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GIULIANA SGRENA : IRAK SENZA TESTIMONI

venerdì 5 agosto 2005

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di GIULIANA SGRENA

Bassora, nel sud dell’Iraq, sembrava una città tutto sommato sotto controllo, delle truppe inglesi. Persino accessibile ai giornalisti stranieri, soprattutto se iraniani, vista la vicinanza del confine e la presenza di «consiglieri» degli ayatollah. Non si parla più dei morti di Baghdad - se non per dare delle cifre decontestualizzate -, figuriamoci se era il caso di scoprire quelli della capitale del sud.

Finché l’assassinio di Steven Vincent, giornalista free lance americano che aveva già scritto un libro sull’Iraq (dal titolo: In the red zone: a journey into the soul of Iraq) e ne stava preparando uno su Bassora, ha dato il nome a uno dei tanti morti. E il pretesto per cercare cosa c’è dietro. Mentre scriviamo, del suo assassinio - esecutori, mandanti - avvenuto martedì sera mentre si trovava con Nour Weidi, la sua traduttrice - ferita gravemente - non si sa nulla.

Steven Vincent aveva però denunciato fatti gravissimi che succedono a Bassora in un articolo pubblicato dal New York Times soltanto quattro giorni fa, il 31 luglio 2005.

Dall’atteggiamento delle truppe di occupazione britanniche - era stato embedded per dieci giorni - alla persecuzione dei sunniti-baathisti da parte della polizia religiosa. Le truppe britanniche, secondo Steven, agiscono solo nell’ottica della «exit strategy», vale a dire: addestrare la polizia locale a controllare il territorio per potersene andare, poco importa se le forze dell’ordine irachene non rispettano i diritti dei cittadini e agiscono non in nome dello stato ma della moschea. Un ufficiale di polizia aveva riferito a Steven che il 75 per cento dei poliziotti sono seguaci del leader sciita radicale Muqtada al Sadr, e «se un ayatollah schiocca le dita, migliaia di poliziotti ubbidiranno» secondo un giornalista.

Nessuno dei testimoni di Vincent naturalmente vuole rivelare il proprio nome, conscio del rischio che corre. Per non parlare delle università, dove guardiani religiosi autonomi controllano l’abbigliamento e il trucco delle studentesse, se in regola con l’ordine islamico. Questa non è una novità, purtroppo. La denuncia più grave fatta dal giornalista americano sul New York times riguarda però la «macchina della morte», una Toyota bianca che porta in giro per la città poliziotti che, nel tempo libero, all’ordine dei leader religiosi, danno la caccia agli ex membri del partito Baath. Sono questi poliziotti gli autori di centinaia di assassinii di ex-baathisti.

Una caccia agli ex del regime di Saddam che è stata anche rivendicata dagli uomini di Muqtada. Caccia agli ex-baathisti che coinvolge, in questa come in altre situazioni, anche le brigate al Badr dello Sciiri (Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq), addestrate in Iran dai Guardiani della rivoluzione. Per questa situazione Steven Vincent ha chiamato in causa direttamente le truppe di occupazione, in questo caso britanniche, che preferiscono chiudere gli occhi. Come dovrebbero fare anche i giornalisti, perché se vanno in giro, vedono e scrivono, vengono rapiti o, peggio, assassinati. 45 giornalisti e 20 loro collaboratori sono stati uccisi in Iraq dal marzo del 2003. In Iraq nessuno vuole testimoni, né gli occupanti né gli occupati che dicono di voler combattere gli occupanti. E chi vorrebbe gridare al mondo le proprie sofferenze non ha la forza e i mezzi per farlo.

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