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CRONICA DE UNA FUGA

domenica 11 giugno 2006

di Enrico Campofreda

Storia vera, verissima narrata da Claudio Tamburini in un libro che serve a chi resta per non dimenticare. Anche lui è restato, all’epoca fra il ‘77 e il ’78 gli andò bene (sic) pur fra torture e paure riuscì a tornare a casa fuggendo ai suoi carcerieri e poi sparì. Soprattutto non finì fra le decine di migliaia di desaparecidos di cui le madri de la Plaza de Mayo cercano ancora corpi che mai troveranno. Claudio non è più tornato in patria ma quelli come lui non hanno bisogno di documenti scritti, sono loro stessi un documento, non dimenticheranno mai l’orrore provato nei giorni del sequestro. Accadeva nell’Argentina dei mesi seguenti al golpe militare del marzo 1976, un paese che si sforzava di apparire normale non solo nella propaganda dei sanguinari seguaci di Videla ma nei gesti d’una fetta consistente della popolazione che per terrore, viltà, opportunismo attuava la farsa di condurre la vita di sempre dopo che niente sarebbe stato più come prima.

Invece degli stadi di Pinochet i fascisti argentini usarono centinaia di “ville tristi” e di “garage Olimpo”, luoghi appartati dove convogliare concittadini sospetti prelevati nei loro appartamenti, al lavoro, per strada. Erano le squadracce dei patota, formate da poliziotti e militari in borghese, e anche miseri prezzolati che s’offrivano per pochi spiccioli misti a momenti di sadismo e potere vigliacco da esercitare sulla vittima. Quest’ultima poteva diventare chiunque fosse sospettato d’un po’ di sinistrismo, magari perché come Tamburini da studente era stato iscritto alla gioventù comunista e poi pur occupandosi d’altro e facendo il portiere di calcio, si veniva comunque prelevati, vessati per arrivare a nuovi arresti.
Quanto di terribile e perverso si creava in quel mondo di ansiose reclusioni illegali: chi veniva colpito poteva pensare di riuscire a svicolare individualmente coi disegni più infami di tradire un compagno o calunniarlo, per scoprire di restare egualmente nella rete dei carcerieri che lusingano, traggono vantaggio dalla delazione e poi trattengono tutti alle stesse catene con un’angheria innanzitutto psicologica.

E’ tale stato di prostrazione che il film ricrea con l’incalzante ritmo d’un noir, l’uomo contro uomo giocato non solo fra carceriere e prigioniero ma fra compagni di prigionia, che in molti casi non si conoscono e dalla promiscuità e divisione dello strazio devono capire se possono reciprocamente fidarsi.
In quest’illustrazione della psiche in cattività Caetano - uruguagio, di adozione argentina - è molto bravo riuscendo a evidenziare, negli interni oppressivi della stanze della ‘Mansión Sére’ dove i giovani sono rinchiusi, il clima oppressivo più della condizione che dei luoghi.
Se poi ricevere sulla faccia lo straccio lurido del pavimento lavato sia più o meno pesante delle scosse elettriche inflitte al corpo conta relativamente. Le torture fisiche e psicologiche scavano la resistenza del prigioniero in egual misura. La delazione e la rinuncia alla solidarietà minano anche le coscienze politiche più profonde. E la descrizione di quali mostruosità riesce a produrre la paura è tutt’uno con la pena per le debolezze e le meschinità umane.

Il riscatto collettivo (“lo spirito di squadra”) che giunge con la fuga di mezzanotte, in piena nudità prima nel parco poi per le strade dei sobborghi cittadini è una scena filmica ed epica al tempo stesso. La splendida fotografia di Apezteguia ci nostra i corpi nudi dei fuggitivi che sembrano plebi caravaggesche luride, emaciate, ferite. Sono reietti che non s’arrendono e finalmente hanno trovato il coraggio d’una ribellione che esprime dignità prima che autoconservazione.
Questi tragici eventi narrati da Caetano senza enfasi rappresentano la forza del film, l’assoluta mancanza di retorica è un pregio assieme a una descrizione asciutta in stile anglosassone. E il tema impegnato, che avrebbe potuto produrre una pellicola militante, non perde una virgola della sua denuncia senza finire nel vicolo cieco d’una memoria ampollosa.

Resta inquietante la testimonianza di quel vivere “normale” che gli argentini che non erano né oppositori né sostenitori del regime si trovarono a praticare accettando fatalisticamente che i propri vicini venissero colpiti, senza muovere un dito. Sapevano e non dicevano, forse si stupivano o non capivano, come la ragazza che incrocia gli occhi di Claudio prima su un’autobus quando lei era incinta, quindi col figlioletto in braccio, dopo che il giovane ha subìto per 120 giorni il trattamento degli aguzzini.

Regia: Israel Adrian Caetano
Soggetto e sceneggiatura: Israel Adrian Caetano, Esteban Student, Julian Lodola, tratto dal racconto di Claudio Tamburini
Direttore della fotografia: Julian Apezteguia
Montaggio: Alberto Ponce Escoffier
Interpreti principali: Rodrigo de la Serna, Pablo Echarri, Nazareno Casero, Lautaro Delgado, Matias Marmorato
Musica originale: Ivan Wyszgrod Ayers
Produzione: 20th Century Fox de Argentina, Istituto Nacional de Cine y Artes Audiovisuales, K&S Productions
Origine: Arg, 2006
Durata: 103’