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FSE Diario londinese 3

lunedì 18 ottobre 2004

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di Paola Ceretta

H. 7.30: sveglia! Riusciamo a malapena a lavarci la faccia e i denti perché dobbiamo dividere l’unico lavandino che abbiamo in camera con le tre cionciù che dalle 6.30 stanno cercando di assumere un aspetto umano tra creme cremine trucchi e infiniti colpi di spazzola.
Scendiamo per il nostro primo breakfast all’inglese. Pane tostato, burro salato, marmellata di arance e succo, tè e caffè. Però niente uova fritte e waffled potatoes. Adesso capisco perché un ostello in centro con prima colazione inclusa costa solo 16.66 euro al giorno. Almeno è pulito e c’è l’acqua calda. Questa mattina dovevo andare alla conferenza sul Brasile di Lula. Leggendo meglio il volantino mi sono resa conto che era organizzata da quei mattacchioni di Socialist Resistence. Dopo l’esperienza di giovedì sera non mi è sembrato il caso di essere recidiva. Mi spiace per il mio direttore che aspetta da mesi un’articolo di analisi politica sul governo Lula. Anche stavolta gli è andata male.

Comunque, ci avviamo verso Alexandra Palace: metrò, treno e una simpatica scarpinata dentro al parco, tutta in salita, tra pozzanghere e fanghiglia, sotto una pioggia battente. Finalmente all’orizzonte si profila la sagoma di un enorme centro congressi: tombola. E invece no! troppo facile entrare dall’entrata principale, riservata a pattinatori provetti. Bisogna fare tutto il giro del palazzo. E non è poco. In sostanza si entra dalla porta di servizio. Potrei fare del facile quanto aberrante humor inglese su questa entrata posteriore ma vi risparmio. Il posto è molto carino, non c’è che dire. Un immenso open space con banchetti che vendono di tutto, dai libri sul marxismo al cioccolato equo e solidale, alle collanine di perline colorate, mostre e bar. Dei giganteschi paraventi formano le diverse sale per plenarie e seminari, chiamate Great Hall o West Hall.

Sono le 11.00. Troppo tardi per seguire qualunque cosa: iniziava tutto alle 9.00. Cinzia, da brava ragazza diligente, si reca comunque alla plenaria sulla Palestina. Veramente la sua presenza era dettata più dall’idea di marpionarsi un tipo che dal dovere di cronaca. Io decido di vagare a caso per conoscere meglio il posto, cominciare a scattare qualche foto, cercare uno spunto originale per qualche articolo. Cammina, cammina e chi ti incontro? Lui, l’immancabile, l’unico vero inimitabile Maurizio Biosa, che sfoggia, appeso al collo, il Pass Press. Ma come! a me e Cinzia l’hanno rifiutato perché non abbiamo il tesserino dell’ordine dei giornalisti, e a lui sì?. Maurizio mi svela il segreto. Basta andare al banco degli accrediti, beccare una tipa un po’ stordita, menargliela un po’ con la storia dei media indipendenti e il gioco è fatto. La mia mattinanta acquista un nuovo senso: la mia missione sarà procurare due pass press, uno per me e uno per Cinzia.
Mi precipito al banchetto: una sciura bionda molto gentile mi spiega che serve una lettera firmata dal direttore del giornale in cui chiede l’accredito per i suoi inviati. Porca vacca! Se ce lo dicevano prima ce la portavamo dall’Italia!

Niente panico! Ragioniamo.

Primo: SMS al direttore chiedendogli di mandarmi via mail la famigerata lettera.
Secondo: trovare qualcuno che conosco che mi presti il pass per entrare nel media center, aprire la posta e stampare la mail. Cosa fare? La cosa più ovvia: andare davanti al media center e aspettare almeno qualcuno che parla italiano. Becco una sciura che mi ispira. Lei mi fa il nome di Pacor. Non ci credo! Lo conosco! È di Milano! Mi manda al GH8. Corro. Pacor non c’è, ma chi ti trovo? Giorgio Riolo di Punto Rosso. Gli spiego trafelata il mio problema. Gentilissimo si offre di farmi lui una lettera su carta intestata. Ritorno al banchetto. Una stordita mi dà il pass senza ritirarmi la lettera che riutilizzo per Cinzia. Ce l’abbiamo fatta: siamo ufficialmente accreditate! Felici come delle pasque varchiamo la soglia del tempio mediatico. D’ora in poi diventerà la nostra seconda casa.

http://www.socialpress.it/article.php3?id_article=598