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Francia: a pochi giorni dalle investiture presidenziali, è guerra aperta tra i candidati del Ps

sabato 28 ottobre 2006

Intanto l’effetto Ségolène inizia ad affievolirsi: 18 punti di popolarità in meno

Francia, socialisti su Marte: e la stella Royal non brilla più

di Daniele Zaccaria

Da alcuni mesi uno strano teatrino domina la scena politica francese: Dominique Strauss-Khan, Ségolène Royal e Laurent Fabius, i tre “presidenziabili” del partito socialista se le danno di santa ragione. Nei talk show televisivi, nei meeting politici, per interposta persona, ognuno si affanna nel dimostrare di essere «più socialista», «più democratico», «più aperto alla società» degli altri due. Questo regolamento di conti, che oltre le Alpi viene impropriamente chiamato «primarie», dovrebbe traghettare il partito al voto dei militanti che il 16 novembre decideranno quale dei tre moschettieri sarà il/la candidato/a per la corsa all’Eliseo. Uno spettacolo poco edificante, fatto di colpi proibiti e propagande incrociate, di espedienti retorici e ben poca sostanza politica. Che, in ultima analisi, ha l’effetto nefasto di demoralizzare il proprio campo e ringalluzzire gli umori della destra, confortata dalle faide intestine alla famiglia socialista.

Per quel che riguarda i contenuti invece le chiacchiere stanno a zero; nessuna proposta concreta, nessuna linea politica percepibile è infatti emersa dal confronto dei presidenziabili. Al contrario, come se si trattasse di un esercizio accademico, i tre si affrontano a colpi di definizioni generali; «democrazia», «libertà», «unità», «popolo», i termini più gettonati. Ma non viene adombrata alcuna ipotesi reale per risolvere i mille problemi che vive la società francese: dall’aumento della disoccupazione e della precarietà, alla crisi strisciante delle banlieues, dai diritti dei sans papier, alla deriva securitaria orchestrata dallo spauracchio Sarkozy, l’uomo da battere nel voto di aprile. Per non parlare della politica estera, assente di lusso in tutte le campagne elettorali transalpine, concentrate come sono nell’ombelico della République.

Così, in questa cornice opprimente, anche i sermoni sdolcinati di Royal iniziano a sfibrare i simpatizzanti. Secondo l’ultimo sondaggio realizzato dall’istituto Csa, la popolarità dell’ex ministra è infatti precipitata di 18 punti in una settimana: dal 75 al 57 per cento, un dato preoccupante per chi doveva attraversare il guado delle investiture presidenziali come una marcia trionfale e ora si ritrova a dover arginare la rimonta dei rivali. D’altra parte, come è accaduto giovedi sera allo Zenith di Parigi in un meeting disputato davanti 5mila militanti, quando ci si esprime con amenità del tipo: «La democrazia non è a somma zero, è come l’amore: più ce n’è, più essa si estende», non ci si può aspettare che le platee restino incantate in eterno. Anche la rintronata base socialista, reduce da anni di sconfitte e divisioni, orfana di leader e programmi, a un certo punto esige concretezza. Certo, gli altri due sono ancora lontani (23% Strauss-Khan, 10% Fabius) e Ségolène appare ancora agli occhi dei più la candidata “della società civile”, l’elemento “di rottura” della sclerotizzata politica francese. Ma l’effetto mediatico iniziale, quando il profilo sbarazzino di Royal occhieggiava sulle copertine di tutti i settimanali e nel Paese nascevano fan club come funghi, sembra essersi definitivamente esaurito. Ogni futuro consenso la candidata alla candidatura dovrà dunque sudarselo con le armi della vituperata “vecchia” politica e non con gli stratagemmi della società dello spettacolo.

Non è un caso che l’unica proposta ventilata in queste settimane di aspre contese è venuta proprio dalla bocca di Royal, la quale ha provato a sbloccare l’inerzia di una candidatura “giornalistica”, proponendo l’istituzione di jury citoyens, delle specie di giurie popolari che dovrebbero controllare l’operato degli eletti. Una suggestione forte, che richiama alla mente gli scritti sulla democrazia diretta di Rosseau e i celebri Comitati di salute pubblica della Rivoluzione, ma che appare quantomeno bizzarra se pronunciata da una sofisticata dignitaria socialista, già per tre volte ministra dei governi della Repubblica. Lo sfasamento tra la biografia di Royal e il tenore giacobino delle sue dichiarazioni ha avuto un prevedibile effetto-boomerang, attirandosi la sgradevole qualifica di «populista», fuori come dentro il partito. Se Strauss-Khan ha ironizzato, liquidando i jury come una misura «iconoclasta», molto più crudele il commento di Fabius: «Mettere i parlamentari sotto tutela vuol dire introdurre sfiducia e distanza tra politica e società. Bisogna respingere questo populismo pericoloso che avvantaggia solamente l’estrema destra di Le Pen». E giovedì sera allo Zenith di Parigi, i militanti socialisti gli hanno dato ragione, offrendo inediti applausi ai due dirigenti. Mentre Ségolène, per la prima volta da quando è scesa in campo, ha incassato i primi fischi. Fischi socialisti.

http://www.liberazione.it/giornale/061028/default.asp

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