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CENNI DI DIFFERENZE FRA PREDONOMIA ED ECONOMIA

mercoledì 1 marzo 2006

di Carmelo R. Viola

La letteratura sulla pretesa economia è poderosa. La sola parola evoca pensieri di difficoltà notevoli, quasi esoteriche, in chi non è addentro alla materia. Rassicuro che quanto sto per dire è accessibile a tutti. Sembrerò presuntuoso ma sono soltanto logico. Entro subito nel cuore della questione.

Se economia significa “ organizzazione del lavoro per la produzione di beni e servizi secondo fabbisogno e loro distribuzione, con o senza l’uso di una moneta passiva, a tutti i membri di una collettività secondo equità e bisogno ( sanitario)”, la materia della “letteratura poderosa” di cui in apertura, non è l’economia ma una cosa totalmente diversa. E’ “la produzione di profitti attraverso la compera del lavoro al minor costo possibile e la vendita dei prodotti di questo al maggior prezzo possibile con il pretesto del dar lavoro e del produrre ricchezza”.

E’ l’”antropomorfizzazione” della predazione della giungla e dell’uomo primitivo. Tale materia è dunque la “predonomia”. Siffatto processo di “mutuazione e conservazione” di una normale modalità forestale e primordiale era inevitabile appunto perché l’uomo è nato animale - e non bello e fatto in un “paradiso terrestre” (come vuole il creazionismo biblico) e non poteva non ripetere, dapprima nella forma e successivamente senz’altro nella sostanza, i comportamenti animali.

Partendo dalla predazione alimentare come modus vivendi originario del soggetto uomo, come singolo e come gruppo “imprenditore di predazione”, è seguito un comportamento sempre più sofisticato di modalità convenzionali (fino agli strumenti telematici di oggi) complicate ma non tanto da non poterne più riconoscere l’essenza e la finalità, nel regolare e legittimare (attraverso provvedimenti legislativi) lo sfruttamento del lavoro ovvero l’uso del proprio simile come produttore di profitti parassitari nella veste di produttore di beni e di servizi, la misura dei costi ( i più bassi possibili) e dei prezzi (i più alti possibili), i modi per tenere sotto controllo il malcontento e le eventuali rivolte degli sfruttati (“depredati”) e per mantenere stabile il “sistema”, cioè l’impalcatura dello Stato su base “predonomica”.

Saltiamo millenni per dire che è nato il capitalismo con le sue varie versioni (fordismo, taylorismo ecc.) fino all’attuale neoliberismo, la quale ultima versione sta esasperando sempre di più lo spirito predatorio dello sfruttamento del lavoro creando ricchi sempre più potenti e masse sconfinate di lavoro-dipendenti, che non cessano di essere al limite della povertà per il solo fatto eventuale di possedere l’auto e una casa propria. A queste masse di “spesso solo apparentemente sistemati” ci sono larghe masse di disoccupati, di precari a cui si andranno ad aggiungere i neodisoccupati e i senza pensione degli anziani e dei vecchi per effetto di un crescente vergognoso “mercato del lavoro”. La socialdemocrazia è stato un sogno sbagliato come quello di una “guerra senza morti e feriti” e il sindacato viene vanificato dalla stessa massa dei lavoro-dipendenti sempre più corrotti da una giungla antropomorfa, che li induce a pensare di essere dei concorrenti potenziali alla ricchezza (vedi “ottundori sociali”).

E’ strano che gli studiosi abbiano continuato a chiamare economia una fenomenologia che ha sempre più il sapore e la valenza di una vera e propria criminalità finalizzata al ladrocinio. La prima dichiarazione dei “diritti umani” - del 1789 - contenuta nella formula mirabile e insuperabile “libertà-fraternità-uguaglianza”, è sorta contro tale fenomenologia quando questa era forse più virulenta ma certamente più scoperta rispetto a quella attuale. I “lavoro-dipendenti” non avevano ancora scoperto i fuorvianti abbagli del livello tecnologico e mediatico dei nostri tempi.

Secondo la “logica” sui generis della predonomia (spacciata per economia) la società può provvedere al proprio fabbisogno solo attraverso individui e gruppi “imprenditori” (alias “predatori”), che poi sono, oltre un certo livello, i ben noti “padreterni” (Berlusconi, Agnelli, Montezomolo e via vomitando). Le motivazioni speciose sono almeno tre: 1) l’uomo sarebbe naturalmente “predatorio”; 2) l’impresa “darebbe lavoro; 3) l’impresa “produrrebbe ricchezza”. Si tratta di tre menzogne: 1) l’uomo predatorio è il primitivo: guai se l’esemplare della nostra specie non si evolvesse dato che questa “si compie” nel tempo, cioè attraverso la storia. Infatti si evolve tanto che possiamo affermare che “l’uomo, nei suoi comportamenti interpersonali, è ciò che diventa”. 2) L’impresa non dà lavoro ma “lo compra” (e lo usa a proprio beneficio dietro la copertura della funzionalità sociale). Il lavoro è attività naturale e insopprimibile dell’uomo in quanto tale. 3) La ricchezza è il prodotto del lavoro in quanto tale, non dell’impresa.

Il solo elenco di alcuni effetti essenziali della predonomia basta a confutarla in maniera categorica, totale e definitiva:

1 - produce beni e servizi non secondo il fabbisogno sociale ma secondo la convenienza parassitaria dell’impresa;

2 - depreda sistematicamente tutti i lavoro-dipendenti;

3 - impone, anche attraverso la menzogna pubblicitaria, il consumo di beni inutili e/o nocivi (anche nel campo farmaceutico e sanitario);

4 - produce differenze crescenti in potere di acquisto e sussistenza nei consumatori;

5 - produce la “conflittualità per il mio” anche fra fratello e fratello;

6 - produce e sfrutta anche il bisogno e la povertà;

7 - produce la criminalità del bisogno (di chi ha fame) e dell’emulazione (di chi tenta di diventare predatore fortunato attraverso modalità dirette - violente, “paralegali” alias mafiose);

8 - produce categorie di predatori potenti in grado di condizionare l’andamento politico, “predonomico” e culturale di tutto un paese;

9 - aggredisce e distrugge gli equilibri della natura (lo scioglimento in atto dei grandi ghiacciai basta a darci un’idea degli effetti climaticamente e biosfericamente catastrofici dell’industria predonomica, il che riduce l’abitabilità del Pianeta e la prospettiva di vivenza della specie);

10 - al livello internazionale produce l’imperialismo dei più forti (come risultato naturale di una concorrenza alla predazione territoriale e delle risorse vitali) ovvero una serie di conflitti militari con false motivazioni (vedi storia attuale);

11 - porta all’estinzione prematura della specie (per aborto storico).

Dubito che ci sia qualcuno che possa confutare una sola di tali constatazioni. Il movimento di difesa dei diritti naturali e quindi di opposizione alla predonomia per una società (convivenza) degna della specie umana, si è detta e si dice socialismo, ma in realtà si tratta di una società semplicemente economica, cioè basata sulla scienza del vivere sociale - e sulla consapevolezza critica e responsabilità morale dei suoi componenti - capace di produrre secondo il fabbisogno, di evitare le cause della conflittualità e del crimine e di non offendere la natura. Il marxismo è stato il primo e più grande tentativo di confutazione della predonomia a favore dell’economia ma ha preso la questione così alla larga da avere reso quasi inaccessibile ciò che è evidente e intuitivo purché si sappia a quali moventi biologici costanti rispondono i comportamenti dell’uomo e gli eventi della storia e si legga l’evoluzione sin dal nascere della specie. La condizione proletaria come movente costante non esiste: essa è solo una possibile circostanza. L’abbaglio classista e la non conoscenza dei motori costanti dei comportamenti, mimetizzati sotto un’infinita gamma di modalità di risposta, hanno portato il marxismo fuori strada e l’hanno appesantito da milioni di parole inutili o superflue. Restano sostanzialmente valide le sue analisi settoriali e la sua finalità, che è appunto il socialismo.

La differenza essenziale fra predonomia ed economia, fra società capitalista e società socialista, può essere richiamata da questa doppia constatazione: per la prima la crescita consiste nella maggiore produzione ovvero nel maggiore “prodotto interno lordo” (PIL) mentre per la seconda consiste in una migliore risposta al fabbisogno vitale (ovvero ai dritti naturali) di tutti i cittadini, nessuno escluso; per la prima il progresso consiste nella maggiore assimilazione della tecnologia, mentre per la seconda consiste in una maggiore armonizzazione fra i vari componenti della convivenza (quantità demografica, area abitativa, assistenza sanitaria, cultura biosociale e bioetica, verde, viabilità e così via). Per una trattazione più approfondita dell’economia (alias socialismo) seguirà un articolo a parte.

La biologia sociale vuole essere una base generale unificante e risolvente dei vari tentativi di scienza sociale ispirati da visioni e concezioni estranee alla “natura” della nostra specie o così lontane da perdersi in concetti astratti e fuorvianti. Meglio: vuole essere la scienza sociale intesa in tutta la sua totale specificità ed offrire una risposta a quanti ancora cercano un punto di riferimento o di appoggio per spiegare le cause di un’umanità che sembra impazzita e destinata ad una fine tragica, e le linee di elaborazione per una soluzione scientifica.