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GABRIELLE

martedì 6 settembre 2005

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di Enrico Campofreda

Qual è la causa d’un tradimento? La fine d’un amore, certo. Ma nel romanzo “Il ritorno” di Conrad che ha ispirato la tragedia in costume di Chéreau ambientata in una Parigi da Belle Epoque, a quella rivelata conclusione s’aggiunge l’accusa al partner d’una totale, reiterata incomprensione che ha congelato la coppia in un asfittico sopravvivere. E’ quanto Jean Hervey apprende drammaticamente dalla consorte Gabrielle, che un pomeriggio lascia la casa coniugale annunciando con tre righe su un biglietto quella decisione. L’uomo da dieci anni artefice e vittima d’un’ovattata relazione borghese resta basito ma lo colpisce ancor di più il ritorno a casa della moglie, che improvvisamente tre ore dopo la fuga ricompare. Jean è fuori di sé. Vorrebbe capire e non sa da dove cominciare. Pone una raffica di domande a Gabrielle che resta muta e pensierosa. Lei medita se il ritorno sia un errore peggiore della rivelazione ma poi lo ritiene giusto e sopportabile perché quell’uomo non la ama.

Jean propone di far finta che nulla sia accaduto però la situazione si rivela da subito impraticabile. Gabrielle non sa tenersi dentro il segreto e ne parla con una cameriera: si sente lontana come non mai dall’uomo con cui ha condiviso dieci anni di dorata prigione, fra lusso e frequentazioni borghesi. Monsieur Hervey proprio in virtù di quegli anni non accetta che le cose possano cambiare e si strugge in domande viziose su chi sia l’altro, su dove Gabrielle l’abbia incontrato, su come possa mostrarsi nuda ai suoi occhi e unirsi a lui. Un tormento che lo fa oscillare fra delirio e ossessione.
La donna invece è fredda e distaccata, risponde a ciò che il marito le chiede, non gli risparmia informazioni che lo feriscono per quanto sia lui stesso, perso nel gorgo, a procurarsi nuovo dolore.

Ma Jean, uomo rigido e ossessivo, solo nella disperazione di quel tormento inizia a cogliere quanto vuoto ci fosse nella relazione votata all’agio, all’abitudine, alla formalità delle frequentazioni alto borghesi ma resa sterile dalla mancanza del fuoco della passione.
Jean dovrebbe dimenticare e rifarsi una vita, Gabrielle appagarsi dell’amore trovato, per convenzione e paura scelgono di
riprendere il menage perché la servitù e gli amici non scoprano nulla. Quel menage non riprenderà più, s’è interrotto da anni e la coppia che non è la stessa. Lo conferma il senso di morte che si respira nella splendida dimora dove per anni ogni giovedì i coniugi Hervey hanno accolto gente che conta.

Eppure il ritorno di Gabrielle avrà un inatteso epilogo. Jean ha scoperto quando ormai è troppo tardi di amare la moglie e ha constatato che pur accettando ipocritamente di celare il suo nuova condizione non resisterebbe. Ha voluto per anni che Gabrielle fosse la sua icona e ora che lei gli ha palesato l’inesistenza d’ogni sentimento non riesce a sfiorarne neppure il corpo. Dopo vani tentativi di ripresentarsi come rispettabili coniugi sarà lui a sbattere la porta e fuggire dal suo mondo.

Il dramma viene presentato come una pièce teatrale splendidamente recitata dalla Huppert e Greggory che Chéreau guida con la sapienza d’un genere di regia che ben conosce. La maestosa casa è il palcoscenico, illuminato o in penombra e la pellicola, a tratti a colore e in bianco e nero ne esalta l’atmosfera. Naturalmente tragedie simili non hanno età, si vivono anche e ancor più in case più dimesse del XXI secolo.

Regia: Patrice Chéreau
Soggetto e sceneggiatura: Patrice Chéreau, Anne Louise Trividic
Direttore della fotografia: Eric Gautier
Montaggio: François Gedigier
Interpreti principali: Isabelle Huppert, Pascal Greggory, Raina Kabaivanska, Thierry Hancisse
Musica originale: Guillaume Sciama, Bendit Hillebrant
Produzione: Azor Films, Art France Cinema, Studiocanal
Origine: Francia/Italia, 2005
Durata: 90’