processi autoritari, violenti del capitalismo contemporaneo) che la nostra
ricerca rimuova o sottostimi le coordinate del "potere violento", lo stato di "terrore permanente". È
una critica inconsistente, perché è esattamente il contrario. Risollevo l’attualità della
nonviolenza proprio perché io credo, come Agamben, che lo "stato di eccezione" sia il frutto primo della
guerra preventiva e che "il paradigma politico dell’occidente non sia più la città ma il campo di
concentramento, non Atene ma Auschwitz".

Non parte da qui la riflessione di Bertinotti? Il tema è posto dall’essere dentro il processo
rivoluzionario. Non è eludibile. La forma più radicale di lotta non può introiettare, in maniera
speculare, la violenza infinita del comando imperiale; né alla sua violenza, per contrapporsi ad esso,
deve corrispondere un tasso più alto di nostra violenza.

La lotta più radicale, penso, è quella
che tenta di riscrivere la grammatica della liceità sociale, oltrepassando il legalitarismo formale;
la nonviolenza non è assenza di lotta; è, anzi, messa in discussione, messa in gioco del proprio
corpo per mettere in crisi il potere militare: Rachel e Tom Hurndall, uccisi durante azioni di
protesta diretta nei territori occupati palestinesi non sono icone di una lotta radicale?

E i
refusnik, i militari israeliani che rifiutano di obbedire allo stato di occupazione militare del governo
israeliano, non sono l’esempio più radicale ed efficace di disarticolazione del comando imperiale?

Proporrei, piuttosto, di uscire da un dibattito semplificato ed ideologistico e di entrare nel
merito di alcuni temi: come si inseriscono, all’interno della pratica nonviolenta, le azioni di
boicottaggio, di sabotaggio, che colpiscono direttamente i processi di accumulazione e di
valorizzazione del capitale? La nonviolenza non è una parola d’ordine; va organizzata seriamente (anche
attraverso scuole di formazione e di comportamenti, come ci insegnano le esperienze più consolidate e
avanzate).

È bene dissolvere un secondo equivoco: nessuno pensa di riscrivere retroattivamente la storia, le
forme, i percorsi della liberazione dei popoli oppressi. Sto pensando alla lotta armata contro il
nazifascismo; e ritengo che i popoli oppressi non debbano essere ingabbiati né dal mito della
forza, né dalla ideologia della nonviolenza intesa come dogma. Sono i popoli stessi che decidono in
base alla condizione storica ed alla contingenza concreta. Noi poniamo un problema politico, qui ed
ora; ««alla forza smisurata sul piano militare delle forze dominanti della globalizzazione»» -
scrive Bertinotti - ««si può solo contrapporre la forza delle coscienze, dei movimenti, delle
convinzioni»».

È banale ridurre la nostra ricerca ad una polemica sulle forme di lotta. L’interrogativo
vero è come si raccorda l’iniziativa di massa di oggi con l’idea di società "altra" che vogliamo
costruire, come essa viene prefigurata dall’anticipazione che vive nel conflitto oggi. Noi alludiamo
ad un nuo
vo spazio pubblico in cui esercitare la ribellione e l’alterità.

Lo annotava Mordenti: la nostra idea della rivoluzione comunista è autogestione, democrazia
integrale, e, dunque, vi è la necessità che il processo rivoluzionario non contraddica, nel suo
svolgersi, questi fini. Personalmente credo che andrebbero indagati a fondo i limiti anche teorici sulla
concezione dello stato e del diritto degli stessi gruppi dirigenti comunisti storici. In questo
senso va rimessa in discussione la concezione stessa del potere novecentesco.

Quale rapporto con lo
stato di diritto? Perché il "potere socialista" ha ritenuto, con la "dittatura del proletariato",
di annullare, in nome e per conto del popolo, con la forma massima di sostitutismo, il garantismo,
il sistema delle regole e dei diritti, la lotta sindacale stessa? Non nasce da questo errore
teorico, prima che politico, il "gulag"? la critica da sinistra dello stalinismo, lungi dal ricadere
nelle secche fallimentari della democrazia rappresentativa borghese, riparte dallo stato di diritto
per giunge
re all’autogestione.

Già Bloch, nel 1953, nello stesso anno dei moti operai a Berlino e in altre
città della Repubblica Democratica Tedesca, annotava che, alla base della degenerazione del
"socialismo reale", vi era l’insufficiente elaborazione della categoria di "dittatura del proletariato",
la quale aveva del tutto omesso il giusnaturalismo e la possibilità di una sua interpretazione di
sinistra.

Marx, del resto, nella "Guerra civile in Francia" scriveva che la Comune di Parigi fu una "forma
politica fondamentalmente espansiva, mentre tutte le precedenti forme di governo erano state
unilateralmente repressive". Il dibattito violenza/nonviolenza, è bene saperlo, allude, insomma, alle
forme della politica e alla democrazia.