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DISSOLUZIONE DEL “NUCLEO AFFETTIVO”: DISSOCIALITÀ E CRIMINE

lunedì 26 dicembre 2005

di Carmelo R.Viola

“Il potere è l’altra faccia della vita”. Questa massima della biologia sociale ha un duplice valore: attivo e passivo. Attivo è il potere di cui disponiamo (per rispondere alle nostre esigenze naturali), passivo è il potere cui sottostiamo, da cui dipendiamo e da cui, possibilmente, ci sentiamo rassicurati. Il che significa che anche il potere passivo ci serve per rispondere alle dette esigenze. Il neonato cresce acquistando potere (di comprendere, di muoversi, di comunicare, di distinguere, valutare e scegliere e, alfine, di farsi delle idee” e di autoidentificarsi , intanto, attraverso parti del proprio corpo). Egli dipende, nello stesso tempo, dalla nutrice e da quanti si occupano di lui, quindi anche da chi rappresenta la figura maschile-paterna, a cui via via si aggiungerà il potere degli insegnanti, malauguratamente talvolta anche dei catechisti, infine dei rappresentanti dell’ordine sociale.

In qualsiasi organismo - biologico o tecnologico - ogni parte ha ed “è” un potere che agisce e interagisce in quanto parte di quell’organismo. C’è stretta analogia fra società ed organismo biologico. Altra massima biosociale è che “la società è un organismo vivente sui generis”.

La libertà è il potere e “il potere è un rapporto organico fra due o più forze o soggetti, sia pure inerti”.

Il primo contesto bio-organico dell’infante è il “nucleo affettivo” che, nella nostra civiltà da secoli si chiama “famiglia”. L’etimo di questa parola ci suggerisce piuttosto un “nucleo servile” - da famulus: servo - ma, come sempre vale il valore acquisito. Noi vogliamo riferirci solo al rapporto primordiale (sodalizio) che il neonato ha con la madre o nutrice e con il contesto immediato che tale rapporto comprende, possibilmente anche la figura maschile rappresentata non sempre dal padre naturale. Il neonato chiede alla nutrice latte e affetto, cioè cibo e rassicuranza affettiva. Quest’ultima la chiede anche all’intero contesto vitale che lo contiene come una specie di nido. Il latte (o cibo) risponde al bisogno di nutrizione indispensabile all’esistenza del soggetto come organismo vivente. L’affetto risponde al bisogno di sicurezza - del sentirsi protetti contro l’ambiente, i cui confini sono sempre più lontani, e contro l’ignoto.

L’affetto rassicurante è la percezione del potere passivo nel rapporto minori-adulti nutori e tutori, che non sono sempre e necessariamente i genitori e i parenti. L’affettività non fa questione di sangue. Essi, in ogni caso, esercitano un potere rassicurante. Nel apporto minori-adulti si configura il modulo biologico del dominio-soggezione, ovvero di chi domina - senza necessariamente essere dispotico - e di chi soggiace, senza necessariamente soffrirne. Chi ricorda i primi anni della propria vita, sa quanto fosse “dolce e quindi rassicurante” il sottostare al volere della madre, di una figura maschile, che chiamava papà, e di figure complementari che gli volevano bene - se ha avuto la fortuna di non nascere in un contesto violento.

Tra società ed organismo biologico c’è stretta analogia (e quindi tra medicina e biologia sociale): la funzionalità è fisiologica quando nel rapporto attivo-passivo del potere non c’è prevaricazione; è patologica nel caso contrario. E’ la malattia interiore: la depressione, la disintegrazione dell’io, la perdita dell’identità, talvolta perfino la pazzia. Ovviamente altre cause, come le malattie organiche, possono portare alle stesse conseguenze catastrofiche. Nell’evoluzione sociale (gestazione storica) della specie i soggetti umani non ancora geneticamente adulti (gli antropozoi, insomma), per effetto del loro stesso bisogno di rassicuranza affettiva, hanno prevaricato i limiti del loro potere attivo (voglio dire che ne hanno abusato): in altre parole, i genitori o nutori-tutori, hanno abusato dei figli, l’operatore economico dei suoi “dipendenti”; il potere politico dei sudditi; i ricchi-potenti dei loro mezzi di pressione e di ricatto, realizzando una predonomia violenta, insomma, comportandosi da padroni-despoti, che dànno ai lavoratori quel tanto per non morire, predandoli il più possibile; da padroni del potere pubblico (politico) che impongono ai “sudditi” delle condizioni schiavistiche e che ingabbiano la collettività per meglio potersene servire. Donde, appunto la predo-nomia: artescienza della predazione di diretta origine animale.

Lo stesso bisogno di rassicuranza diventa causa di male sociale dato che i soggetti più forti cercano di rassicurarsi anche attraverso il possesso di beni senza limite e un potere autocratico sui sottomessi, subalterni e sui deboli in genere. E’ così nato il potere organizzato, inizialmente assoluto ed arbitrario. Donde le guerre e tutte quelle violenze di cui ci parla la storia. Il sadismo (della tortura, per esempio) viene percepito come “voluttà del potere” quasi “divino” perché esercitato “dentro” lo stesso organismo della vita altrui. Il vandalismo è l’odio distruttivo di ciò che non ci rassicura (ovvero che non ci ama) e che non si può amare.

Tutto questo spiega perché da sempre il potere è causa di scontento e oggetto di contestazione fino al pensiero degli anarchici “storici”, che in tutta sincerità hanno finito per credere di avere individuato, nel potere stesso, la causa massima dei mali sociali, eliminando la quale a tutti i livelli, si lascerebbe spazio ad una libertà piena ovvero ad una società armonica e fraterna. Ho sotto gli occhi l’articolo attuale di un giornalista-scrittore anarchico di grande cultura, intitolato “Il potere fa schifo” con riferimento ad un vero e proprio dogma dell’ideologia anarchica tradizionale e alla penosa ignoranza che il potere è soltanto uno strumento vitale indispensabile e che lo schifo va riferito solo agli uomini che di quello strumento si servono in maniera criminosa in un contesto para-animale che è il capitalismo. Per contro, la storia dell’anarchismo e la vita dei singoli anarchici sono ricche di esercizio di potere naturale (“negato” e per questo talora più insidioso), che nega categoricamente quel dogma. Senza potere, autorità, gerarchia militare e disciplina gli anarchici non avrebbero potuto fare la Rivoluzione spagnola del 1936.

Dal concetto di potere a quello di autorità il passo è brevissimo: l’autorità è l’abito del potere e deriva dalla parola “autore”. L’autorità è la prerogativa naturale di ogni “autore” in quanto tale. L’autore è colui che può e autorità è il potere del soggetto. Ognuno di noi ha la propria autorità: naturale se si riferisce ai valori intrinseci del soggetto; burocratica o giuridica se si riferisce al posto che occupa nell’organizzazione del potere pubblico.

La condanna del potere e dell’autorità trova il suo complemento nella condanna dello Stato. Perciò, gli anarchici politicamente-propriamente detti, si battono per una “società senza Stato”. Se questa locuzione significa - come certamente significa, - lo scrivente conta una militanza anarchica giovanile di oltre venti anni - un’organizzazione sociale senza potere e senza autorità, ci troviamo di fronte ad un’affermazione biologicamente assurda e quindi priva di senso realistico. Non vorrei che queste considerazioni venissero interpretate dagli anarchici come una condanna globale della loro contestazione; al contrario, quasi tutte le critiche anarchiche sono verità sacrosante che fanno parte del bagaglio della mia formazione mentale. E’ la pretesa soluzione paradossalmente sbagliata che si nega da sé come incompatibile con la logica della vita, se così si può dire, che è organicità, complementarità e interattività organica, rapporti di potere attivo-passivo, rapporti di dominio-soggezione, rassicuranza reciproca e così via. Ho ripreso questo tema perché proprio oggi si ha bisogno di credere in un possibile potere costruttivo, mentre il predicare contro il potere come male per sé stesso dà man forte a coloro che stanno portando la specie umana al marasma della pre-estinzione.

E’ vero che pochi sono coloro che si professano anarchici ma è altrettanto vero - e qui denuncio una verità, che sfugge ai più - che la logica corrente dei politici e ancor più degli industriali (ed è ben comprensibile) è imbevuta del pregiudizio “meno Stato uguale a più libertà”. La maggior parte della gente, oggi, imbevuta di odio pregiudiziale e viscerale contro tutte le dittature e i governi forti senza distinzione di contenuti, ragiona in termini di riduzione del potere e quindi dello stesso Stato come condizione di maggiore giustizia

Il neoliberismo altro non è che la suddetta predonomia (il capitalismo nella sua metamorfosi storica) sempre più sottratta alla disciplina del potere pubblico, ridotto ad una specie di “agenzia di arbitrato” dell’universale agonismo per il pane quotidiano e per la ricchezza senza limite, detto - molto ridicolmente - “società liberale” (sic). Infatti, il risultato è un crescendo di ladrocinio, coperto dalla legalità, una crescente illegalità-paralegalità (detta, talvolta, impropriamente “mafia” e che sono modi diversi di fare capitalismo), una crescente divaricazione fra ricchi e poveri, una crescente precarietà, una crescente insicurezza del domani, un crescente disagio sociale, una pensione sempre più ridotta in una vecchiaia sempre più angusta, una crescente criminalità di autodifesa, di odio e di emulazione nei riguardi di chi sta bene - dell’altro in genere - , un crescendo di “ottuntori sociali” per oppiare la gente, confonderne le idee e distoglierla dai veri problemi per lasciare libero campo ai veri padroni del mondo. Sono questi che, sul piano internazionale, conducono una lotta senza quartiere per la conquista dei mercati e dove, “il più forte dei più forti” (la superpotenza Usa) si appropria direttamente delle risorse senza fare complimenti con le armi ed ogni sorta di menzogna e di violenza. L’Iraq resta l’esempio più emblematico di un imperialismo autocratico sostenuto da un potere che fa capo a sé stesso, avulso dal contesto organico del consorzio mondiale e che alcuni, offendo gli anarchici, definiscono appunto “anarchico” nel senso spregiativo del termine. Io amo parlare di “fuori legge”.

La domanda che ci insegue è sempre la stessa: perché l’uomo delinque?. Si può rispondere solo se si sa che cos’è il crimine. La biologia sociale risponde che crimine è qualunque atto di violenza, diretta o indiretta, a danno dei diritti naturali (o esigenze biologiche) di chicchessia”. La prima esigenza è certamente quella di “esistere”, di essere al mondo, ovvero di soddisfare la fame. La seconda è quella di “sentirsi sicuri”. Se il concetto di “mangiare come prima condizione per esserci” è di facile comprensione, il concetto del sentirsi sicuri è meno intuitivo: se l’uomo che ha fame, è tentato di togliere il pane di bocca al suo vicino, l’uomo insicuro lo può seviziare e uccidere senza una ragione oggettiva. Il soggetto insicuro (timoroso) è quello che manca della “rassicuranza affettiva”. E’ pericoloso. L’uomo ha sempre commesso violenza per fame ma quanto può fare per trovare una “compensazione affettiva” è inimmaginabile. Infatti, se la fame la si può soddisfare ingerendo del cibo, la carenza di rassicuranza affettiva è il sentirsi estraneo nel contesto organico, che va dal “nucleo nativo” alla società. Si è sempre inseriti in contesto ma occorre sentirsene protetti e rassicurarti: solo allora si ha la sensazione di essere la parte di un tutto e di essere sé stesso. Quando le esigenze naturali sono represse l‘inserimento sa di prigione e al sentimento di appartenenza succede quello di ostilità. Vedi il “sentirsi straniero in patria”! Quando ciò avviene il bruto ovvero l’animale, che c’è in noi, si ammala d’infelicità: può insorgere o identificarsi in uno che lo domina e che delinque “anche per lui”. L’uomo - dice ancora la biologia sociale - è quello che diventa (buono o cattivo, mansueto o ribelle e così via) ma nel senso che cambia le modalità di risposta alle sue pulsioni naturali a seconda delle circostanze e del proprio potere”. Le pulsioni naturali (abbiamo accennato, per comodità, solo alle prime due) sono categoriche, costanti e universali. Un esempio per tutti: non avremmo mai certamente un soggetto “che non ha fame” ma possiamo avere innumeri tipologie antropologiche di soggetti che rispondono a quel sintomo secondo modalità le più diverse.

La storia della specie umana è un ininterrotto scorrere di violenza e insieme di ricerca di pace. La violenza di oggi va ricercata anche nel tramonto della figura paterna, dominane e rassicurante insieme, ovvero nella dissoluzione del nucleo affettivo, detto impropriamente famiglia. Da sempre dietro ogni atto di violenza c’è una dissoluzione organica e psicodinamica. Lo stesso animale (superiore), sazio e sicuro, non è aggressivo: lo diventa al momento della fame, della difesa del suo habitat, del suo nucleo (partner e figli non ancora autonomi) e del... potere all’interno del gruppo, e della paura.

Più sopra mi sono soffermato sul pregiudizio dell’anarchismo ideologico: potere uguale a violenza, proprio perché la gioventù di oggi, (spesso “orfana” - nel senso di priva di padre - e padre di sé stessa) fa dell’anarchismo nel senso detto, senza saperlo. Ascoltiamoli questi nostri figli e nipoti quando dicono che fanno ciò che vogliono, quando disdegnano la compagnia dei genitori e dei nonni perché “vecchi anche di mentalità”, quando si prendono gioco degli insegnanti e di qualunque “autorità”; quando sfidano il codice della strada, quando, nel corso di una manifestazione di piazza, s abbandonano ad un vandalismo gratuito; quando non vogliono sentire di regole e di limiti.

La dissoluzione della famiglia (specie di quella patriarcale in cui i nonni svolgevano un ruolo complementare e di sostegno) è solo la causa oggettiva più evidente di una generazione affetta da “solitudine affettiva” (e quindi esistenziale) - che talora viene risolta con il suicidio! - ma la causa generale è lo stesso Stato non in quanto potere ma in quanto sempre meno-potere (sic!), che si desocializza a favore del privato quando, per l’effetto combinato di una maggiore coscienza del mondo e di una tecnologia galoppante, si ha maggiore bisogno di un potere pubblico sociale capace di controllare la tecnologia stessa (strumento dalla pericolosità crescente) e di insegnare la socialità organica sin dall’asilo-nido: la socialità del lavoro come creatività e servizio di una collettività di uomini-fratelli, uguali (economicamente) e quindi liberi secondo lo spirito del 1789. Lo Stato attuale è impegnato a far quadrare i parametri dell’impianto capitalista-predonomico (PIL - prodotto interno lordo - bilancio dei pagamenti con l’estero, legittimazone del parlamento e dei potenti) non quelli del benessere della collettività come comunità di individui aventi pari diritti. I milioni di disoccupati, maloccupati, poveri e diseredati (barboni compresi) sono dettagli ininfluenti.

Assieme al nucleo affettivo si sta dissolvendo lo Stato: non credo che gli anarchici intelligenti possano esserne contenti come se potessero affermare di essere vicini alla mèta del grande Ideale della “società senza Stato”. Io penso che siamo sempre più vicini al marasma sociale, dove l’arbitrio e la violenza, giovanile e non, sono sentiti come l’unica via per riappropriarsi dei propri diritti naturali e quindi della propria identità. Con quel che segue...