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CHAVEZ contro LULA

sabato 30 aprile 2005

di Marco Santopadre

Due modelli diversi dentro/contro il processo di integrazione dell’America Latina

“CHAVEZ SI, LULA NO”

L’ultimo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre è stato il palcoscenico di un evento dall’enorme valore simbolico oltre che politico. L’ex padrone di casa Lula, la cui elezione era stata acclamata come la vittoria di un’ipotesi di trasformazione sociale nel più importante paese del continente latinoamericano, è stato contestato. “Chavez si, Lula no!” gli hanno gridato alcuni partecipanti mentre teneva il suo discorso all’interno dello Stadio Gigantinho. Lula ha usato una buona dose di paternalismo per sminuire i contestatori: “questi che non vogliono ascoltare sono i figli del PT che si sono ribellati, è tipico dei giovani, ma un giorno matureranno e torneranno a casa.”

Ma non sono solo i giovani a contestare la sua politica; è un susseguirsi di proteste contro gli esponenti del governo da parte soprattutto dei Lavoratori senza terra (che chiedono inutilmente all’esecutivo di varare una riforma agraria più volte promessa); dei dipendenti pubblici (che si oppongono all’introduzione della previdenza privata); degli studenti (che contestano una controriforma del sistema universitario che sembra copiata da quella Moratti); degli ecologisti (contrari alla liberalizzazione della soia transgenica); dei militanti del movimento per il diritto alla casa (sgomberati con la forza dagli stabili occupati). Ma che la contestazione a Lula si sia ripetuta dentro l’assise mondiale dei movimenti sociali e delle sinistre è ancora più emblematico. Due anni dopo il suo insediamento, la delusione del popolo di Porto Alegre è profonda quanto lo era stata la speranza. Oggi ormai il governo Lula è diventato una controparte dei movimenti sociali. Un governo qualsiasi, dalla quale prendono le distanze i teologi della liberazione, i militanti sindacali, gli intellettuali e persino esponenti di partiti di centrosinistra in teoria più moderati ma critici con la sua deriva liberista.

L’FSM INCORONA CHAVEZ

Il vero eroe di Porto Alegre, come era prevedibile, è stato invece Hugo Chavez. Il suo trionfo è stato completo, e non solo per il suo carisma capace di ipnotizzare le folle di attivisti che lo hanno seguito ovunque andasse, ma soprattutto per gli atti concreti che la rivoluzione bolivariana ha portato a casa. E che invece Lula ha dimostrato di non voler/poter realizzare, a partire dalla riforma agraria. La corona di eroe popolare era già passata dalla testa di Lula a quella di Chavez quando quest’ultimo ha deciso di visitare l’accampamento dei Sem Terra di Tapes, a 130 Km da Porto Alegre, dove da 20 anni migliaia di famiglie coltivano e abitano terre non loro in attesa che qualcuno glie le assegni. Il trionfo è poi continuato in un Gigantinho pieno zeppo, dove il leader venezuelano ha potuto rivendicare la sconfitta dei tentativi golpisti made in USA, la riforma agraria, la rinazionalizzazione dell’impresa petrolifera nazionale, l’esproprio delle fabbriche in crisi, l’assegnazione a centinaia di migliaia di diseredati delle parcelle di terreno sulle quali hanno costruito la propria casa, i piani di educazione degli adulti e di generalizzazione dell’assistenza sanitaria di base realizzati grazie al gemellaggio con la Cuba di Fidel. Chavez è un buon amico di Lula, con lui sta conducendo alleanze e riforme a livello continentale. Ma il suo modello e quello del PT sono diversi nei fatti, prima ancora che nelle intenzioni, e la sua stessa presenza a Porto Alegre ha costituito uno schiaffo nei confronti di un governo brasiliano sopportato dall’opinione pubblica solo perché oggi è inimmaginabile una qualsiasi alternativa credibile al Partito dei Lavoratori.

UN GOVERNO RIFORMISTA MA SENZA RIFORME

Che l’avvento al potere di Lula non avrebbe portato ad un cambiamento netto, strutturale nella situazione brasiliana era evidente anche prima che vincesse le elezioni. Il suo non è mai stato un progetto rivoluzionario. Ma ormai è chiaro che quello di Lula è un governo che si descrive e viene vissuto come riformista ma che di riforme non ne fa. Il problema non è che le riforme sono troppo lente, ma che le controriforme che Lula sta attuando sono così dure e numerose da far rimpiangere, a molti suoi ex alleati, il suo predecessore Fernando Henrique Cardoso, che pure è stato il campione del neoliberismo. Dopo l’apertura al PMDB e il rimpasto che ha affidato alcuni ministeri alle frange più conservatrici del Partito Liberale, e tenendo conto che già molti dei ministri pure in teoria espressi dal PT rappresentano direttamente il sistema finanziario e le multinazionali dell’agrobusiness, quello Lula non è neanche più formalmente un governo di centrosinistra o progressista.

Centinaia di quadri e dirigenti stanno abbandonando il PT, tornando a casa pieni di amarezza o andando ad ingrossare le file dell’estrema sinistra trotzkista oppure quelle del nuovo partito fondato da alcuni deputati e senatori già espulsi due anni fa, il PSOL. Ed anche la “tregua armata” con il maggiore e più organizzato dei movimenti sociali brasiliani, l’MST di Joao Pedro Stedile, si sta ormai incrinando.

I SEM TERRA SUL PIEDE DI GUERRA

Il Ministro dello Sviluppo Agricolo ha sconsolatamente riconosciuto che i tagli al bilancio effettuati dal suo governo impediranno di raggiungere gli obiettivi della riforma agraria per il 2005, già nettamente inferiori non solo rispetto alle promesse della campagna elettorale ma addirittura ai piani del governo degli anni scorsi. Il governo chiede continuamente pazienza, le riforme pian piano si faranno. Ma nel frattempo centinaia di migliaia di famiglie di contadini continuano a sopravvivere sotto il livello minimo di sussistenza, in balia delle squadracce dei latifondisti. Ma il governo Lula non è solo un po’ più lento del previsto. Ha dichiarato Stedile ad un giornale brasiliano: «Nel recente massacro di lavoratori senza-terra a Felisburgo, Minas Gerais, quando il fazendeiro assassino Adriano Chafic ha assunto 15 pistoleiros e in un sabato a mezzogiorno (...) ha sparato ai compagni accampati in un’area pubblica, ammazzandone cinque e lasciandone tredici a terra, feriti, chi è venuto a difenderlo non sono stati i latifondisti della Confederazione Nazionale dell’Agricoltura (CNA), né l’Unione Democratica Ruralista (UDR). (...) Chi si è schierato pubblicamente in difesa del fazendeiro assassino è stato il signor ministro Roberto Rodrigues, quando ha detto: “Ritengo naturale la reazione del fazendeiro, perché ha il diritto di difendere con le armi la sua proprietà". (...) L’agrobusiness, cosiddetto moderno, immaginando che il mercato internazionale sia in una fase di crescita senza fine, ha valutato che per espandere le sue vendite all’estero avrebbe dovuto ampliare la frontiera economica rispetto al latifondo arretrato e, se il governo avesse espropriato le terre improduttive avrebbe creato un problema.»[1] Perché mai un governo che ha tra i suoi massimi esponenti banchieri e rappresentanti delle multinazionali dell’agrobusiness dovrebbe varare una riforma agraria?

QUALE NUESTRA AMERICA?

Quando si mettono in rilievo tali questioni, i fautori della pazienza (senza termine) dentro il governo Lula così come all’estero, invitano a tenere conto dei successi di Lula in campo internazionale. Ed in effetti Lula, tra i presidenti eletti in questi anni grazie a quella che dopo l’insediamento di Tabarè Vasquez in Uruguay è da considerare una vera e propria ondata progressista in America Latina, è stato un campione del multilateralismo e delle alleanze Sud-Sud.

In questi ultimi due anni il tandem Lula-Chavez ha rivoluzionato la mappa geopolitica di tutto il continente latinoamericano. Una “alleanza strategica” che ha fatto deragliare i progetti annessionisti di Washington, ALCA in testa. Non solo i due hanno risollevato il moribondo Mercosur stretto tra le minacce di Washington e la non inferiore rapacità dell’UE, ma hanno posto le basi per un’integrazione economica, politica ed infrastrutturale tra tutti i paesi del Conosud e addirittura dell’America Centrale.

Gli accordi siglati a Caracas il 14 febbraio mirano ad avviare uno sviluppo autonomo in tutti i campi. Innanzi tutto in quello petrolifero, attraverso la creazione della Petrosur, una grande compagnia continentale che metta insieme le compagnie statali dei singoli paesi; ma anche finanziario, creando una Banca centrale comune che sottragga milioni di dollari alla gestione delle banche statunitensi che poi li prestano a caro prezzo ai Governi; mediatico, attraverso una grande catena televisiva, la Telesur, che possa competere coi grandi network privati legati a Washington e quasi sempre ostili ai movimenti progressisti. Significativi anche i progressi in campo militare: Caracas acquisterà aerei da combattimento (i Tucano) dalla brasiliana Embraer e sfrutterà la tecnologia del Brasile per la costruzione di aerei commerciali e dei pezzi di ricambio dei suoi caccia made in Usa.

Lo scorso primo Marzo Brasile, Argentina e Venezuela hanno deciso In Uruguay di adottare una posizione comune di fronte agli organismi internazionali per contrattare tempi e modalità di pagamento degli interessi sul debito e hanno firmato accordi per la cooperazione energetica.

Già a Cuzco, in Perù, Chavez aveva parlato della necessità di una riunificazione continentale di tutti i paesi per la fondazione di una "Comunità delle nazioni sudamericane", fuori dal controllo statunitense. Chavez mira alla creazione di un’unione sudamericana, il cui punto di partenza è costituito dal recentissimo accordo di libero scambio tra Mercosur (di cui fanno parte Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) e comunità Andina (di cui fanno parte Bolivia, Colombia, Ecuador, Peru e Venezuela), da estendere poi al Cile e al Messico, fin sotto le frontiere di Washington.

Gli USA non rimangono alla finestra, come si è visto quando a dicembre il dirigente delle FARC Rodrigo Granda è stato sequestrato a Caracas da agenti colombiani. In risposta alle legittime e sacrosante proteste del Venezuela, il governo fantoccio di Uribe e i suoi padroni di Washington hanno accusato Chavez di ospitare e favorire le guerriglie marxiste colombiane. Si sa che fine fa chiunque costituisca, secondo gli USA, un pericolo per la democrazia e la stabilità.

Ma minacciando di assedio totale la vicina Colombia, Chavez ha compiuto un vero capolavoro: intanto è riuscito a disinnescare, almeno per ora, un casus belli che avrebbe giustificato un possibile intervento armato contro la rivoluzione bolivariana; inoltre ha intrappolato la Colombia dentro i suoi progetti di integrazione. E’ già in costruzione un oleodotto che collegherà i giacimenti venezuelani di Maracaibo alla costa colombiana sul Pacifico, 1000 Km di lunghezza e la possibilità di imbarcare il greggio verso la Cina evitando lo stretto di Panama, sotto diretto controllo statunitense. Uribe, stretto tra la difficile situazione interna e l’isolamento politico ed economico nel subcontinente, ha preferito per ora la sua sopravvivenza politica agli ordini di Washington.

Quello di Chavez è un progetto di unificazione ma anche di liberazione, in molti aspetti diverso dalla graduale integrazione ricercata da Lula. Il Brasile ha sempre considerato l’integrazione regionale come una carta da giocare nei confronti del gigante USA e in seguito dell’UE, un modo per trattare con i competitori in una posizione di maggiore forza. Mentre Chavez costruisce un’integrazione “bolivariana” del continente, unendo le forze per contrastare lo strapotere di Stati uniti ed Unione europea, con questi Lula spera di poter trattare in una posizione di forza proprio grazie alla creazione di un polo regionale sudamericano.

Mentre Chavez e Cuba si oppongono frontalmente all’ALCA, Brasilia spinge solo per un suo rallentamento e per una sua rinegoziazione. Un’ALCA “light”, che salvaguardi gli interessi della borghesia brasiliana pure all’interno dell’enorme cortile di casa yankee che il progetto rappresenta, non dispiace poi tanto a chi muove le leve di comando a Brasilia. D’altronde, le aspirazioni da potenza regionale con proiezione mondiale del Brasile si rivelano anche quando insiste affinché gli sia assegnato un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Chavez per ora appoggia, seppur tiepidamente, queste aspirazioni, ma a Porto Alegre ha ripetuto: «l’unione dei popoli del Sud America sia indispensabile per fermare il capitalismo e l’imperialismo»[2].

Al contrario Lula sta accentuando il carattere liberista della sua politica. Anche chi lo difende in nome del fatto che comunque pone le basi per una democratizzazione della società brasiliana, per anni dominata dai militari, deve fare i conti con un’escalation di violenza da parte delle forze di sicurezza e dei pistoleros contro i movimenti sociali. L’ultimo episodio è il massacro, da parte della Polizia Militare, di alcuni contadini che occupavano delle proprietà nella località di Sonho Real. Lo sgombero violento ha causato anche numerosi feriti e l’arresto di addirittura 800 persone. Come ai vecchi tempi!

Anche se non parla di opposizione al governo Lula, l’MST annuncia per aprile una marcia nazionale per la riforma agraria che si concluderà nella capitale. E intanto sono ricominciate le occupazioni delle terre e gli scontri con le forze dell’ordine. Se non è opposizione questa!

GOVERNO VS POTERE

Gli apologeti di Lula, anche nella sinistra internazionale, giustificano l’ex metalmeccanico che “vorrebbe ma non può”, che deve destinare le risorse del paese al pagamento delle rate del debito estero e quindi non può rispettare le promesse sulla riforma agraria o la lotta contro la fame. Deve, insomma, rispettare i tempi e le regole del sistema. Ma è proprio questo il problema. Pensare (o far pensare agli altri) che si possa cambiare la drammatica situazione di un paese come il Brasile semplicemente rispettando le regole. Se si accettano i criteri dell’ordine liberale e ci si rifiuta di scontrarsi con le classi dominanti, i margini di manovra per una politica di soddisfazione delle rivendicazioni popolari sono praticamente inesistenti. Un governo che serve i mercati finanziari non può finanziare anche le politiche sociali. Il problema non è di ordine economico. È politico.

Anche chi parla di un “tradimento” da parte di Lula e del PT (che pure in parte c’è stato) non tiene conto del fatto che avere in mano il governo di un paese non rende possibile il varo di riforme sostanziali invise agli apparati e alle classi che, quelle si, detengono il potere. Ed è proprio la strana e pure contraddittoria rivoluzione bolivariana di Chavez a dimostrare che mettendo in discussione gli assetti del potere si può cambiare. Attraverso l’alleanza tra i settori progressisti dell’esercito, le classi popolari e una parte della borghesia nazionale Chavez ha mandato all’aria un assetto di potere che sembrava eterno. Difendendo interessi materiali concreti la rivoluzione ha ottenuto un appoggio convinto da parte di una popolazione, che ha sviluppato organizzazione e coscienza. Una forza che ha permesso a Chavez di epurare l’apparato e le aziende statali e l’esercito, di vincere un referendum truccato dai suoi avversari e addirittura di tornare al potere dopo un colpo di Stato. Se avesse seguito le regole, dove sarebbe arrivato?

È difficile prevedere le evoluzioni future di un processo politico nuovo ed eccentrico come il bolivarismo. Comunque fanno ben sperare le dichiarazioni di Chavez proprio a Porto Alegre:

«Il capitalismo è la causa della fame e della povertà, e chi crede che il socialismo sia morto, sbaglia. E’ l’unica via da seguire».

La questione della conquista del potere in America Latina oggi si pone con tutta la sua forza, perché il fallimento di Lula e del suo modello rischia di avere un effetto domino anche sugli altri governi progressisti del subcontinente, primo tra tutti quello dell’Uruguay. Finora il Brasile conferma il fatto che le forze di sinistra che si propongono di bloccare il neoliberismo senza mettere in discussione l’assetto capitalistico diventano inesorabilmente degli ingranaggi del neoliberismo stesso[3]. Un giudizio che certo non vale solo per l’America Latina.

Un discorso diverso ma altrettanto importante riguarda invece alcuni paesi del versante Andino; qui i movimenti popolari attraverso forme di lotta radicali e una ferrea organizzazione sono riusciti a buttare giù un governo dopo l’altro e a difendere i beni pubblici dalla svendita ai privati e alle multinazionali straniere, ma non sono riusciti a conquistare il potere dovendolo delegare a frazioni delle classi dominanti.

Il popolo brasiliano si sta rendendo conto sulla propria pelle di quanto poco fondamento abbia un testo cult del movimento no global internazionale come “Cambiare il mondo senza prendere il potere”[4]. Un partito fondato 25 anni fa per trasformare una società ingiusta è stato trasformato a tal punto da rappresentare oggi il miglior strumento per gestire e perpetuare quell’ingiustizia. Lula ha dalla sua parte le direzioni sindacali, e difficilmente nascerà nel breve periodo un movimento dei lavoratori organizzato in grado di contendere al PT l’egemonia a sinistra. L’unica speranza viene da quell’MST che ha fatto dell’indipendenza da ogni governo e da ogni partito la propria bandiera, in nome di quegli interessi materiali che rappresenta. Senza contare che il prossimo Forum Sociale Mondiale potrebbe tenersi proprio nel Venezuela di Chavez.


[1] Intervista di João Pedro Stedile alla Gazeta Mercantil del 3 gennaio 2005

[2] “I due mondi di Chavez”, di Raffaele Crocco

[3] La polarisation Lula/Chávez en Amérique latine”, di Francois Sabado

[4] di John Holloway

(articolo pubblicato su Contropiano del 15/3/2005)