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CINDERELLA MAN

martedì 6 settembre 2005

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di Enrico Campofreda

Cosa può scaturire da un film sulla boxe soprattutto se hollywoodiano? Populismo e anche retorica. Ma questa pellicola è la fiction d’una storia reale certamente più “Toro scatenato” che Rocky Balboa. Dunque i personaggi profumano di verità, dura, amarissima come quella che oggi parla delle migliaia di morti in Louisiana e che ai tempi della Grande Depressione mise in ginocchio milioni di persone, affamandole, uccidendole. Così Crowe imita Clooney recitando e allestendo un film sull’altra America, in “Good night, good luck”quella democratica che s’oppone alla caccia alle streghe, qui l’America operaia e diseredata immortalata dai quadri di Hopper. E’ un buon motivo per gustare un film, che se pure esalta l’orgoglio patrio del ‘self made man’ sottolinea la riscossa dell’uomo Cenerentola, di chi non si dà mai per vinto.

Braddock è un buon pugile degli anni Venti che ha ben figurato in numerosi matches. Poi la fortuna gli volta le spalle: si frattura una mano, che serba il suo colpo proibito, ma non si scoraggia. Per sfamare moglie e figli stringe i denti e accetta gl’incontri procurati dal manager Joe Gould. La volontà non basta: Jim diventa il fantasma di quel pugile tetragono che gli era valso il soprannome di “Bulldog di Bergen”. Non tiene più il quadrato, i matches terminano con “no contest” per scarsa combattività, fischi e incazzature del pubblico che scommette ancora su di lui in una fase in cui il denaro è sogno dopo il crollo di Wall Street. La Depressione economica durerà per anni, col Presidente Hoover nasceranno immense “hooverville”, le baraccopoli dove si rifugia chi non può più permettersi una casa.

Anche chi come i Braddock una casa ce l’ha senza dollari vede tagliarsi luce, gas, viveri. Per il fighter Jim la sopravvivenza è questione d’onore, promette al primogenito che per fame inizia a rubare che loro ce la faranno senza ricorrere al furto. Ma il lavoro scarseggia, Jim con la mano fratturata riesce a mala pena a fare il camallo sui docks. Il suo momento più triste lo vive quando la moglie Mae spedisce i figli dai parenti per il timore che s’ammalino di stenti e lui s’affaccia al Madison Square Garden a elemosinare spiccioli da manager, cronisti, boss del tempio del pugilato. Giunge Jim a richiedere il sussidio di disoccupazione che, per il momento attraversato dal Paese diventa un’onta per un uomo giovane e in buona salute, nella mente di Braddock il pensiero fisso è riunire la famiglia e rilanciare una vita normale e s‘abbassa a fare ogni cosa. Un giorno Gould gli si presenta davanti casa nel New Jearsey e gli propone un incontro “Per 250 dollari combatterei contro tua madre” risponde Jim e il giorno seguente è sul ring. Combatte e vince, anche a stomaco vuoto, contro Griffin, poi con Lewis e Lasky, lo sfidante ufficiale di Max Baer detentore del titolo mondiale dei massimi.

Si vive una situazione inverosimile, il pugile “straccione”, la Cenerentola dei guantoni da anni abbandonato a se stesso in pochi mesi diventa lo sfidante del boxeur assassino che prima d’umiliare Carnera con 11 ko aveva ucciso due rivali. “Coi colpi di Baer il cervello si stacca” ricorda a Jim il patron del Madison, che pure sa che con lui spalti e casse si empiranno, Braddock e Gould accettano egualmente la sfida. Per Jim è l’incontro della vita sul piano umano e professionale e lo è anche per milioni di diseredati che s’identificano con la sua storia proletaria. E’ la riscossa della work class contro il destino degli umili ma anche contro la gestione catastrofica dell’economia nazionale cui l’ottimismo, e soprattutto il welfare accettato da Delano Roosvelt e imposto col “New Deal”, danno slancio.

Per la cronaca il match con Baer fu durissimo ma il “Bulldog di Bergen” non cedette davanti alla devastante forza dell’avversario capace di sovrastarlo nel fisico, non nel fegato. La rabbia proletaria di Jim che lo portò al titolo iridato fu salutata da una parte dei 35.000 del Madison che venivano dalle bidonville del Central Park, come lo fu dai milioni di lavoratori americani sempre più convinti nelle possibilità del riscatto. Come per Jack La Motta che cedette solo alla classe di Sugar Robinson, anche Braddock dovette chinarsi a un’altra leggenda nera del ring: Joe Louis. Era il 1937 e l’incubo della Grande Depressione stava svanendo.

Regia: Russel Crowe
Soggetto e sceneggiatura: Cliff Hollingsworth, C.Gaby Mitchell, Akiva Goldsman
Direttore della fotografia: Salvatore Totino
Montaggio: Mike Hill, Dan Hanley
Interpreti principali: Russel Crowe, Renée Zellwege, Paul Giamatti, Craig Bierko, Paddy Considine
Musica originale: Thomas Newman
Produzione: Brian Grazer, Ron Howard, Penny Marshall
Origine: Usa, 2005
Durata: 144’