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CORRISPONDENZE DAL CHIAPAS (6) : NAFTA plus: il nuovo sogno egemonico statunitense

martedì 13 settembre 2005

L’integrazione profonda con Messico e Canada. Intervista a Miguel Pickard*

di Luca Martinelli

Più disoccupazione, più povertà, più disuguaglianza. Almeno per la popolazione messicana, questo é il risultato evidente del NAFTA, l’Area di Libero Commercio del Nord America (Stati Uniti d’America, Canada, Messico), accordo in vigore dal 1 gennaio 1994, lo stesso giorno del sollevamento armato dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) in Chiapas.

“D’accordo con un recente studio dell’Economist Intelligence Unit - ci spiega Miguel Pickard, economista messicano, ricercatore presso il Centro di Ricerche Economiche e Politiche di Azione Comunitaria, CIEPAC A.C., di San Cristobal de Las Casas, Chiapas - nei primi quattro anni di governo del presidente Vicente Fox, l’economia
messicana non ha saputo creare, in termini netti, nemmeno un nuovo posto di lavoro formale”.

Seconda dati dell’IMSS, l’Instituto Mexicano del Seguro Social, nel 2000 c’erano 12 milioni e 546mila lavoratori assicurati, nel 2004 erano 12 milioni e 509mila, 37mila in meno.

In un Paese in cui ogni anno entrano sul mercato del lavoro oltre cinquecentomila persone, l’unica soluzione possibile di fronte a questa situazione é l’emigrazione.

“Negli ultimi dodici anni é triplicato il numero di miei connazionali che ogni anno tentano fortuna negli Stati Uniti d’America - segnala Pickard -. Questo si deve senz’altro al NAFTA”. Il Governo messicano, tuttavia, non sta correndo al riparo nemmeno di fronte all’evidente fallimento di questo modello di integrazione economica. Tutt’altro: Fox sta discutendo con Bush e il primo ministro canadese Paul Martin una sorta di NAFTA plus, che alcuni chiamano “Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità dell’America del Nord”. “Il NAFTA plus - riprende Pickard - non é un altro trattato di libero commercio, piuttosto un’etichetta che si ha voluto dare a una serie di idee relative a una maggiore integrazione tra i tre paesi.

I canadesi, ad esempio, hanno evitato di chiamare questa serie d’idee NAFTA plus e lo definiscono “integrazione profonda”, perché non si corra il rischio di confonderlo con un trattato”. Perché tanta preoccupazione per un nome, allora? “Perché se fosse un trattato, allora dovrebbe essere un testo negoziato, unico, che la società civile potrebbe studiare con relativa facilità e dovrebbe essere approvato dai tre parlamenti. Proprio per il fatto di non essere un solo trattato, quanto piuttosto una serie di regolamenti firmati dai tre mandatari (circa 300 quelli già sottoscritti, secondo un comunicato del 27 giugno scorso), il NAFTA plus non passerà nessun controllo, né del Congresso messicano e statunitense, né del Parlamento canadese, né tanto meno della società civile”.

Chi sta promovendo il NAFTA plus nei tre paesi?

“L’integrazione profonda - riprende Pickard - é promossa dalle élite dei tre paesi, che la presentano come una mera ‘estensione’ del NAFTA, per dare l’idea che comporterà solamente una maggiore apertura delle frontiere. Ma il NAFTA plus va oltre, perché é diretto a creare un nuovo ‘spazio’, nordamericano, che, per molti aspetti, sarà un solo Stato. L’impulso da cui nasce non é il commercio, bensì le esigenze di sicurezza degli Stati Uniti d’America. Dopo l’11 settembre, gli USA hanno adottato una strategia d’espansione delle proprie frontiere verso l’esterno, con l’obiettivo di identificare, intercettare, immobilizzare e, se possibile, sterminare il nemico, in particolare quelli che possano detenere armi di distruzione di massa. I vantaggi per gli Stati Uniti sono molteplici.

Si rende più profondo, tra l’altro, anche il libero commercio, e ciò facilita l’accesso USA alle risorse naturali tanto canadesi quanto messicane. L’accesso alle risorse energetiche (petrolio, gas) e all’acqua, in particolare, sono di vitale importanza per
la sicurezza degli Stati Uniti d’America”.

E quali saranno, con molta probabilità, le conseguenze del NAFTA plus?

“Ciò che si perderà, con questo nuovo modello d’integrazione, é la sovranità, l’indipendenza nel prendere decisioni che favoriscano gli interessi privati dei cittadini dei paesi “soci minori”, come anche la possibilità di pensare, in Messico, ad un futuro che non contempli gli interessi degli Stati Uniti d’America. Ad esempio - considera Pickard - la possibilità di una maggiore integrazione politica con il resto dell’America Latina, una processo già in corso in particolare tra i paesi dell’America del Sud, e che per il Messico diventa ogni giorno più remota a causa dell’integrazione profonda. Si parla poi, nel lungo periodo, di arrivare ad utilizzare un’unica moneta, che sarà senz’altro il dollaro USA, anche se li si darà un altro nome (“amero” é una proposta),
che eliminerà il controllo delle autorità messicane (e canadesi) sulla politica monetaria e fiscale”.

Prima ci ha parlato della migrazione, spesso l’unica valvola di sfogo per centinaia di migliaia di indigeni e contadini che non riescono più a sopravvivere nelle proprie comunità d’origine.

“Questo - afferma Pickard - é uno dei temi più caldi. Coloro che hanno scritto sul tema del NAFTA plus, da una prospettiva che é quella delle élite, affermano che la frontiera tra Messico e Stati Uniti d’America non potrà aprirsi alla manodopera messicana fino a quando non saranno eliminate le asimmetrie a livello economico tra i due paesi. Dicono che é l’asimmetria nei redditi che provoca la migrazione, o che la maggiore povertà del Messico é la causa della migrazione. Noi, piuttosto, consideriamo che questa sia legata alla mancanza di posti di lavoro. Se i messicani potessero trovare un lavoro ‘degno’ in Messico, con un salario in grado di coprire i costi delle necessità di base e che permetta di pensare un futuro migliore per i propri figli, e non sto parlando di salari alti, ma solo di salari degni, si eliminerebbe uno degli incentivi più importanti all’emigrazione. Le élite negli Stati Uniti d’America vedono la migrazione, dal proprio punto di vista, come una ‘invasione’, come un deterioramento per i valori statunitensi, etc., e così temono oltremisura l’apertura delle frontiere tra i due paesi. Un tema centrale nel discorso dell’estrema destra negli Stati Uniti, ma alla quale si accodano volentieri anche molti altri settori nel paese”.

Pensa, allora, che cambierà qualcosa nella condizione dei lavoratori messicani, oggi costretti, nella maggior parte dei casi, ad emigrare negli Stati Uniti in
maniera illegale?

“No. Assolutamente no, anche se il settore imprenditoriale dà una lettura diversa della migrazione, e riconosce che alcuni lavori, sporchi, pericolosi, noiosi, domestici, etc., oggi non vengono più svolti dagli statunitensi e che perciò hanno bisogno di manodopera straniera, ma legale, e poco propensa a sindicalizzarsi. Per coprire questi posti di lavoro, le autorità degli Stati Uniti stanno elaborando un programma di “lavoratori ospiti” che incrementi il numero di messicani che possano entrare a lavorare negli USA, ponendo però alcune restrizioni. Ad esempio - conclude Pickard -, si dice che questi lavoratori non potranno chiamare negli Stati Uniti i propri familiari e che dopo alcuni anni, si parla di 3 o di 6, dovranno ritornare forzosamente in Messico”.

* economista messicano, è ricercatore presso il Centro di ricerche economiche e politiche di azione comunitaria, CIEPAC, A.C., www.ciepac.org