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ESSERE TOSSICODIPENDENTI IN CARCERE SIGNIFICA ESSERE ABBANDONATI A SÉ STESSI.

giovedì 2 marzo 2006

In merito ai dati forniti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap)
al convegno ’’La salute in carcere: parliamone senza censure’’

«ESSERE TOSSICODIPENDENTI IN CARCERE SIGNIFICA ESSERE ABBANDONATI A SÉ STESSI. PER I DETENUTI MALATI IL RISCHIO È LA MORTE»

Bruxelles, 1 marzo 2006 - «Nelle mie frequenti visite nelle carceri italiane - dichiara Vittorio Agnoletto, medico, fondatore della LILA e parlamentare europeo - ho più volte incontrato persone in AIDS conclamato che in base all’attuale legislazione non dovrebbero essere detenute bensì curate in strutture idonee, carcerati che aspettavano da un anno la possibilità di sottoporsi ad un esame specialistico e detenuti con gravi patologie tumorali lasciati ad aspettare la morte senza cure adatte.

L’assistenza sanitaria in carcere è spesso inesistente o, quando si è fortunati, dipende dall’impegno del singolo direttore o dalla disponibilità del medico.

I fondi per la sanità penitenziaria sono stati continuamente tagliati e la legge Bindi, che prevedeva di affidare alle Asl territoriali la responsabilità dell’assistenza sanitaria in carcere, non è mai stata applicata. L’obiettivo di quella legge era garantire lo stesso livello di assistenza sanitaria alle persone, sia al di qua che al di là delle sbarre.

Qual è il risultato? I malati di AIDS spesso non possono accedere ai farmaci antiretrovirali e chi vi accede subisce molte volte delle interruzioni durante le terapie, perché il budget mensile del singolo penitenziario è esaurito. Le interruzioni terapeutiche in questo caso costituiscono un rischio sanitario altissimo, a causa dell’aumentata replicazione virale. Come se non bastasse, spesso le terapie sono a base di farmaci in gran parte superati e con gravi effetti collaterali (con costi inferiori rispetto ai medicinali all’avanguardia).

Quando un detenuto necessita di un ricovero ospedaliero spesso deve attendere diversi mesi a causa della non disponibilità del personale di scorta per il trasporto dal carcere al nosocomio.

I farmaci più usati in carcere sono gli psicofarmaci, per tenere sedati i detenuti che di fronte alla loro sofferenza rivendicano terapie idonee. Mentre fuori dal carcere circa un dipendente da eroina su 3 viene trattato con metadone, in prigione il metadone è utilizzato con meno del 10 per cento dei tossicodipendenti e quasi sempre solo a scalare, con il risultato di forti crisi d’astinenza, a loro volta trattate solo con psicofarmaci e/o ansiolitici.

Se di fronte a questa situazione drammatica, il Dap dichiara che la spesa sanitaria per il singolo detenuto è maggiore della spesa sanitaria per ogni cittadino libero, non resta che indagare su come vengano utilizzati i fondi. Certamente, non per fornire cure adeguate ai detenuti».

Vittorio Agnoletto, medico, fondatore della LILA (Lega italiana per la lotta all’AIDS), europarlamentare della Sinistra unitaria europea