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I mille volti del dialogo

lunedì 2 ottobre 2006

di Lidia Menapace

I lavori al Senato sono ripresi a un ritmo forsennato: tutto un susseguirsi di verifica del numero legale, interruzione dei lavori per venti minuti, richiesta di voto elettronico, segreto, palese e di nuovo verifica e sospensione e poi inizio di trattative e sospensione: si arriva a sera stanchi di niente.

L’opposizione, in mancanza di una politica, esercita quel tanto o poco di diritto all’ostruzionismo che il regolamento consente e devo dire molto bene, con grande perizia, tenacia e costanza. La cosa incredibile è che più d’uno sembra divertirsi a questi giochetti e recita con enfasi la parte del padre della patria indignato o sconvolto e scandalizzato o del collega che ammira sottolinea echeggia ripete fino alla noia ciò che dieci altri hanno già detto, amen! portiamo pazienza.

Approfittando di lavori così interrotti ho accettato un invito di Raiutile per un dibattito sul papa, inteso come il papa a Ratisbona, con quel che ne è seguito.
Il programma è molto serio, preparato civilissimo, di riflessione, davvero il meglio che forse c’è in Rai: ci si domanda perchè mai vada in fasce orarie senza ascolto e sul satellite e insomma sia accuratamente fuori dalle luci della ribalta.

Nel corso del programma, proprio perchè è calmo preciso non convulso e non a effettacci e insulti, mi si è chiarita una faccenda, ma soprattutto come avrei potuto spiegarla facilmente con un esempio.

Ma prima: è un programma davvero "repubblicano" cioè alieno da pompe cerimonie esagerazioni, come invece sono le procedure e i riti monarchici, che quando si tratta del papa rifanno capolino nei nostri già poco repubblicani usi e costumi: che intendo dire? che i re, gli imperatori, i sovrani assoluti si ammantano e coprono di grandi cerimonie sfilate carrozze aerei da parata berline a otto o dodici cavalli e via così: il tutto dispone alla sudditanza. Invece il tratto repubblicano è sobrio ed egualitario: mi ricordo che impressione mi faceva da piccola quando venivo a sapere che in Francia tutti sono cittadini e cittadine e per farmi capire la mamma mi diceva: "la signora Rosetta ( la nostra portinaia, che molti chiamavano sbrigativamente la Rosetta e trattavano col tu) in Francia si deve chiamare Madame la concierge". Torniamo ai nostri giorni e ai nostri lidi.

Per dire del papa dopo Ratisbona andrebbe bene una buona dose di repubblicano understatement, ma sembra già subito irriverente. Se una dice che forse il papa tornato all’università, dove era stato docente di teologia nella facoltà di filosofia (perchè in Germania, come in Austria e in tutti i paesi di tradizione inglese o nordica la teologia si insegna nelle facoltà di filosofia e deve misurarsi col pensiero filosofico direttamente e gli insegnanti hanno uno statuto di diritto, sicché se un teologo tedesco di nome magari Kueng spiace al Sant’Uffizio, pardon! al ministero per la dottrina della fede, il papa non può levargli l’insegnamento): se dunque il papa invitato a pronunciare una "lectio magistralis" alla sua vecchia università si lascia prendere dalla nostalgia e da un po’ di vanità accademica e cerca una citazione un po’ rara e preziosa, non è forse una spiegazione sdrammatizzante? E se il suo nuovo addetto stampa non si rende ancora conto di come deve mandare i messaggi del papa, non essendo ancora abituato all’eco che hanno specialmente in zone mussulmane, non è forse una spiegazione altrettanto credibile e umana? Perchè dare fiato alle trombe come se si fosse trattato di un crimen lesae majestatis?

E poi: comunque tra religione e politica o scienza o vita civile, insomma ambito della laicità, vi sono differenti procedure e limiti e vincoli. Tra le religioni si dà dialogo ed è il miglior risultato possibile; tra posizioni politiche o filosofiche o scientifiche si dà verifica dimostrazione esperimento discussione mediazione: per questo si ammette che si possa arrivare a differenti livelli di certezza e/o di verità, il che il papa chiamerebbe già relativismo.

Mi spiego con un esempio: nel dialogo interreligioso i Mussulmani possono a buon diritto affermare che non disconoscono Gesù Cristo che è da loro considerato un profeta; e i Cristiani prendono nota e sorridono e dicono che va bene. Ma se uno volesse sapere se Gesù è un profeta grande come Maometto, il dibattito si arresterebbe subito; se qualcuno poi sostenesse che Cristo è Dio e figlio di Dio, basta, il discorso è arrivato al capolinea. Il resto è alle scomuniche o alle fatwe. Il livello possibile è per l’appunto il dialogo che obbliga ciascuna religione ad essere la più aperta e compatibile e comprensiva possibile: ma a partire da nuclei assoluti sui quali non si discute.

Il discorso politico invece può partire dal dialogo o dalla polemica o dal conflitto e tende alla mediazione, al confronto, al compromesso, e i suoi risultati non vanno dispiegati su palchi o pulpiti, in mezzo a paramenti con bellissima musica sacra in sottofondo, ma con semplicità e chiarezza, e sempre disposti a ulteriori verifiche, poggiate su conte e probabilità, e fiducia che ragionando la ragione e la buona volontà restino a galla, ma sapendo che c’è anche il rischio che attraverso fanatismi assolutismi e monarchie avanzi il sonno della ragione che genera mostri: invece dunque una cosa repubblicana appunto.