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Caro Presidente

martedì 6 dicembre 2005

di Una lettrice

Caro presidente Ciampi,

Lei molto ci delude.

Non e’ la prima volta che questo avviene, non abbiamo gradito affatto la Sua difesa dell’occupazione irachena in nome di una patria diventata sempre meno onorevole, non ci è piaciuto il Suo elogio ai mercenari morti, e meno ancora ci è piaciuta la Sua soddisfazione di cassa per avere venduto armi alla Cina, ma con la val di Susa sembra che Lei voglia toccare il fondo dell’ipocrisia.

Noi non siamo affatto sulla stessa barca, come Lei gentilmente ci vuol convincere, anzi è proprio vedere così separati gli interessi dei cittadini da quelli imprenditoriali , mafiosi o imperialisti che ci spaventa. Se proprio fossimo sulla stessa barca, ci sarebbe chi sta ai remi trattato come un galeotto e chi sul ponte di comando o in eleganti cabine, onorato come un gran signore anche quando è un farabutto.

Preferiremmo che la retorica sulla partecipazione comune fosse gettata nel cesso, insieme alla retorica della patria e della nazione, che non hanno mai reso migliore l’Italia e preferiremmo che questo paese diventasse una democrazia. In una democrazia il popolo lo si ascolta, non gli si chiude la porta in faccia come Lei ha ritenuto di fare.

(Una)

Da Aprile:

"Siamo tutti sulla stessa barca e tutti devono remare insieme altrimenti la barca affonda".

Il Presidente Ciampi ha fatto di questo atavico principio di sopravvivenza una delle note fisse delle sue esternazione. Condita dalla considerazione che ognuno deve fare la sua parte per il bene di un paese come il nostro che solo unito e coeso può sfuggire al declino e alla
crisi che sta vivendo.

Ma una volta che dal mare e dagli scogli, Ciampi si è trasferito sui sentieri di montagna, è, per così dire, inciampato e la sua voce democratica e unitaria ha perso i tratti inclusivi e superpartes che ogni italiano gli riconosce.

Caro Presidente, le Sue parole sulla necessità di bucare per 54 chilometri una montagna piena di amianto e di uranio, non ci sono piaciute. Come non condividiamo il rifiuto, venuto dal Colle del Quirinale, ad incontrare i sindaci della Val di Susa per ascoltare le considerazioni degli amministratori e delle popolazioni valligiane.

Caro presidente, in nome del bene della montagna (anche se sappiamo che preferisce le vacanze all’Ammiragliato della Maddalena), Lei è intervenuto a gamba tesa in una partita difficile e controversa.

Nei momenti critici, quando la regola numero uno dovrebbe essere quella di ricostruire un filo di ascolto e reciproco dialogo tra Governo, Regione Piemonte e Valsusini, Lei è intervenuto, forte del Suo ruolo e d ella Sua autorità, per sostenere la tesi della Tav a tutti i costi, costi quel che costi (anche in termini di democrazia, partecipazione, concertazione).

Il suo intervento della scorsa settimana è stato sentito, raccolto e trasmesso non come quello dell’arbitro, ma come quello dell’autorevole sponsor della squadra filo-tunnel.

Carissimo Presidente, Lei ci ha spiegato che l’Italia non può restare esclusa dai grandi traffici dall’Ovest all’Est dell’Europa, o quelli dalla Cina all’Atlantico.

Ci ha spiegato che, per il bene della montagna, anche ci vive deve capire che qualche sacrificio va fatto.

Ci ha ancora spiegato che opporsi alle trivelle e ai cantieri, al traffico di camion e betoniere significa opporsi al progresso e all’occupazione.

Bene, anzi male. Ci permettiamo sommessamente di ricordarLe alcune tesi avverse alla Tav Torino-Lione.

Perché ignorare che su ipotesi alternative al mega tunnel hanno lavorato e prodotto studi e progetti comuni le ferrovie francesi e quelle italiane?

Perché tacere i dati che indicano come il traffico di merci su gomma e su ferro tra Italia e Francia, anziché crescere come previsto dai sostenitori della Tav Torino-Lione, stia già calando da alcuni anni perché - Tav o Non Tav - quel tragitto costa comunque troppo, in soldi come in tempi di percorrenza?

Perché, caro Presidente, non ricordare che in quell’imbuto tra Piemonte e Francia una ferrovia, una statale, una autostrada già ci sono e dunque l’idea di doversi barricare in casa per un periodo di 14/15 anni (tanto al minimo dovrebbero i lavori della nuova linea ferroviaria) proprio non può affascinare chi in quell’imbuto ci vive, lavora, si sposta?

I sindaci Della Val di Susa chiedevano di incontrarLa per esporre direttamente alla massima carica dello Stato le loro ragioni. Che possono anche essere sbagliate, ma hanno diritto di essere ascoltate, anche da chi, intervenendo su un tema a loro così a cuore, avrebbe forse fatto meglio a incontrarli prima di prendere posizione così nettamente.

Presidente, è ancora in tempo per riceverli, ascoltare le loro ragioni, dare loro la speranza che lo Stato, l’Italia non si è fermata alla Tangenziale di Torino.