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CACHÈ

venerdì 17 giugno 2005

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di Enrico Campofreda

C’è un occhio nascosto in quella camera fissa che riprende e gradualmente ossessiona la vita del giornalista televisivo Georges Laurent e della moglie Anne. Un occhio che s’insinua nel privato e pian piano incrina l’equilibrio forse già precario della coppia. Perché dopo aver ricevuto una serie di video cassette accompagnate da inquietanti disegni di morte, Anne scopre che il marito le nasconde alcuni aspetti della vicenda.

Entrambi perdono la tranquillità della routine quotidiana rappresentata dai reciproci lavori, accudire il figlio adolescente chiuso nelle contraddizioni dell’età, frequentare una ristrettissima cerchi di amici. L’insistenza dei messaggi mette a dura prova l’autocontrollo della coppia e quando si recano alla polizia per denunciare il fatto non ottengono granché poiché si tratta solo d’illazioni mentre manca il dolo.

Laurent decide d’andare avanti da solo. Da una cassetta ricevuta decifra il nome d’una via e l’indicazione d’un caseggiato popolare della banlieu. Va in quel luogo, bussa a una porta, gli apre un uomo di mezz’età che mostra di conoscerlo. Il giornalista è un personaggio pubblico, la tv gli dà notorietà, chiunque potrebbe fingere però quell’uomo sa molti particolari che mettono Laurent in relazione con l’infanzia.

Già in una cassetta aveva rivisto la sua casa natale in campagna e comprende che quell’uomo è Majid, il figlio d’una coppia algerina che lavorava presso il padre. Costoro caddero vittime insieme a 200 connazionali d’una crudele azione poliziesca che nel ’61 durante agitazioni a sostegno dell’indipendenza dell’Algeria fece annegare nella Senna quei manifestanti. I coniugi Laurent presero con loro Majid adottandolo. Ma il figliolo Georges si sentì defraudato del suo mondo, delle attenzioni familiari e iniziò un’opera di piccole e meschine calunnie verso “l’intruso”. Alla fine Majid finì in un collegio.

Per questi trascorsi Majid avrebbe ordito una vendetta postuma? Georges lo incalza, lui nega e sostiene che non ha nulla a che fare con le video cassette che si fanno sempre più numerose e invadono anche le sedi lavorative del giornalista mettendone a rischio il buon nome e la carriera. Lui è estremamente agitato, va nella nativa casa di campagna dove vive ancora l’anziana madre, prova a parlarle del bambino adottato ma vede che la donna l’ha rimosso. Nega alla moglie Anne, che vive una crescente agitazione paranoide, d’aver incontrato alcuno nel condominio popolare. Però la donna ha ricevuto una cassetta dove il colloquio fra i due uomini è filmato, Georges appare agli occhi della moglie come chi abbia qualcosa da nascondere.

La situazione precipita quando il figlio Pierrot scompare, i genitori pensano a un rapimento fanno fermare dalla polizia Majid e suo figlio. La paura e il sospetto si sono insinuati nella loro vita. Poi Pierrot torna a casa: s’era semplicemente fermato da un amico.

Il giornalista viene convocato da Majid nell’abitazione popolare per rivelazioni sulle cassette; che il luogo puzzi di trappola dovrebbe già essergli chiaro da tempo ma lui agitato va all’appuntamento. Majid gli conferma di non essere assolutamente responsabile delle registrazioni video ed estraendo un coltello si taglia la gola.

Laurent è scioccato: ha visto morire in un lago di sangue l’uomo che forse lo perseguitava ma non vuole andare dalla polizia. Lo farà a notte fonda dopo essersi consultato con Anne. Successivamente il figlio di Majid lo va a trovare in redazione e ha con lui un serrato e durissimo chiarimento, Georges è tesissimo sospetta di loro ma non può provare nulla, sente che quella vicenda sta rovinandogli l’esistenza. Dall’altra parte il giovane algerino rivive gli stessi fantasmi
discriminatori della famiglia nella Francia gollista.

La vicenda si chiude. Forse è conclusa, forse no. C’è sempre una camera fissa che riprende stavolta l’ingresso d’un luogo pubblico. Potrebbero essere la piscina o la scuola frequentate da Pierrot o qualsiasi altro posto.

Un po’ sindrome del Grande Fratello, un po’ minaccia occulta che fa scivolare nella paranoia e anche viaggio nella sfera recondita d’ognuno di noi il nuovo lavoro di Haneke (premio alla regìa a Cannes) è un film di tensione che bene regge la staticità delle inquadrature tutte d’interni. È il racconto d’una vicenda assurda che può diventare reale nella società malata, rancorosa e poco limpida in cui viviamo.

Ciascuno sta un po’ nascosto e nel suo piccolo ha qualcosa da nascondere, immerso in un senso di colpa occulto che può condurre a operare e a subire forme d’intrusione e violenza gratuite. Si sta in piccoli branchi, relativamente sodali: i pochissimi amici, i colleghi di lavoro. Oltre la parete del luogo “sicuro” può esserci il nemico. Le stesse etnie integrate riscoprono emarginazioni e risentimento. Non possono che derivarne pericolosi sintomi d’insicurezza e inquietudine, anch’essi globalizzati.

Regia: Michael Haneke.
Soggetto e sceneggiatura: Michael Haneke.
Direttore della fotografia: Christian Berger.
Montaggio: Michael Hudecek, Nadine Muse.
Interpreti principali: Daniel Auteuil, Juliette Binoche, Annie Girardot, Maurice Bénichou, Daniel Duval, Nathalie Richard, Lester Makedonsky, Walid Afkir.
Produzione: Veit Heiduschka.
Origine: Francia, Austria, Germania, Italia, 2005.
Durata: 123 minuti.

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