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I DIARI DELLA MOTOCICLETTA

mercoledì 9 giugno 2004

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di Enrico Campofreda

Ama intensamente il suo continente Walter Salles. Ama i contorni d’una natura
meravigliosa, le profonde radici delle civiltà autoctone. Ama i diseredati, le
vittime del capitale che - prima di diventare turbo e global - era stato coloniale.
Già nel poetico Central Do Brasil (1998) aveva posto al centro della macchina
da presa una storia di stenti vissuta con dignità. E non poteva trattare l’iniziazione
ideale dell’eroe del riscatto dei popoli latinoamericani secondo gli stereotipi
del sistema commerciale che ha reso il Che un gadget da supermarket.

Comunque evita di fare di Ernesto Guevara un’iconografia santificata come costume
d’un certo movimentismo. Lo mostra semplicemente com’era prima di diventare il
Comandante della rivoluzione cubana: un giovane inquieto e sognatore che affondava
ideali d’umanità e giustizia in un corpo asciutto e ossuto. Un corpo vibrante,
offeso da crisi asmatiche, che già in tenera età gli facevano conoscere il lato
oscuro della malattia e ne orientavano l’attenzione verso le altrui sofferenze.

Ne scaturisce un bel film dove l’utopia appare spontanea e priva di qualsiasi retorica. Come Ernesto e Alberto (eccellenti le interpretazioni di Bernal e De la Serna) che vestendo i panni dei viaggiatori diventano uomini con estrema naturalezza. E che uomini: dediti a quel mondo che amano perché è la loro carne, il loro sangue, raccoglie il sentire profondo dell’anima. La spensieratezza è il filo rosso che lega i due amici durante l’intero percorso. E se i primi passi sono mossi all’insegna d’una goliardia, anche i momenti più difficili e le situazioni più dolorose incontrate nel lungo tragitto (gli indio comprati a Chuquicamata dal caporale al servizio della compagnìa mineraria o i lebbrosi di San Pablo sul Rio delle Amazzoni) non fanno perdere ai due la gioia di vivere e sorridere. Tutto ciò non accade solo per la giovane età, succede perché questi ragazzi che diventano uomini amano della vita il lato più puro: dedicare la propria esistenza a restituire la dignità a chi ne viene privato.

Che è l’esatto contrario di ciò che s’usa fare nelle società basate sullo sfruttamento dell’individuo. Nel vivere frenetico ed egoistico, nella rincorsa all’accaparramento di beni o benessere fittizio contro gli altrui bisogni. Una ridistribuzione della ricchezza fra le classi, un sollevamento delle condizioni di vita nelle zone povere e sfruttate del pianeta erano gli ideali che animavano Ernesto Guevara. A trentasette anni dal suo omicidio, i mandanti statunitensi, continuano a fare i padroni e i gendarmi del mondo. C’è bisogno che altri ragazzi partano in moto incontrando i diseredati e vivendo quella metamorfosi che non fa acquietare le coscienze dietro le falsità omologate di progresso e democrazia armata da esportare. C’è bisogno di giustizia. C’è bisogno di utopia.

Trama
Lui è Ernesto Guevara de la Serna, ventitre anni laureando in medicina, non ancora il mitico Che, ma lo diventerà anche grazie a questo viaggio. L’altro è Alberto Granado, suo amico per la pelle, ventinove primavere biochimico e soprattutto armato di Norton 500 detta la Poderosa. Su quella moto che sarà la loro croce e delizia inizieranno a enero 1952 un viaggio che fu un’esperienza di vita. Errare per la “Maiuscola America” partendo da Buenos Aires scendendo in Patagonia e, come, direbbe Gardel, virando a Nord risalendo la colonna vertebrale del continente latino-americano tramite la catena andina in Cile quindi il Perù coi luoghi sacri della civiltà Inca. Poi Colombia e Venezuela per un totale di 12.000 km e sette mesi di viaggio e brevi soggiorni.

Partono da sotto casa Guevara con tutta la famiglia schierata: l’amorevole madre, un padre acculturato e realista che mette in mano a Ernesto un revolver, ché non si sa mai, fratelli e sorelle. Alberto è istrionico e picaresco, un perfetto compagno d’avventura. Ernesto meditabondo e serio, la coppia è ben assortita. La Poderosa appare un monumento che diventerà Cariatide. Fra lei e il conducente una passione legata col fil di ferro che serve a fare giunture sui pezzi che, curva dopo curva, prendono il largo. A un certo punto dovranno abbandonarla. Una prima sosta del cuore a Cordoba nella lussuosa dimora di famiglia della graziosa morositadi Ernesto che non vede di buon occhio il suo viaggio. Soprattutto non vuole star lì ad aspettarlo. I due si lasciano con la promessa dell’acquisto di un bikini per lei a Miami a tragitto concluso. Ernesto, visto dove dirigerà i pensieri, non glielo comprerà mai.

Gli amici comprendono presto che il viaggio può assumere contorni se non drammatici, davvero difficoltosi. Dalla conquista del cibo con animali da cacciare a pranzi rimediati grazie agli stratagemmi teatralmente improvvisati da Alberto. Divulgano su un giornale notizia e foto della loro presenza nella regione in qualità di scienziati esperti in leprologìa, materia che effettivamente Ernesto aveva approfondito, senza però essere ancora diventato uno scienziato. La mezza-bugia gli consente gratuite riparazioni della Poderosa.
La Cordigliera nel passaggio in Cile riserva loro scenari maestosi e duri: guidare sulla neve risulta impresa improba. La coppia cade e ricade a ritmi insostenibili ma la loro stravaganza è bene accetta dalla popolazione, e la giovane età li rende disponibili a feste, balli, mambo-tanghi e inciuccate a base di pisco. Anche se la natura caliente di certe donne e il tasso alcolico di qualche marito geloso ne mette a repentaglio gli zigomi.

Le fughe, pur a volte provvidenziali, non competono alla natura dei due che diventano sempre più cavalieri sensibili alle mille ingiustizie scoperte.
Macroscopiche vessazioni sociali, uomini e donne ridotti in schiavitù, pagati solo con del cibo e messi nelle condizioni di sopravvivere. L’incontro notturno con una coppia privata di tutto trasformerà Ernesto. Nel freddo della notte cederà loro la coperta e anche i dollari destinati al bikini yankee della fidanzata. Denaro su cui Alberto confidava per spegnere con qualche senorita i propri bollori ormonali.
Ma ormai Guevara colpito nel profondo dai bisogni del popolo va maturando un desiderio di riscatto che lo porterà dai lebbrosari a imbracciare il fucile. Folgorante è la visita, faticosissima, nei luoghi mitici dell’impero Inca. In faccia all’impervio Machu Picchu e sotto le mura ciclopiche di Cuzco immerse in scenari naturali mozzafiato. E il suo fiato mozzato dalle crisi d’asma è tenuto sotto controllo dalle iniezioni d’adrenalina praticate dal compagno.

Nel lebbrosario di San Pablo gli amici riescono a dare il meglio di sé. I malati vivono in un villaggio mentre il personale che li assiste è collocato in altre capanne sulla sponda opposta del grande Rio delle Amazzoni. Fra le abitudini adottate da medici e suore nel trattare i malati c’è quella di indossare guanti di plastica, un sistema del tutto inutile visto che la lebbra non è contagiosa al tatto. Ernesto e Alberto combattono la ghetizzazione: durante le visite e la vita quotidiana toccano, abbracciano i pazienti e, dopo l’iniziale shock, anche gli altri assistenti faranno lo stesso. Nel sanatorio si respira aria nuova che restituisce dignità ai lebbrosi e crea legami affettivi. Inutile dire che tutti stravedono per i due argentini. Così la notte del loro commiato, salutato con una festa, il testardo e volitivo Ernesto compie il gesto dell’ulteriore rottura del ghetto: vuol rivedere gli amici lebbrosi e li raggiunge platealmente attraversando a nuoto le acque limacciose e infide dell’immenso fiume. L’acclamazione riservatagli è già un’investitura a leader carismatico.

Il viaggio termina in Venezuela, dove i due compagni si dividono: Ernesto vola con un cargo a Miami e resta bloccato lì un altro mese. Alberto riparte subito per Buenos Aires. Avranno poche altre occasioni per incontrarsi, perché il fuoco della guerriglia già alberga nella testa del Che che si unirà a Fidel per rovesciare nel ’59 Batista. E nell’isola caraibica andrà a vivere e lavorare anche Granado. L’amore per il popolo è divenuto totale. Entrambi continueranno a servirlo, l’uno con la rivoluzione l’altro con la medicina.

Regia: Walter Salles
Sceneggiatura: José Rivera
Tratto dal romanzo: Latinoamericana di Ernesto Che Guevara Ed. Feltrinelli
Direttore della fotografia: Eric Gautie
Montaggio: Daniel Rezende
Scenografia: Carlos Conti
Interpreti principali: Gael Garcìa Bernal, Rodrigo de la Serna, Mia Maestro, Mercedes Moran
Musica originale: Gustavo Santaolalla
Produzione: South Fork Pictures, Vas Voir Productions
Origine: Argentina, Cile, Perù, Usa
Durata: 126’
Info Internet: www.Bibfilm.com

08.06.2004
Collettivo Bellaciao