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Ciò che i nostri figli non sanno PUO’ danneggiarci: perché è importante sapere tutto sull’Africa e sul resto del mondo

lunedì 29 agosto 2005

Di Daniel Patrick Walch traduzzione di Loredana Stefanelli

Riassunto:

E’ talmente scarsa la conoscenza che gli americani hanno del resto del mondo che risulta difficile immaginare come un continente possa essere peggiore degli altri. Daniel Walch esplora, tramite gli occhi della stampa, la profonda ignoranza nei confronti dell’Africa. Insieme alla moglie ha recentemente organizzato una visita regale presso la loro scuola e, in quell’occasione, si è resa evidente la mancanza di conoscenze sul “Continente Nero” su vari livelli. Sebbene i conflitti che ne derivano possono sembrare divertenti, pronosticano un Regno dell’Ignoranza che permeerà varie generazioni a meno che gli adulti non prendano coscienza del fatto che se i loro figli ne sanno così poco spesso è perché loro ne sanno ancora ameno.

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E’ risaputo che in geografia i bambini americani hanno voti più bassi delle loro controparti estere e l’Africa sembra occupare perennemente la posizione più bassa nel loro bagaglio di conoscenze. Le ragioni di questa vergognosa mancanza di interesse o di comprensione sono molte e svariate, specialmente se consideriamo la posizione che oggigiorno occupano gli USA nel mondo. Tuttavia, alcune zone critiche sono facili da spiegare.

E’ vero che in qualsiasi società è improbabile che i bambini superino i propri insegnanti, genitori, cronisti, testi di storia ed esperti nell’esplorare e raggiungere un’accurata conoscenza sul resto del mondo. Ma i nostri bambini devono affrontare un’ardua battaglia contro una nebbia di distorsioni, ignoranza, compiacimento, disinteresse e totale razzismo. La stampa cattiva, scandalistica, sciatta e ignorante è vecchia come il mondo. Esiste però anche una resistenza palpabile, una sorta di ignoranza intenzionale, quasi veemente, che ci vieta di saperne troppo su un continente che contribuiamo a sfruttare in maniera allarmante.

A partire dalla generazione dei nostri genitori è sempre esistita una confusione comprensibile, sebbene orribile, riguardo il Continente Nero. D’altro canto non esistevano “paesi” in Africa, ma solo possedimenti coloniali, su mappe confuse, organizzati dalle potenze imperiali europee: l’Africa francese occidentale e il Congo belga. I confini spesso erano disegnati sui regni, terre e territori tradizionali di società istituite da tempo. Non interessava tanto la stabilità e il rispetto per gli abitanti del luogo quanto un’amministrazione e uno sfruttamento efficace delle vaste risorse naturali. Né tantomeno interessava il fatto che queste divisioni artificiali creassero tensioni inevitabili che avrebbero attanagliato il continente per generazioni. La risultante violenza viene utilizzata “in modo perverso” come “prova” del fatto che queste persone non sono in grado di governarsi da sole.

Evidentemente la cultura popolare ha alimentato e intensificato i miti ufficiali, dal momento che gli africani non sono riusciti a comparire per nulla nel radar culturale. “Sarei solo un insolente come Haile Salassie” era una rima improvvisata di una canzone popolare. Tempo dopo Bob Marley bilanciò il rapporto mettendo in musica le parti salienti della sfida di Salasse alla Lega delle Nazioni: “Finché la filosofia che distingue tra una razza superiore e un’altra inferiore non verrà definitivamente e permanentemente screditata e a abbandonata, ci sarà guerra ovunque”. Bob Marley conosceva la canzone “Shantytown?” Chi lo sa? Ma a volte la cultura supera la storia, tanto per la cronaca.

Durante l’indipendenza, i rapporti della stampa erano abitualmente e sfacciatamente pro-imperialisti, sempre che avessero il minimo sentore di ciò che stava accadendo. Jonathan Kwitny, un ex reporter del Wall Street Journal, ricorda questo fenomeno nel suo libro Endless Enemies (Nemici per sempre, ndt). Ricorda di aver sentito ripetutamente, durante la sua giovinezza, la frase “congolesi in rivolta” e prosegue documentando che quasi ogni filmato mostrava folle di africani in fuga dalle truppe belga.

La cosa triste è vedere come il tempo abbia cambiato ben poco. Siamo ancora scandalosamente ignoranti riguardo un mondo in cui giochiamo un ruolo così predominante e il futuro dei nostri figli proseguirà allo stesso modo. Ancora oggi gli insegnanti, le scuole, i cronisti e coloro che plasmano le opinioni della gente sono troppo spesso dominati da una mentalità imperialista. Alcuni utilizzano ancora e in modo imbarazzante il lessico antiquato dell’imperialismo: tribù, clan, dialetto e le opere, tutte costruzioni mentali che nascondono il tentativo deliberato o licenzioso di delegittimare i popoli conquistati. Anche il mito del giornalismo “equilibrato” richiederebbe l’abbandono di una tale negligenza, oppure dovrebbe invocare dei modelli palesemente assurdi. I serbi sono una “tribù”? E i cechi? Anche al Liechtenstein e a Monaco viene conferito un rispetto che sembra eludere gli africani. Nessuno fa riferimento ai Windsor definendoli un “clan”. Diamine, anche poche vittorie di fila al Superbowl qualificano come “Dinastia”. E i francesi, gli spagnoli, i portoghesi e gli italiani non parlano dei “dialetti”, sebbene i loro idiomi siano molto più affini di quanto non lo siano tra di loro le centinaia di idiomi vari e complessi che si parlano in Africa.

Durante l’organizzazione di una recente visita alla nostra scuola della regina del Buganda (vedere il sito http://www.greenhouseschool.org ), siamo rimasti sconvolti nel trovare un cronista che ancora dubita della monarchia in quel paese, una specie di idea cavernicola che credevo fosse passata di moda con l’inizio del nuovo secolo. Nessuno si sente di dover aggiungere nulla nello scrivere che Lucy era una femmina o che un tempo i dinosauri girovagavano sulla terra. Ma quando si tratta dell’Africa, improvvisamente non esiste né datazione al carbonio né antropologia forense, la storia orale non è “vera” storia e la storia occidentale scritta è sacrosanta (come la cavalcata di Paul Revere, o la bandiera di Betsy Ross?). Anche quando ai cronisti vengono forniti dei riferimenti accurati, alcuni ignorano semplicemente i comunicati stampa e riscrivono, come se nella loro testa si riproducessero vecchi nastri.

Gli americani sono troppo spesso isolati dal resto del mondo. Ma un’ostrica si SENTE a suo agio solo se è felicemente e pericolosamente all’oscuro della realtà dalla quale si sta nascondendo. Il modo in cui pensiamo, sentiamo, parliamo e insegnamo il nostro passato guidano il nostro presente e il nostro futuro. Se continuiamo a commettere gli stessi errori in una sorta di salto del tempo del Giorno della Marmotta, priviamo i nostri figli degli strumenti di cui hanno bisogno per partecipare alla comunità globale come cittadini del mondo.

http://bellaciao.org/en/article.php3?id_article=7859